N° 9 - Novembre 2009
Spiritualità
  7 Paolo : Le lettere pastorali
di Antonio Ratti


 

 

7      PAOLO :  LE  LETTERE  PASTORALI

 

     Continuando a parlare di Paolo, vorrei richiamare l’attenzione sulle tre Lettere pastorali. Siamo nell’anno sacerdotale che Benedetto XVI ha inteso indire per puntualizzare la figura del sacerdote ordinato e consacrato a dare testimonianza del progetto salvifico di Dio attraverso Gesù Cristo e a educare le comunità dei credenti nell’operare quotidiano verso l’obiettivo finale.

      Paolo con logica ferrea esorta i suoi collaboratori Timoteo e Tito  - ma il discorso non è solo per loro -  ad attuare i suoi suggerimenti , sempre pratici, concreti e mirati sul problema, al fine di guidare in modo corretto e in assoluta fedeltà alla Parola di Gesù il popolo di Dio a loro affidato.

In questa prospettiva Paolo alterna istruzioni per l’ordinamento e la guida della Chiesa, indicazioni sui criteri di scelta dei collaboratori ( diaconi, presbiteri, episcopi ), sulla denuncia e l’emarginazione dei falsi apostoli, su affermazioni teologiche dalle quali trova giustificazione e valore assoluto tutto il progetto-dono salvifico, che si può riassumere in una sola parola: il Risorto, riferendosi, naturalmente, a Gesù, l’uomo-Dio in grado di sconfiggere la morte a garanzia del suo messaggio di Grazia.

    Con stile asciutto ed essenziale, che denota chiarezza di idee e di contenuti, disegna il concetto di Chiesa, del suo ruolo esclusivo di testimone di Cristo, indica l’organizzazione gerarchica necessaria a tenere unito e a far crescere nella fede e nel numero il popolo dei credenti, stimola a riconoscere e isolare i falsi maestri, nemici subdoli della Verità proclamata da Gesù, esorta alla fedeltà a Cristo, unico strumento di salvezza e di vita eterna.

     A volte il suo dialogare può suscitare la sensazione di durezza e presunzione, in realtà è fermezza e consapevolezza  del ruolo cui Gesù lo ha personalmente chiamato sulla via di Damasco.

     Paolo vive questa realtà con dedizione assoluta nella certezza che sia l’unica via percorribile a dare senso e valore alla sua esistenza, ma è anche intimorito dall’idea di deludere chi lo ha tanto privilegiato nel volerlo testimone e apostolo “di rottura” nel variegato e difficile mondo pagano. Questa condizione psicologica ha il potere di centuplicare la resistenza fisica e l’attività del laboratorio mentale e spirituale protesa a diffondere, a salvaguardare il dono della fede e ad irrobustire la Chiesa dettando le regole per il corretto funzionamento delle comunità.

     La datazione e l’attribuzione certa a Paolo sono argomenti dibattuti, soprattutto da chi si preoccupa delle presunte diversità di stile più che dei contenuti. Per costoro le tre Lettere pastorali sarebbero le più indiziate ad essere missive di un discepolo che si è firmato col nome dell’Apostolo.

     A prescindere che una lettera non è un’opera letteraria destinata alla pubblicazione o ad una vasta platea di lettori e che è legata alle situazioni contingenti che condizionano il modo di scrivere, dal 100 d.C. il corpus paolino comprende tutte e tredici le lettere, ovvero manca ogni possibile testimonianza che qualcuna possa essere stata aggiunta. Inoltre in quel periodo non era ancora diffusa la pseudo-epigrafia, cioè, l’artificio letterario di scrivere e attribuire lo scritto ad un personaggio famoso o importante. Infine, bisogna sottolineare che le lettere erano redatte da uno scriba, che non era sempre il medesimo.

     Disquisire sull’autenticità, prediligendo la grammatica e la sintassi ai contenuti, potrebbe sembrare una forzatura da studiosi, dunque vale la pena accogliere in toto la paternità paolina delle sue lettere.

