N° 7 - Luglio 2016
Storie dei lettori
  I mulini ad acqua sull'Isolone (sec. parte)
di Millene Lazzoni Puglia



Il mulino vicino a Caniparola
Il mulino vicino a Caniparola era sempre dei Malaspina e anche quello andava con l’acqua della “l’vada” che era una continuazione del primo tratto che arrivava al mulino “della Novella”. L’acqua, dopo aver dato l’energia al suddetto mulino, quella in esubero, che scendeva a cascata, veniva incanalata in un’altra gora chiamata sempre “l’vada”, che scorreva ancora sull’alta sponda del torrente dove c’erano gli ultimi orti e poi alberi e cespugli incolti.
Così per un certo tratto, poi, andando nella direzione del borgo di Caniparola si allontanava dal torrente: da lì iniziavano i campi coltivati  per arrivare alle coltivazioni di ortaggi che beneficiavano di quell’acqua in estate. Nel mezzo di questi terreni della fattoria Malaspina c’era un serbatoio d’acqua a cielo aperto chiamato “bozetta”, da lì partiva l’acqua per irrigare altri orti, ma soprattutto un’altra gora che andava al “botazo” del prossimo mulino, vicino all’Isolone, ma non vicinissimo.
Quel quinto e penultimo mulino dell’Isolone era ancora tale quando, nel 1876, lo prese in affitto Angelo Tusini (mio nonno) e diventò casa-mulino. Quando nel 1895 il marchese Alfonso lo ampliò per fare l’abitazione del suo mugnaio preferito, che nel frattempo aveva messo su famiglia nella casa paterna, un fratello, Domenico Tusini, gestiva nei mesi invernali il frantoio che anche qui esisteva, pure lui molto stimato e benvoluto dal marchese. Naturalmente il serbatoio dell’acqua “btazo” stava più in alto, per fare cadere l’acqua sulla grande ruota esterna come già sappiamo. Sullo stesso piano c’era un fertile terreno coltivato a ortaggi e alberi da frutto e una parte anche più in basso a livello della casa e della strada. Mia madre, che lì era nata nel 1907, descriveva quel luogo come un “paradiso terrestre”. La strada che passava sul davanti era molto trafficata, perché era un collegamento (con attraversamento dell’Isolone) con il paese di Caprognano e dintorni e verso il castelnovese, ovviamente con Caniparola e poi la pianura del Magra.
Perciò passavano da quella strada (oggi Via Montecchio) molti pedoni, animali da soma - anche diretti la mulino -, più carri agricoli spesso diretti al torrente per carichi di sabbia, ghiaia o sassi. A quel tempo i mulini erano luoghi vivi, dove la gente s’incontrava e dialogava, dove nasceva ogni genere di “gossip”. Questo in particolare era molto frequentato; i numerosi clienti venivano perfino da Fosdinovo, i quali apprezzavano l’onestà del mugnaio Angelo, la sua correttezza e discrezione, tanto che, per molti, era anche il confidente di segreti importanti. Quel mulino cessò di esistere all’inizio degli anni ’30 con la fine del suo mugnaio Angelo. Poi, alla fine degli anni ’30, con l’avvento dell’elettricità, il frantoio fu trasferito nel borgo antico di Caniparola, lato sud est.

Il mulino di “Ciora”
Il sesto e ultimo mulino dell’Isolone si trovava sulla sponda sinistra, però andava sempre con la stessa acqua della “l’vada” che, dopo essere stata usata per il quinto, veniva incanalata in un’altra gora che scorreva verso il torrente che era distante un centinaio di metri, proprio nella direzione dove il letto dell’Isolone era più alto, in prossimità della cascata, crollata circa sessanta anni fa, allora chiamata “travada”. Quella cascata era alta alcuni metri e scendeva nel “bozo” sottostante con forte rumore che caratterizzava il luogo, e d’estate diventava la piscina per i giovani dei dintorni. Si trovava precisamente sotto la collina verde dove sta ancora l’antico palazzo di “Paganetto”. Portare la preziosa acqua sull’altra sponda era stato senz’altro un problema. Ingegnosamente fu trovato il sistema con una specie di “canala” costruita sul letto del torrente. Si può pensare che si poteva prendere direttamente dal medesimo, ma nei periodi di siccità non avrebbe funzionato.
Quell’ultimo mulino alimentato con la nuova gora d’acqua, si trovava a circa un chilometro più a valle, sulla sponda alta dell’Isolone (vicino al ponte della Colombiera) e arrivava più in alto perché anche questo funzionava con il sistema del “botazo” per far girare la grande ruota esterna.
In quella casa-mulino abitava una famiglia molto numerosa; il capo-famiglia Nardi, che era il mugnaio detto “Ciora”, aveva cessato l’attività già dagli anni ’30, ma anche dopo la sua morte (nel 1953) la sua famiglia visse ancora lì per diversi anni. Negli anni ’80 un pronipote di “Ciora” acquistò e abitò per un certo tempo in quella casa, dopo averla sapientemente e amorevolmente restaurata. Ancora oggi (2011) è rimasto il nome “Ciora” per indicare quella località in Val d’Isolone, dove nell’800 un mulino ad acqua aveva “sconfinato” dalla Toscana alla Liguria.

