N° 3 - Marzo 2016
Storie dei lettori
  GLI ARTICOLI DI MARTA
di Carlo Lorenzini



Io, all’arrivo del Sentiero, ogni mese, vado subito a pagina 16, perché a pagina 16, di solito, c’è l’articolo di Marta; e a me piace leggere il Sentiero cominciando da Marta.
Marta è un’assidua collaboratrice del giornalino ed  è raro che ne esca un numero senza un suo articolo. Marta è l’anima concreta del Sentiero. Generalmente gli articoli di questo giornale (è un giornale cattolico interparrocchiale)  sono ricchi di discussioni  che riguardano argomenti di varia  umanità; in cui c’è sempre molta teoria: negli articoli di Marta, invece, c’è la pratica, perché c’è la vita vissuta, ci sono i problemi,  grandi e piccoli, come ciascuno di noi li incontra nel suo vivere quotidiano.
C’è, per esempio,  il problema della lavatrice che si è rotta, ma non ci sono i soldi per farla aggiustare o per ricomprarla nuova; però c’è l’intervento di persone caritatevoli  che risolvono il problema.
In un altro articolo ci mette di fronte ad una strage di poveri albatros;  e questo per insipienza e noncuranza di uomini che dovrebbero essere al servizio della loro protezione.
C’è però poi l’articolo che ci regala un momento di evasione, ed è quello che ci racconta, in una vivace descrizione, di una coloratissima e saporitissima cena sotto le stelle  nella cornice di  Ortonovo paese. E qui Marta, parlandoci di croccanti frittelle, di gustosi panigacci, di morbidi sgabei, di profumati minestroni, ci fa venire una struggente acquolina in bocca.
Oppure, in un razionale equilibrio di bene e di male, c’è la descrizione dell’uragano che si è abbattuto su Ortonovo la notte  del 5 marzo ultimo scorso, sul far dell’alba;  è una pagina altamente drammatica,  di grande realismo descrittivo che fa onore alla Scrittrice e nobilita il giornale.
 Insomma, tutte le volte che il Sentiero arriva, mentre armeggio per toglierlo dalla busta, mi chiedo:  di che parlerà Marta questo mese? Guardo e non sono deluso, perché la sua attenzione è ancora alla vita, vista e giudicata al metro di una morale appresa alla scuola di Gesù, il Maestro che ci ha insegnato l’Amore e che nella sua missione salvifica ha messo al centro della sua strategia l’uomo. E negli articoli di Marta l’uomo è sempre al centro. Con amore.
Brava, Marta, e grazie per come ci insegni la vita e per come ce la racconti.

 


Montepulciano  15 - 01- 16.        


                    

  Un castagno per letto
di Millene Lazzoni Puglia (Caniparola 1999)



 