     Per la datazione è necessario ricorrere e affidarsi a informazioni  indirette legate agli spostamenti di Paolo citati dagli Atti degli Apostoli dell’evangelista Luca. Da essi si deduce che per 15 - 18 mesi, tra la fine del 55 d.C. e l’inizio del 57, Paolo, lasciata Efeso, si sia trattenuto in Macedonia con una puntata anche in Illiria ( sull’Adriatico ) dove era già stato in precedenza. Dall’Illiria nel 56 scrive a Timoteo e a Tito, i due collaboratori ora impegnati da soli in incarichi importanti e impegnativi: Timoteo a Efeso e Tito, dopo Corinto, a Creta.

     Le preoccupazioni pratiche che emergono da queste due lettere ( es.: le istruzioni per le vedove e i falsi maestri ) sembrerebbero distrarre Paolo dal suo spirito di evangelizzatore, ma, da esperto fondatore di comunità cristiane, sa bene che all’inizio è indispensabile una guida dotata di senso pratico, polso fermo, credibilità indiscussa e leadership riconosciuta.
     Anche la concisione del linguaggio si presta a dare istruzioni precise ai due colleghi fidati.

     Diversa è l’atmosfera che si respira nella seconda lettera a Timoteo ( fine 60 d.C.). Paolo è detenuto in carcere a Roma in attesa della sentenza che non può che essere una sola. Ritenuta l’ultima lettera di Paolo che sente prossima la fine, è il suo testamento spirituale, il discorso dell’addio nel quale alterna ricordi autobiografici all’istruzione del pastore ideale, alla motivazione cristologica, alla logica del mistero pasquale, fulcro del progetto di salvezza.

     A Paolo, ormai,  non resta che affidarsi all’onestà intellettuale e spirituale dei suoi fedeli collaboratori, perché la sua opera di missionario del Risorto non si disperda, anzi, dal ricordo del suo operare si tragga sempre nuovo vigore e nuove energie. (continua )

 

                                                Antonio Ratti

 

 

 

  Gli Ebrei - Il congedo dal mondo
di Antonio Ratti


 

Freud affermava che il popolo ebraico è l’unico che non abbia mai cercato di costruire una “fabbrica delle illusioni” per darsi una continuità esistenziale anche dopo la morte. In realtà nel credo ebraico solo il vivente può e deve lodare il Signore che ha creato la Terra e vi ha posto l’uomo dal quale vuole essere lodato. Nell’ebraismo antico la vita è il bene massimo e la longevità un segno della benevolenza divina e ciò spiega come nella Bibbia si attribuisca ad Abramo, Noè e Matusalemme un’esistenza quasi millenaria. Il modo per garantire la continuità della vita è la procreazione, è la famiglia numerosa allietata da tanti figli e nipoti, mentre la sterilità e la mancanza di figli è sempre stata ritenuta una disgrazia e una punizione divina.   Fin dall’inizio della storia ebraica sono noti gli esempi di donne che hanno rivolto insistenti preghiere al Signore per godere  la gioia della maternità, come Sara e Rachele; senza la maternità le loro esistenze sarebbero state senza valore.

          La dottrina ebraica sull’oltretomba non è né organica, né unanime. Nella letteratura rabbinica si parla di gan eden e di gehinnom identificabili come cielo e inferno, ma la parola shamàyim che in ebraico vuol dire specificamente “cielo” non è mai utilizzata.  Maimonide, filosofo del XII sec.d.C. (vedi par.10), sosteneva che all’uomo non è data la possibilità di intuire la vera natura della beatitudine celeste esattamente come al cieco non è data la possibilità di afferrare la natura del colore. I dotti medioevali disquisivano se cielo e inferno  dovessero intendersi in senso spirituale o anche materiale, per cui i primi non parlavano del “giusto” che sale al cielo, ma del “giusto” che diventa cielo, mentre i secondi concepivano il cielo come una specie di accademia celeste dove i giusti approfondiscono la Torah direttamente con Dio. Per il giudaismo l’idea di una punizione eterna è inconciliabile con la giustizia e la compassione divina. La tesi prevalente è che dopo la morte la punizione allunghi all’anima il rimorso che dovrebbe essere forte già nel corso della vita. Nel Mishnah (vedi par. 9: Talmud) si afferma che al malvagio viene assegnata una pena di dodici mesi e ciò spiega perché la prescritta e quotidiana recita del Qaddish per il lutto s’interrompe dopo l’undicesimo mese.