La “l’vada”
La storia dei mulini ad acqua sull’Isolone si può ben dire conclusa (grosso modo); non è altrettanto per il corso d’acqua chiamato “l’vada” che alimentava tre di questi mulini e che fu tanto importante per l’agricoltura del territorio della fattoria Malaspina. Quest’ultimo tratto del percorso si differenziava dal precedente perché non era più a cielo aperto ma scorreva sotto il terreno. Poco prima (partendo dalla “bozeta”) dalla ex Via Giuanetta, oggi Via Montecchio (a est del “Moro”), poi passando sopra il piccolo torrente con una struttura sospesa, quindi ancora in sotterranea arrivava al borgo antico di Caniparola passando sotto il medesimo proprio nel punto dove c’era il negozio di tabacchi e alimentari di Bellini (chiuso a fine 800), per riemergere dopo alcuni metri sotto forma di una struttura in pietra, alta circa un metro, che delimitava il prato con gli abeti piantati nel dopo-guerra. Il tutto a fianco di Piazza Masetti, dedicata a Nello Masetti, detto Carlin, ucciso dai tedeschi nel 1944 durante la Resistenza partigiana.
Più avanti il corso dell’acqua si innalzava ancora sul muro di cinta che costeggia il viale di Villa Malaspina (lato borgo antico); il percorso dell’acqua sulla sommità del muro arrivava a un grande serbatoio di pietra che si trovava a fianco della casa del giardiniere (e c’è ancora, anche se non ha più l’antica funzione). A quel punto l’utilità continuava per l’irrigazione dell’orto e vari usi domestici, in più si propagava al meraviglioso e curatissimo giardino all’italiana con tanto di fontana a zampillo, vasca con pesci rossi e ninfee.
Dopo il lungo percorso dell’acqua per i lavoratori poveri della terra, arrivava al superfluo dei ricchi. Una delle tante testimonianze di quel passato sono due abbeveratoi ai lati del grande cancello principale che dal giardino dà sul Viale Malaspina (ex stradon).
Più avanti c’erano ancora orti che beneficiavano dell’acqua di scarico dei due abbeveratoi e un altro di questi si trovava ai margini del prato di Piazza Masetti, sotto forma di una vasca di marmo. Però quest’ultimo è stato eliminato da parecchi anni come per dire che ormai sulle nostre strade e negli spazi pubblici non c’è più posto per gli animali come cavalli, asini, o altri di grossa taglia che, fino al secolo scorso erano comuni.
Ancora una volta ho scritto un piccolo pezzo di storia locale per i miei nipoti Davide e Giada, ma anche per qualsiasi altro che abbia la curiosità di conoscere com’era la vita di chi ci ha preceduto.



  Appunti di un pellegrino
di Gualtiero Sollazzi



Preti in ferie

Chissà cosa avrà voluto dire Omero col suo: “Arriverà l’estate anche per te. E’ solo questione di stagioni e di tempo. O di persone”. In ogni caso è prassi diffusa che in questo tempo si facciano le ferie. E’ un bisogno staccare la spina per tante persone, preti compresi. Anche loro, con i carchi pastorali che si ritrovano, devono tirare un po’ il fiato. Francesco non le fa da sempre. “Ci vuole un fisico bestiale” si potrebbe cantare, sorridendo, con Luca Carboni… Altri papi le facevano volentieri, vedi S. Giovanni Paolo II.
Certo che i preti, ma anche i laici, dovrebbero applicare al loro riposarsi un consiglio di don Sante Atanasio condensato in tre verbi: “Staccare-recuperare-cambiare”. Un modo intelligente e forse doveroso per un rigenerarsi soprattutto nello spirito. Non dimenticando, pur senza sensi di colpa, che nel 2013 il 58% degli italiani è rimasto a casa e non sarà diverso per il 2014.
Ci sono casi anche di ferie  un po’ speciali. Il “Pellegrino” ha conosciuto a Lourdes un prete.
Era di Pescara. Parlando, a questo sacerdote gli scappò detto: “Ho venti giorni di ferie e li spendo venendo qua a confessare”.
Facendo “riposare su pascoli erbosi” per la misericordia del Signore tante persone, il prete pescarese avrà ricevuto dal Pastore buono “felicità e grazia”.
Belle ferie, non c’è che dire!

