N° 3 - Marzo 2016
Francesco, Kirill e il viaggio in Messico
di Antonio Ratti



Finalmente!!! Dopo mille anni e tanti pseudo tentativi, poiché già a priori  si voleva non andassero a buon fine per motivazioni varie (direi di bottega e politiche) sicuramente non in sintonia con la carità cristiana e la misericordia divina, si è avverato un sogno che pareva impossibile, mentre doveva essere semplicemente l’incontro tra due fratelli in Cristo, impegnati a difenderne e a promuoverne la Parola.
Non è stato facile neanche questa volta, infatti ci sono voluti due anni di defatigante preparazione con accelerazioni e improvvisi stop; poi le congiunture astrali e politiche, le  diffuse persecuzioni ai cristiani, la destabilizzazione del Medioriente con le annesse guerre fratricide, gli esodi drammatici, la globale secolarizzazione che pone ai margini degli interessi umani la fede, un Papa non europeo e proveniente dalla fine del mondo, la benedizione di Putin (concittadino e amico del patriarca ortodosso e sponsor reciproci) pronto a sfruttare l’incontro per le sue strategie di potere, hanno favorito il faccia a faccia in terreno neutro, nell’ultimo paese comunista dell’Occidente, con patrocinatore l’ultimo dittatorello di ideologia marxista. Sono ipercritico? Aspro? Non ho capito niente? No, solo deluso. Non amo la real politik, la tollero se è l’unico metodo possibile per fare progressi verso l’ut unun sint.
 Papa Francesco ha dovuto accettare il compromesso al ribasso pur di aprire un’altra “porta santa” nell’anno della misericordia. Quanto sarebbe stato bello che non fosse il “casuale” incontro, come due qualsiasi laici capi di Stato, in una saletta aeroportuale tra due coincidenze di volo, ma si fosse tenuto con tutta l’ufficialità e la spiritualità necessaria in S. Pietro o nella Chiesa della Dormizione al Cremlino com’era intenzione di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI. L’effetto e l’impatto sarebbero stati dirompenti sull’opinione pubblica mondiale; invece abbiamo dovuto accontentarci del basso profilo, di parole di circostanza, di un documento diplomaticamente generico che contiene ovvietà e luoghi comuni del tipo l’uomo per vivere ha bisogno di respirare e mangiare, pieno di buoni propositi che non impegnano e poi tutto come prima, perché il buon Kirill a Mosca ha molti avversari nel clero che conta, che si oppongono ad ogni vera e sincera apertura verso la Cattedra petrina. Non è un mistero che si aspira a togliere al patriarca di Costantinopoli il vetusto titolo di Patriarca ecumenico, cioè dell’intero mondo abitato, che gli garantisce un primato di riverenza e di rispetto, ma niente di giurisdizionale e operativo, essendo le Chiese ortodosse autocefale.  Molto importante per capire che cosa s’intenderà fare e come programmare il futuro prossimo, sarà il Concilio pan-ortodosso (il primo in assoluto) delle Chiese ortodosse che si svolgerà il prossimo autunno: certamente il Patriarcato di tutte le Russie non si sottrarrà alla smania, più volte manifestata, di mostrare i muscoli rappresentati dai 200 milioni di fedeli.
Raccontato il dietro le quinte dello storico incontro e sperando che inizi il tempo del dialogo, se possibile costruttivo, molto più intenso e significativo è il percorso pastorale compiuto dal Santo Padre in Messico, dove ha privilegiato gl’incontri con gli ultimi di un Paese martoriato dalla corruzione e dal narco-traffico che miete migliaia di vittime all’anno, oltre alla atavica povertà degli indigeni, specie nelle regioni del sud come il Chiapas, sottoposto per lungo tempo a un’endemica guerriglia sostenuta dall’Esercito zapatista di liberazione nazionale, guidato dal comandante Marcos, che godeva del favore dei ceti più poveri, per costringere i discendenti degli spagnoli a rinunciare a parte del loro strapotere politico, economico e sociale a favore dei nativi indios, considerati dei paria senza diritti e lasciati al loro triste destino da governi, regionale e centrale, deboli, inerti, corrotti e, spesso, collusi. A Tuxtla Gutièrres, capitale regionale, Francesco, nella cattedrale, si è soffermato in preghiera sulla tomba del vescovo Samuel Ruiz Garcia, vescovo di San Cristobal, morto nel 2011, grande difensore delle popolazioni indigene, tanto da essere ritenuto  contiguo con Marcos e quindi tenuto costantemente sotto stretto controllo dalle autorità civili e dalle forze antiguerriglia. Il Papa ha voluto visitare San Cristobal de Las Casas, la città più importante, protagonista delle rivolte sociali dei chiapanechi sostenuti, come detto, dal vescovo Garcia. Alla celebrazione della Messa, nelle lingue locali tseltal, ch’ol e tzotzil, ha chiesto perdono per le sistematiche esclusioni subite e per le spoliazioni delle loro terre: “Che tristezza! Quanto farebbe bene a tutti noi fare un esame di coscienza e imparare a dire perdono!..... Il mondo di oggi, spogliato dalla cultura dello scarto, ha bisogno di voi!”.
Dal sud al nord del Paese, a Ciudad Juares, città di confine con gli Stati Uniti, attraversata e divisa da un reticolato lungo oltre 3mila Km, per impedire che i profughi disperati possano entrare negli Usa. Juares è la città più pericolosa e violenta al mondo, in mano a bande antagoniste di trafficanti di droga, di esseri umani (soprattutto, giovani donne e ragazzi) e dove la corruzione, specie tra la pubblica amministrazione e le forze di polizia, è sovrana. Analizzando le tappe del viaggio e gli incontri scelti con cura, balza in evidenza  come Papa Francesco abbia volutamente messo in secondo piano e ridotti al minimo i contatti con le autorità di governo, dando al suo viaggio  con i gesti e la parola una valenza esclusivamente  pastorale e di sostegno ad un popolo di emarginati in un Paese ancora lontanissimo dal raggiungere un accettabile grado di democrazia, di eguaglianza dei diritti civili e sociali garantiti a tutti e di sicurezza personale.
I viaggi del Papa in America latina hanno fatto conoscere una realtà sconcertante, agli antipodi dagli standard minimi di una società civile e di una civiltà sostenibile. L’egoismo sconfinato di pochi sfrutta in modo intollerabile popolazioni intere, riducendole in uno stato di schiavitù che fa tanto comodo anche a chi dichiara di farsi carico di un cambiamento radicale, per cui il risultato finale sono tante chiacchiere che lasciano tutto nell’immobilismo più completo. Ciò che si muove sono le iniziative per la sopravvivenza di organizzazioni missionarie: ma può bastare?

                                                                                     


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