   Da quanto detto si evince che per l’ebreo la vita terrena è il vero grande dono che la benevolenza divina gli ha offerto, il resto ha un valore relativo che non vale la pena di approfondire, ma accettare così come ha stabilito il Creatore senza porsi troppe domande. (vedi par.12 : chassidismo). La persona che si sente prossima alla fine vuole i familiari accanto a sé per confessare le proprie colpe  e chiederne perdono. Alla fine recita lo Shemà (Atto di fede): “Ascolta, Israele, il Signore è nostro Dio, il Signore è uno…” (vedi par. 16).  La salma viene deposta nella tomba in una bara di legno grezzo o direttamente in terra avvolta da un lenzuolo, perché ridiventi polvere al più presto. In ogni caso la sepoltura deve avvenire con la massima rapidità. In Israele non è raro osservare funerali nei quali i partecipanti seguono il feretro correndo. La partecipazione al lutto e al funerale è un obbligo per tutti coloro che hanno conosciuto e avuto rapporti con il defunto. L’ortodossia ebraica vieta la sepoltura in loculi sopraelevati e la cremazione. I congiunti tornati a casa lacerano simbolicamente un indumento personale del defunto e si attengono a un lutto rigoroso per una settimana (shivà), durante il quale evitano di uscire e ricevono le visite di condoglianze seduti su panchettini addossati alla parete. Al cibo provvedono i vicini o gli amici. Nei trenta giorni successivi (sheloshim) si riprendono le normali attività astenendosi, però, da ogni forma di svago. Si recitano quotidianamente, almeno per dieci mesi, determinate preghiere come il Qaddish, antico inno in aramaico  che santifica Dio e chiede la venuta del suo regno.

         Era tradizione presso le comunità saferdite (ebrei spagnoli) la preparazione del “sudario”. La persona, raggiunta una certa età, si faceva confezionare su misura il sudario, rigorosamente bianco (in Turchia era un abito bianco vero e proprio) in cui sarebbe stata avvolta per la sepoltura. Questa decisione, che aveva il duplice scopo di rispettare la tradizione e di evitare certe incombenze agli addolorati familiari, era ufficializzata e resa pubblica con festeggiamenti cui partecipavano parenti ed amici.  Oltre al fattore scaramantico che allunga la vita, anche in questo caso, si  voleva sottolineare il primato della vita e la necessità di pensare alla morte con serenità come ad un evento naturale che fa parte del ciclo vitale e, quindi, inevitabile.

22)    Conclusione

  

         Durante la lettura di queste note con automatismo istintivo dovremmo avere avvertito, di volta in volta, ciò che unisce e ciò che divide; in sostanza, le differenze, le concordanze e le somiglianze apparenti o reali, tra la cultura e il pensiero ebraici e quelli cristiani.

         Intendere l’uomo, la vita e la creazione in funzione della volontà del Dio dell’alleanza e, quindi, il pieno e fiducioso affidamento a Lui, è senz’altro l’affinità più profonda che lega le due fedi. Le differenze sostanziali sono solchi profondi ed incolmabili.