 

 

La maestra cattiva

E’ la TV. Lo dimostra egregiamente K. Popper in “Cattiva maestra televisione”. Con una conclusione agghiacciante: “...che il piccolo schermo sia diventato ormai un potere incontrollato, capace di immettere nella società ingenti dosi di violenza”.
Osserviamo oggi cosa insegna questa “maestra”. La volgarità: basta uno sguardo ai cosiddetti ‘reality’. La morbosità: i programmi che si occupano di omicidi, generano solo disgusto perché calpestano ogni pietà. La rissosità: preminente e antieducativa, specie nei talk politici.
C’è poi un fondato sospetto che la TV voglia organizzare una distrazione di massa da quelli che sono i problemi reali. Un sistema che appare antipedagogico e anticulturale.
Col rischio non lontano di trasformare di cittadini in consumatori di pubblicità.
Sferzante Indro Montanelli: “Un giorno dissi al cardinal Martini: ma non si può scomunicare la televisione, non si possono mandare al rogo un po’ di quelli che la fanno?”.

  Conoscere per capire, dialogare e far sbocciare la pace.
di Giuliana Rossini



 

E’ rimasto sul mio comodino, accanto al letto, per circa un mese, senza che lo aprissi, benché, appena l’ho visto, abbia pensato che fosse il libro scritto apposta per me.
Parlo di “L’Islam spiegato a chi ha paura dei Musulmani” a cura di Michele Zanzucchi che ne spiega l’opportunità e aiuta a tirare le conclusioni, mostrando le sfide che sia l’Occidente che l’Oriente sono obbligati ad approfondire a fronte degli straordinari avvenimenti di cui siamo testimoni in questi ultimi anni.
Ogni tanto leggevo la dedica che l’autore mi aveva indirizzato “per Giuliana, perché il dialogo è fatto di incontro, condivisione, azione”, ma poi qualcosa (la paura del diverso?) mi impediva di andare oltre. Finalmente, in procinto di partire per Bruxelles, ho preso il libricino, l’ho messo in valigia e, una volta là, l’ho letto tutto d’un fiato.
In realtà, dopo i terribili fatti di Parigi e soprattutto di Bruxelles dove, come ho già avuto modo di dire abita parte della mia famiglia, si era impadronito di me un sottile, ma profondo senso di paura che mi faceva tremare e mi induceva a distogliere l’attenzione tutte le volte che il televisore trasmetteva notizie sul mondo islamico e, soprattutto, atti terroristici da parte di organizzazioni criminali. Nel libro vi sono interessanti contributi di autori cristiano-cattolici e musulmani che aiutano ad avere un’idea più realistica della situazione e cercano di far conoscere, in modo plausibile, l’Islam e le sue aspirazioni.