          Il bosco della ‘Trina’ si trova lungo la sponda sinistra del torrente Isolone, quasi in corrispondenza dell’antico mulino ad acqua ‘della Novella’, gestito dalla famiglia Tusini per circa un secolo, poi dal ‘Moro’ dal 1950 fino agli anni ’70. Percorrendo la stradina sterrata ai piedi della collina boscosa detta’Trina’, costeggiando sempre il torrente, si arriva fino alla casa di ‘Mazzon’ (da alcuni decenni disabitata), per proseguire sotto forma di sentieri verso i paesini di Caprognano e Zignago, ormai inselvatichiti. Nel bosco della ‘Trina’ si trovano piante di castagno, alcune anche grandi e molto vecchie, ed è qui che molti anni fa ce n’era uno molto vecchio e grandissimo, il quale poteva contenere nel tronco cavo una persona comodamente sdraiata.
Ebbene, mia madre, Argentina Tusini, mi ha sempre raccontato che negli anni intorno al 1920, c’era un signore che, durante la bella stagione, andava in quel luogo per passare la notte dormendo dentro il grande tronco cavo del vecchio castagno. La cosa sembra ancora più incredibile se si considera che quel signore lavorava a Sarzana durante il giorno, e ogni sera faceva a piedi tutta la strada (5 o 6 chilometri circa) e altrettanti al mattino per tornare al lavoro. Di costui non si sa il vero nome, ma era chiamato da tutti ‘Padela’, perché indossava sempre gli stessi abiti che portava anche la notte, finché non erano completamente consumati: e si può immaginare quanto potevano essere sporchi; e  da qui, il soprannome ‘Padela’. Io ricordo che da bambina per indicare una persona con gli abiti molto sporchi si diceva: “I para Padela”, e si era già nel dopoguerra.
Lungo la strada Sarzana – ‘Trina’, percorsa da ‘Padela’, c’era un mulino ad acqua, sempre nei pressi dell’Isolone ma più a valle, vicino a Caniparola.  Lungo quel torrente i mulini ad acqua, a quel tempo, erano ben sei, tutti estinti nei vari decenni. Qui abitavano nella casa – mulino i miei nonni mugnai, Angelo e Assunta Tusini. Una volta chiesero a ‘Padela’ come mai faceva tanta strada ogni giorno per andare a dormire dentro un castagno nel bosco della ‘Trina’. La sua risposta fu semplice e decisa: “Non sopporto il rumore dei treni in manovra con vaporiera durante la notte!”. Perché per lui l’alternativa era quella di passare la notte nel deposito bagagli della stazione di Sarzana, dove suo fratello era capostazione mentre lui lavorava al carico e scarico delle merci che arrivavano e partivano tutti i giorni.
Si vede che per ‘Padela’ il riposo notturno nella quiete del bosco valeva bene la fatica del lungo percorso a piedi da Sarzana al bosco della ‘Trina’ e viceversa, ogni giorno.

 

                                                        

  Il pellegrinaggio a N.S. della Neve
di Paola G. Vitale



 

          Cari amici e lettori de “Il Sentiero”, sotto l’invito al significativo ‘peregrinaggio’ di questa mattina, 6 febbraio, al Santuario di N.S. della Neve in La Spezia, ha attirato la mia attenzione un messaggio scritto in corsivo (nell’ultima pagina riservata al ‘Notiziario’) tratto dall’omelia di mons. Francesco Moraglia,  nella chiesa di S. Maria Assunta (La Spezia) il 4 ottobre 2008, in occasione di uno dei primi pellegrinaggi del 1° sabato da lui voluti. Esso esprime in modo perfetto la motivazione delle nostre peregrinazioni mensili, presiedute dal Vescovo (ora mons. Palletti).
In Maria è espresso “il meglio della Chiesa”, perciò recandoci da Lei in gruppo numeroso al primo sabato di ogni mese, con piena fiducia nella di Lei intercessione, non facciamo altro che un magnifico servizio di testimonianza, sia alla Chiesa universale, sia alla nostra particolare, sia a noi stessi e alle inevitabili richieste e ringraziamenti che rivolgiamo alla nostra Madre del Cielo, santa Madre di Dio. Vi pare poco? A me sembra un dono tanto bello e quindi invito tutti a continuare con fiducia questa magnifica occasione di incontro e di testimonianza.
Vi abbraccio tutti nel Signore e in Maria santissima. Buona Pasqua!

                                                                    

               
  Svegliamoci!
di Marino



 

Le piazze laiche oggi dicono "Italia svegliati", ed a me è venuto questo pensiero: "Cattolici svegliamoci!" Ebbene, cari Cattolici, vediamo di dirci senza reticenze la verità: da tempo siamo nella società moderna una esigua minoranza. Il tempo della Chiesa trionfante, se mai c’è stato, è finito da tempo ed i precetti che sono alla base della nostra fede sono sempre più sberleffati da una mentalità sempre più da noi distante.
In una strategia militare sembrerebbe giunto il momento disperato di arroccarci sulla difensiva, in attesa di un attacco…: l’attacco finale che potrebbe spazzarci via dalla storia dell’uomo. E’ il momento dello scoramento… anche gli Apostoli, nei concitati momenti successivi alla Crocifissione si sono chiusi impauriti e terrorizzati, ma sappiamo che la Storia ha avuto altra evoluzione con la promessa: “Io sarò con voi fino alla consumazione dei secoli”.
E allora questo ci deve scrollare, spronare; ci deve dare forza, ci deve dare la fiducia, deve riaccendere in noi il vero spirito missionario oggi sopito e, nella certezza che l’amore di Cristo ci muove,  spingerci a proporre la bellezza della nostra fede ad un mondo che sembra ostile ma è unicamente ripiegato su sé stesso nella ricerca disperata di una felicità effimera, troppo spesso copertura di una solitudine orrida.

