N° 3 - Marzo 2010
I nostri poeti
  Anch'io
di Padre Maurilio


 

 

 

 

 

 

 

 

Sono insieme a quelli delle tenebre

che hanno potestà,

o Re flagellato,

che ti coroni di spine.

 

C’è anche la mia voce

nella tua condanna.

Ed io rintraccio in me il percorso della morte

 dell’Uomo e di Dio.

 

E’ il grido subsannante

sulla verità; metamorfosi

di sogno primordiale, di miti barbarici,

esaltazione iperbolica del nulla umano.

 

Mentre ti ripresenti

 vulnerabile,

il seme di Caino

t’indica il Calvario.

 

 

  Inverno
di Ugo Ventura


 
 
 
 
 
 
 
 

 

 

Tra lampi e tuoni

Ti presenti

E cospargi la terra

D’acqua e fango.

 

Porti tristezza e malinconia,

Miseria ed apprensione

Nei poveri senza casa.

 

Hai pochi frutti, sotterri i fiori,

Spogli gli alberelli

Col tuo vento irrequieto.

 

Solo il caminetto ardente

riunisce la famiglia

In un parlare antico,

Fra una carezza dolce ed un bicchier di vino.

 

 

 

 
 
 
 
  La casa dell'amata
di Ceccardo Roccatagliata Ceccardi


 
 
 

 

 

Da ‘Il libro dei frammenti’.

 

            Questo ‘frammento’ evoca la figura di Gemma, ragazza infelicemente amata da Ceccardo. Il paesaggio amato (Ortonovo e via via il panorama che si distende fino al mar toscano) acquista una profonda virtù confortatrice, permette all’uomo maturato dal dolore di non negarsi la possibilità di rivivere le vie di gioventù piane e fiorite, non ancora di ruggine ròse.

METRO: quartine di endecasillabi (ABBA, CDDC, etc.).

 

 

 

 

O casa, cui s’abbraccia, alta la vite,

e dentro un oppio1) verde amante, guata

casa ove ascende la mia dolce amata

le vie di gioventù piane e fiorite

 

     (e a torno è grande pian lunigiano

isole di verzura solatie

fra l’oro de’ maggesi e le pratìe

lande di Marinella2) al mar toscano).

 

O casa, dimmi: ti rammenti ancora

del vecchio sognator, superbo re,

che i dolci sogni, rose dell’aurora

a spampanare, un dì triste, cedé:

 

e fatto il mal cercò come un bambino

che teme mamma di raccorli insieme

con un poco di refe e un po’ di speme,

ma si punse la man con qualche spino?

 

 

 

                                                                                                

 

 

 

1)       Acero campestre.

2)       Località marina in Comune di Sarzana.

 

Dal libro ‘Questa di castelli nobil terra’ a cura di Lorenzo Vincenti.

 

 

 

 

  La Scapuciata
di Mario Orlandi


 

 

 

 

 

‘N dolor forto,

come d’n brogno chi sproche,

i m’è ‘ntrà ‘n t’l coro

ala scapuciata ‘n t’l Pianè.

 

Con la man a str’ngeve

‘l diton scapoch’à,

a bufev svelto su ‘n t d’ungh’a

ma a’n piangeve.

 

‘L sango i n’m’ fev paura,

ma d’ungh’a alzà

la m’ fev p’nsare

d’star di dì senza giogare.

 

  P’r la guarscion la riceta senza esitazion:

prima ho lavà ‘l diton con d’acqua,

po’ a gò piscià addosso

e ho ferm ‘l sango col polv’ron.

 

 

                                                          Mario Orlandi

 

 

 

 

LA SCAPPUCCIATA (L’INCIAMPATA)- Un dolore forte, come d’un foruncolo che s’apre, m’è entrato nel cuore all’inciampata nel Pianello. Con la mano stringevo il ditone (alluce) scapocchiato, soffiavo svelto sull’unghia ma non piangevo. Il sangue non mi faceva paura, ma l’unghia alzata mi faceva pensare di rimanere qualche giorno senza giocare. Per la guarigione la ricetta senza esitazione: prima ho lavato il ditone con l’acqua, poi gli ho fatto la piscia addosso e ho fermato il sangue col polverone.

 

 

 

 

  Il tuo sorriso
di M.G.Perroni Lorenzini


 

 

 

 

 

 

 

 

Presto non vedrò più.

Ma, se potrò portare,

nel buio che m’attende,il tuo sorriso:

 

balenerà una luce nel mio cuore,

usbergo scintillante

alla mia pena…

 

Eppure so

Che lo strazio più grande

Sarà di non sapere

 

Se ancora,

 o quando,

mi sorriderai.

 


  PLENILUNIO D’ESTATE
di M.G.Perroni Lorenzini


 

 

 

Il giorno,

Allegro bimbo,

Abbassa le sue palpebre rosate,

Ed è subito notte,

Vegliata

Con amore

Dalla luna;

Che è compagna importuna,

In questa sera,

Al mio cieco andare.

Eppure, un tempo

Io la sapevo amica!

 

 

 

  VIENI
di N.N.


 

 

 

 

 

 

Eccomi inginocchiato

Davanti al tuo altare.

 

Io sono polvere e cenere,

Io sono colpa e peccato…

 

Come potrò parlare a Te, Signore,

Accostarmi alla tua mensa,

 

Ricevere la tua divina Maestà in me?

Tu richiedi un cuore puro, umile:

 

Io ti porto un cuore superficiale, pieno di peccati, freddo…

Ma se Tu non vieni in me,

 

Che cosa sarà di me?

Vieni, Signore Gesù,

 

Non guardare i miei peccati:

Perdonami e fammi nuovo. 

 

 

 

 

  L’ALBA
di Berny


 

 

 

 

E’ l’alba! (non la Parietti)

Riesce a dar gioia

agli uomini con i collari stretti.

 

C’è chi non la vede

perché nella notte ha incontrato

la luce della sua fede.

 

C’è chi l’assapora da fermo,

bevendo caffé

e succo di pompelmo.

 

C’è chi ha finito,

sbadiglia

e se ne va dritto.

 

E c’è, come me,

chi non ha ancora capito

che la tenue luce

 

annuncia l’uniforme bagliore,

fino alla nascita

di un magnifico sole.

 

 

 

09/08/2009, da un letto d’ospedale          Berny

 

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