Gli autori musulmani espongono, in modo particolare, una difesa dell’Islam come religione pacifica contraria alla violenza e al terrore. Sono numerosi i versetti del Corano in cui Muhammad (che noi conosciamo come Maometto) parla di misericordia e perdono come ad esempio il versetto 7, 199 che recita “(O Muhammad) tu pratica il perdono, ordina il bene e allontanati dagli ignoranti”. Sottolineano la strumentalizzazione e la falsa interpretazione fattane da terroristi estremisti come quelli dell’Isis.
Shahrzad Houshmand Zadeh, teologa iraniana, racconta come nel Corano le donne abbiano un ruolo di tutto rispetto. Muhammad, ad esempio, definisce Khadija, la prima moglie e la prima in assoluto a credere in lui, “madre dei credenti”.
E’ stato importante per me provare ad entrare nella mentalità dei musulmani, comprenderne il vissuto e le difficoltà. L’aver letto le opinioni di alcuni tra i più importanti religiosi dell’Islam mi ha rassicurata e mi sembra di poter affermare che la conoscenza (anche se superficiale come la mia) combatte la paura e apre la strada alla comprensione e al dialogo. Nello stesso periodo, mi è capitato di leggere, in alcune riviste, di esperienze fatte in comune tra gruppi di cristiani e musulmani contrassegnate da amicizia e rispetto reciproci che hanno avuto una ricaduta molto positiva sui membri delle due comunità.
Ad esempio il progetto “Percorsi comuni” le cui iniziative si concentrano sulla famiglia e i suoi valori. A Trieste è stato compiuto un viaggio in barca sulla laguna con un folto gruppo di persone di religioni diverse che aveva come obiettivo la conoscenza reciproca e la speranza (data la presenza di molti migranti) di poter vivere insieme.
A Bruxelles una famiglia di giovani iraniani, sfuggiti alla guerra in modo avventuroso, grazie all’aiuto di volontari europei, è divenuta punto d’incontro per molti che vi si recano per condividere le loro esperienze davanti ad una tazza fumante di caffè orientale.
E si potrebbe continuare perché, in realtà, le iniziative in questo senso sono sempre più numerose; spesso si tratta di condividere cibi, serate di festa, gite…, che aprono la strada alla conoscenza reciproca.
Per quanto mi riguarda, mi è parso che la conoscenza di tutte queste notizie ed esperienze, avvenuta contemporaneamente, fosse attraversata come da un filo d’oro, come se Qualcuno volesse farmi capire che era giunto il momento di abbandonare la paura, di fare una netta distinzione tra terroristi e migranti islamici e accogliere con maggior apertura questi fratelli sfortunati che nelle loro terre vivono episodi di guerre devastanti e violenze senza limiti. Ma non posso dimenticare i loro occhi pieni di paura e sgomento, la loro condizione che li mostra privi di tuto, avendo abbandonato la loro terra, la loro casa e, talvolta, anche la famiglia.
Certo il dialogo non significa omologazione, ma, semmai, confronto che porta a chiarire meglio la bellezza e la profondità della propria fede, ciò che accomuna e ciò che diversifica ma senza creare muri, bensì ponti che permettano una pacifica convivenza, nel rispetto reciproco. Anzi, la diversità può essere motivo di arricchimento se ciascuno sa donare ciò che possiede e ricevere ciò che di positivo ha l’altro. Nessuno si nasconde che si tratta di una sfida impegnativa e faticosa: sta a noi renderla positiva e ricca di conseguenze favorevoli.
Noi cristiani europei, e non, dobbiamo recuperare il senso del sacro, le nostre radici; riappropriarci della bellezza del messaggio evangelico che ci parla di un Dio che è Amore e Misericordia, che ci ha tanto amati da farsi uomo e dare la vita per noi. Recuperare una cultura meno disarticolata da Dio che ha prodotto civiltà e riconoscimento di diritti umani fondamentali, di cui andare orgogliosi.
Il mondo islamico, da parte sua, possiede una fede più robusta, essendo Dio presente in tutti i momenti della sua vita e un forte senso comunitario e di appartenenza che fa sentire tutti uniti e solidali. Deve, però, con maggior chiarezza, fare critica ed espellere senza riserve dal vero Islam tutti coloro, iman, sceicchi, ayatollah…, che hanno compiuto una errata interpretazione del Corano e continuano a istigare i giovani alla violenza, anche tramite la ‘rete’ e i moderni mezzi di comunicazione. Inoltre appare necessaria una rivisitazione della legge coranica, la shari’a, che affronti con apertura i problemi del mondo moderno e soprattutto la condizione della donna.
Sapremo superare queste sfide? Ciò che mi pare occorra sottolineare con forza è che non vi è altra via se non quella del dialogo per garantire una convivenza pacifica e un futuro di pace per tutto il mondo e soprattutto per le nuove generazioni.



  Le bacche di San Giuseppe
di Paola G. Vitale



Ossia, gli oleandri. Ricordo il sagrato di S. Caterina a Livorno, ove c’era sempre, nella festa di San Giuseppe, un venditore di rami intagliati e decorati che il mio babbo non mancava di comperare prima di entrare in chiesa.
Erano rami di oleandro, che contengono un latte un po’ velenoso per cui, guai a toccarsi se avevamo tenuto il rametto!
Ad ogni modo l’oleandro, qua a Luni Mare, è un vero e proprio segnatempo. Quando ho visto un fiore aperto sulla pianta, nei numerosi alberelli di Viale Togliatti e Piazza della Repubblica, mi sono ricordata che era il promo giorno di Giugno, dato che avevo appena voltato la pagina del calendario. In pochi giorni sono tutti in piena fioritura e allora… andiamo verso l’estate, che il caldo di San Pietro Apostolo non ha mai fatto mancare.
Grazie, Signore, che ci doni l’estate e… Buon mare a tutti!



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