                                                                              


  Un paese senza leggende è un paese destinato a morire
di Romano Parodi


 

Ogni paese ha una sue leggende che è bene tramandare, ed io, nel mio piccolo, cerco di farlo. Non c’è dubbio che su Ortonovo e Volpiglione, grazie anche ai ‘canici’ (come quello di Lazarin del Fosso), dove si raccontavano favole e leggende antiche, che queste sono arrivate fino a noi. La più famosa è per me quella degli alberi d’olivo trasformati in guerrieri, che hanno fatto scappare i francesi durante la Repubblica Ligure (ne parla anche Ceccardo Roccatagliata, spero che Walter, la cerchi, e qualche volta, la riproponga, perché l’ho già raccontata. Un grande amico, che ora non c’è più, la riteneva una pagina di storia da insegnare  nelle nostre scuole).
Oggi, visto che stiamo parlando di leggende, vi racconto questa che, perduta fra le tenebre di un passato completamente ignoto, mi è tornata alla mente. Si narra che in tempi molto remoti, un fraticello questuante (un tempo ce n’erano parecchi, come Garibà) finita la sua giornata di cernita, stava tornando in convento, come alla nostra Madonna, con il suo sacco pieno; ma durante il rientro incontrò molti poveri ai quali distribuì ogni cosa, anche il sacco. Poi, nell’attraversare un bosco, seduta sotto una grande quercia, trovò una donna in lacrime. “Perché piangi? Parla, non esiste preghiera che Colui che ha creato il mondo e le sue creature non possa esaudire”, le disse il fraticello. “Ebbene - mormorò la donna - io cerco per mio figlio dal cuore duro e responsabile di delitti di ogni genere, un cuore diverso, forte e generoso: colmo d’amore. Chi potrebbe mai darmelo? O meglio, chi potrebbe inserirlo nel suo petto?”. “Il Signore dei cuori - rispose il fraticello - e ora va’”.
La donna si avviò, ma non aveva fatto che pochi passi che il fraticello cadde a terra morto.
Aveva donato il suo cuore a quel giovane dal cuore duro.
In quel momento una stella luminosa si posò sul grande albero, ai piedi del quale il santo era volato in cielo, lasciando sulla terra il suo corpo senza cuore. Così, infatti, affermarono i medici e gli scienziati venuti da ogni parte del mondo a osservare il miracolo; mentre il figlio della donna diventò un sant’uomo tutto dedito all’amore verso il prossimo.
Da allora molto tempo era trascorso, ma, ogni tanto, una stella luminosa brillava ancora in cima a quella grande quercia. “E’ il santo che guarda dalla finestra del cielo e viene a compiere un miracolo”, dicevano gli ortonovesi.
Caro Carlo, era forse il nostro cerro quel grande albero? Questo spiegherebbe il motivo per cui la grande stella non si vede più. Piccoli uomini lo hanno abbattuto.

 

P.S. Un abbraccio grande a te e Maria Giovanna, in ricordo di momenti belli che, ahimè, mai più ritorneranno.

 

                                                                                        

  Erbetti di collina
di Marta



 

          La giornata è bella, clima mite; dopo tanta pioggia questo febbraio ci regala alcune giornate di sole. Osservando la collina noto che gli alberi sono ancora spogli, ma nel sottobosco qualcosa comincia a spuntare. Così, mi incammino verso Sarticola per cercare gli erbetti. Mi fermo nella località della Vecchia Miniera dove, si racconta, un tempo si trovasse l’oro. Poi dissero che non ne valeva la pena: troppo lavoro, attrezzature costose… e tutto finì.
In questo sito, nei terrazzamenti sotto gli ulivi si trovavano facilmente i ‘raperonzoli’, erbetti dolci, saporiti, buoni anche conditi in insalata. Ma, ahimé, oggi non c’è più neanche l’odore.
Sono stati estirpati, neanche più una radice! Mi accontento di raccogliere scalette, cicerbide, ginestrelli, rosidomi, grasselli, orecchie d’asino, pomice… (questi nomi degli erbetti possono variare da paese a paese) ; anche questi se cucinati a puntino saranno molto gustosi.



