N° 1 - Gennaio 2010
I nostri poeti
  Un Natale solitario
di M.G. Perroni e C. Lorenzini


 


 

 

UN  NATALE  SOLITARIO

 

Tra pochi giorni arriverà il Natale.

Sarà per noi un Natale solitario:

l’inferma da accudire, ogni momento;

i figli in Baviera, per lavoro:

“Tanti auguri e un abbraccio”, virtuale;

i parenti, lontani, per telefono;

il segno di un presepe, in terracotta;

l’albero? no, ci basterà una stella;

un pranzo semplicissimo e poi, forse,

torrone ed un bicchiere di spumante;

e, dopo, il quieto scorrere del tempo

(molti i silenzi e rare le parole)

incontro a sera, qui, nella campagna,

vestita del suo abito d’inverno.

Il Natale che viene sarà, certo,

un Natale in sordina, solitario;

ma son sicura che non sarà triste.

Sarà, per me, sereno, confortevole;

perché, se non possiamo averne un altro,

so che tu vuoi dividerlo con me.

                                                                                             Maria Giovanna

 

 

LE MIE PASTICCHE E IL TUO SORRISO

 

         Mia cara Nanna.

Prima una pasticca di Mirapexin; poi mezza pasticca di Sinemet. Era circa il mezzogiorno del dodici di dicembre di questo anno 2005. Ed eravamo nella sala d’aspetto della stazione di Piacenza. Reduci dai nostri ‘successi’ letterari. Prima di mangiare il nostro panino in attesa del treno per il ritorno. Io, ormai in crisi di astinenza, prendevo le mie pasticche, che hanno il compito ormai di sostituire le funzioni di certe mie cellule cerebrali che sono uscite un po’ matte. Tu eri seduta accanto a me. Ed eravamo rivolti l’uno verso l’altra. Tu, per agevolare i miei incerti movimenti, tenevi in mano la bottiglietta dell’acqua opportunamente stappata e me la porgevi ad ogni mia assunzione di pasticca. Un sorso ogni volta.

         E, seduta accanto a me, rivolta verso di me, mi guardavi nella mia stanchezza e nella mia malattia e nella mia incertezza dei movimenti. E mi sorridevi. E avevi negli occhi, quei tuoi occhi che ormai anche loro fanno i matti come le mie cellule cerebrali, avevi negli occhi la luce di chi guarda una cosa preziosa e bella. E anch’io ti guardavo come una cosa preziosa e bella. E pensavo al tuo cuore, quel tuo cuore grande di poeta, che ha saputo dare i pensieri e i ritmi del nostro ‘Natale solitario’, la poesia premiata al concorso.

         E ti ho fissata così nella mia mente e nel mio cuore, mentre ogni volta mi davi l’acqua, in quella tua attitudine piena di grazia femminile e di premurosa affezione, piena di bellezza. Ed è una delle immagini di te, ma sono tante e tutte care, che porterò nel mio cuore nei giorni della mia vita. Grazie.

                                                                                                    Carlo

 

 

 

 

  La pegora al castron
di Mario Orlandi


 

 

 

LA PEGORA AL CASTRON

 

Quand a portev la pegora al castron

lasù da Mario d’ Scimonch’on,

a’v semp’r ‘n po’ paura

che arconosc’rla fus dura.

Ala coa, propi ‘n fondo,

a gav atacà ‘n fiocheto

e, senza che nisciun m’ v’deve,

d’ la pegora a controleve

ben ben ‘l daldreto.

‘Na matina che forci a tent’nev ‘n po’,

arpens che Mario d’ Scimonch’on

i m’ha dì svelto, senza esitazion:

“Va tranquillo, la pegora gh’è la toa:

i’n s’vede, ma la gh’a ‘l fioco a la coa”.

 

 

 

LA PECORA AL CASTRONE- Quando portavo la pecora al castrone, lassù da Mario (Andreani) di Simone (in via Monte dei Frati), avevo sempre un po’ paura che riconoscerla fosse duro. Alla coda, proprio in fondo, avevo attaccato un fiocchetto e, senza che nessuno mi vedesse, della pecora controllavo ben bene il didietro. Una mattina che forse tentennavo un po’, ripenso che Mario di Simone m’ha detto svelto, senza esitazione: “Va tranquillo, la pecora è la tua: non si vede, ma ha il fiocco alla coda.

 

 

 

 

                                                                                                                       

  Sei nato
di Padre Maurilio Montefiori


 

 

Sei nato!

Ce l’hanno detto gli angeli.

Il coro cantava

intrecciando

ritmi con le stelle.

Era un canto di gloria

ma tu vagivi nell’ombra.

Solo un piccolo fuoco

rischiarava

la tiepida stalla.

Noi cercavamo da sempre

nell’angoscia trepidante

di chi si è smarrito e non vede

il tuo volto divino.

Ma esso sfuggiva

abbagliante

temibile

lontano!

Cercavamo l’Adonai

il Grande

e veniva a noi

il tuo scandalo

 di onnipotente

umiliato

preso per mano

Bimbo

indifeso

incapace.

Ma poi conoscemmo

un Dio che sorride.

 

 

  Vendemmia celeste
di Ceccardo Roccatagliata Ceccardi


 

 

 

 

         Composto a Ortonovo nel 1898, questo sonetto conferma la decisa presenza nella poesia di Ceccardo del modello pascoliano (quello delle Myricae) e carducciano (evidente nel verso conclusivo). Ma ancor più conferma un certo profondo gusto simbolistico (i sette buoi) che sembra travestire di inevitabile antichissimo mistero l’evidenza di un paesaggio da sempre familiare, anzi denso di memorie e affetti.

Metro: sonetto (ABAB, ABAB, CDC, EDE).

 

 

 

Su grandi alberi azzurri l’autunnale

notte in ciel volve tralci d’astri e spoglie

d’oro, e per aie d’incantato opale

in luccicanti pergole li accoglie.

 

Rote di spirti elìsei su l’ale

posano: e quinci levasi tra foglie

e grappi(1) un nimbo, in lucida spirale

gli alberi gira, la vendemmia coglie.

 

Quindi un coro balena. Ed a l’umana

parvenza un favillìo silenzioso

di chicchi piove. E già di tramontana

 

i sette buoi(2) col vomere d’argento

s’apprestano a solcar pel verno acquoso

l’antichissimo pian del firmamento.

 

 

 

1) grappoli

2) il termine Settentrione deriva dai septem triones cioè i sette buoi (le stelle dell’Orsa Maggiore).

 

 

 

 

  Piove
di Berni


 

 

Piove! Su tutto,

Lungo il canale,

cade inesorabile in modo casuale.

Sorprende chi non è

stato previdente.

Annulla man mano

i programmi dei milanesi

venuti da Paterno Dugnano.

Le gocce scorrono,

si uniscono

confluiscono,

creano rigoli:

miniature dagl’immensi fiordi

che esistono in natura…

Gocce che piacciono ai veicoli

Che con i tergi

Salutano i bimbi più piccoli.

                                                  

08.08.2009 - Da un letto d’ospedale

 

 

 

  Nel rosso del tramonto
di M.G.Perroni Lorenzini


 

 

Nel rosso del tramonto,

A mani in croce,

Io ricontemplo

L’ombra

Del passato,

Che ha impresso

Dentro me

Sì lunga scia.

Allor, sgomenta:

Il sole

Ormai declina:

Vorrei piangere,

E mormoro preghiere;

Che sappia

Attender

La mia notte

In pace.

 

 

                                   .

  La voce della riconoscenza
di Giuseppe De Paduanis-Norma Fumarola


 

 

 

A Te, Signore,

Ho offerto il mio dolore

Perché diventasse supplica

E preghiera d’amore.

A te, dottore,

Ho raccontato il mio dolore.

Con fiducia e speranza

Ho chiesto

Cure e tanto amore.

A te, infermiere,

Ho confidato il mio dolore.

Con te ho condiviso

Frammenti della mia vita

Per evadere da quell’angoscia

Che mi attanagliava il cuore.

A te, generoso volontario,

Ho parlato del mio dolore,

Delle mie paure, dei miei bisogni.

Il tuo gratuito aiuto

Uno spiraglio di luce

Ha acceso ai miei tormenti.

A te, adorata moglie,

Ho sussurrato il mio dolore.

Al mio fianco sei sempre stata;

Il tuo sorriso

La speranza ha fatto rifiorire

Ogni volta

 Che mi sentivo morire.

GRAZIE,

Perché mi avete ascoltato,

Amorevolmente mi avete curato,

Rispettato, accompagnato,

Aiutato a vivere

Con silenziosa dignità

La mia nuova condizione di malato.

 

 

 

 

  Denaro
di Adriana Polla Luciani


 

 

Denaro:

Ti odio

Per quello che la tua potenza

Distrugge.

 

Denaro:

Ti amo

Per quello che la tua potenza

Dona

 

 

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