  Se la tempesta offusca la ragione
di Renato Bruschi



Nelle ultime settimane si è scatenata una vera e propria tempesta mediatica sul caso dell’ex parroco di Caniparola. E quando ci sono le tempeste, la visibilità diminuisce: nella confusione che si determina, è facile perdere il controllo della situazione.
Puntualmente è accaduto proprio così. I «media» si sono lanciati, come belve affamate, sullo scandalo, rimestando nel torbido quanto più possibile, giustificando ogni lordura, appellandosi al «diritto di cronaca». Per la verità non tutti hanno agito secondo questo stile «gridato».
Altri, però, esercitandosi nella facile arte della becera dietrologia, hanno inseguito le piste più varie, con ricostruzioni inverosimili. Abbiamo letto articoli in cui l’approssimazione si è sostituita al ragionamento. E si sono scritte tante imprecisioni. Un esempio? Durante la manifestazione di domenica mattina, quando un gruppo di fedeli è arrivato sotto l’episcopio per sollecitare la Chiesa ad agire nei confronti dell’ex parroco, una giornalista ha messo nero su bianco che il Vescovo, in quel momento, era intento «a seguire i movimenti della piazza da qualche finestrella, in alto, della Curia», mentre mons. Santucci si trovava in una parrocchia a sostituire un prete ammalato. Inoltre, le dichiarazioni dei due sacerdoti che hanno accolto i manifestanti sotto la Curia, sono state svuotate di significato, ridotte e meri tentativi di difesa in extremis.
Che l’ex parroco si sia macchiato di peccati gravi, è fuori discussione. Che questi peccati costituiscano anche reati, lo deciderà la magistratura, se ritiene che ci siano le condizioni per procedere. Che queste azioni siano ancora più gravi poiché perpetrate da un ministro sacro, siamo tutti d’accordo. Che il Vescovo abbia «coperto» la vita dissoluta di questo prete, magari perché sottoposto a qualche ricatto, com’è stato insinuato, questo no: non è vero. È una mistificazione. La realtà è ben diversa: il comunicato che è stato diramato dalla Curia, nei giorni scorsi, getta luce su questo punto. Il Vescovo ha agito come un «padre» ed ha mosso i passi che andavano fatti, secondo le norme del diritto canonico.
Evidentemente questa prudenza, che è propria della Chiesa, è stata travisata e interpretata a proprio uso e consumo. Come non restare attoniti di fronte alla superficialità con cui si è entrati «a gamba tesa» su questioni delicate che riguardano la vita delle persone?
In tutta sincerità: ci preoccupa questo senso di giustizialismo da «Terrore», che anima non solo i «lontani» ma anche alcuni che vivono nei recinti della sacra madre Chiesa.
Non vogliamo difendere l’indifendibile, sia chiaro. Quanto abbiamo visto e letto sul quel sacerdote, è grave. Ma non dobbiamo perdere «il ben dell’intelletto» lasciandoci travolgere dalla «rabbia» e da atteggiamenti che sono poco conformi con gli insegnamenti evangelici.
I credenti sono tali anche in questi frangenti: non ragionano secondo la logica del mondo ma secondo le categorie della fede. Se ci sono stati errori e reati, si faccia giustizia. Ma, per favore, smettiamola di gettare fango sulla Chiesa e sulla parte sana che è la stragrande maggioranza del clero. La Diocesi ha chiesto perdono ai fedeli «ingannati» dall’ex parroco. Dio, che vede nel cuore dell’uomo, come dice il Vangelo, sa che quei puri gesti di carità, costati sacrifici e rinunce, saranno ripagati dalla sua Misericordia.

                                                                                                   

(da ‘Vita Apuana’, notiziario della diocesi di Massa Carrara – Pontremoli)


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