         Per l’ebreo la vita terrena è il sommo bene che Dio ha donato all’uomo.Per il cristiano la vita terrena è un percorso transitorio [per qualcuno “una valle di lacrime”]  di scelta e di preparazione alla vera esistenza che è nell’eternità. L’ebreo ha nemici da sconfiggere con il concreto apporto del Dio di Abramo “terribile e tremendo”, più etnico che universale [Come nell’omerica guerra di Troia, dove Giunone era spesso sulla biga di Ettore e Teti  su quella del figlio Achille a dar loro sostegno]. 

         “Il mio regno non è di questo mondo” non si stancava di ripetere Gesù, dando un taglio netto tra sé e il messia atteso dagli Ebrei. Lo capirono presto anche gli Apostoli e la Chiesa nascente, quando nel “Concilio di Gerusalemme” (50 d.C.) , guidati da Paolo e Pietro, affermarono senza incertezze che Gesù era il Messia delle Scritture e che il suo messaggio di salvezza era patrimonio di tutti gli uomini senza distinzione alcuna e non soltanto d’ Israele. Avendo compreso, per opera dello Spirito Santo, il compito al quale erano stati chiamati, non sorprendono la carica e lo spirito missionario che animarono quei nostri lontani confratelli nella fede, del tutto assenti, invece, nel popolo ebraico.

         Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate come io vi ho amato”, diceva Gesù. Il comandamento è veramente nuovo e distintivo, perché dall’età della Legge, perno dell’alleanza di sottomissione tra Dio e l’uomo, si passa all’età dell’amore, ad una fede in Dio imperniata su un rapporto di amore, qual è tra padre e figlio, seppure resti la sottomissione della creatura al suo Creatore.    Non più, quindi, un Dio che per imporsi e far comprendere la propria onnipotenza, chiede al padre il sacrificio deI figlio Isacco , ma un Dio caritas che offre Lui in sacrificio il proprio Figlio e in dono una grande guida speciale, lo Spirito Santo, che ricordi  costantemente “tutto ciò che io vi ho detto.”

         In conclusione, ci troviamo di fronte, da una parte, ad una fede della Tradizione nella Tradizione storica, legata alla realtà terrena, dall’altra parte, ad una fede in un progetto di salvezza tutto proteso fuori del tempo terreno. Con tutto il rispetto dovuto per i nostri fratelli maggiori, la differenza non è di poco conto.

 

                                                                        Antonio Ratti 

  Il primo sabato a Airola
di Paola G. Vitale


 

IL PRIMO SABATO A AIROLA

 

Un coro soavissimo ha accompagnato la celebrazione, al momento della presentazione delle offerte: sembrava lieve come il fruscio delle acque del torrente che abbiamo passato sul ponticello e abbiamo scorto per lungo tratto, sulla sinistra del sentiero di salita al Santuario. Molto incanto dovunque: nelle antiche case, nel profumo freschissimo del bosco fiorito, nel piazzale ben preparato e organizzato prospiciente il Santuario. Tutto ha parlato di devozione autentica.

A sinistra dell’entrata, S. Antonio adora con slancio Gesù Bambino che appare raggiante. A destra, un’immagine (non so se in legno o gesso) di S. Giacomo (o Jacopo) pellegrino. In fronte, sopra l’altare armonioso e non povero, il bel quadro di Maria. L’intensa emozione tra lo sguardo del Bambino e lo sguardo della Madre, ci porta a contemplare il grande mistero che Essi stanno vivendo nell’anima. Con il vescovo Francesco, col vescovo emerito Bassano, coi seminaristi e  numerosi parroci abbiamo pregato in vero silenzio, nonostante il grande afflusso di pellegrini.

A conclusione, la comunità ospitante ha donato la bella immagine in quadro, ai vescovi presenti, facendo gli auguri a monsignor Francesco, dato che domani, domenica, ricorre proprio la festa di S. Francesco. Abbiamo fatto la discesa a piedi, fino al pulmino.

Dimenticavo. Prima di andare via, ho scorto la fontana, sormontata dalla miracolosa immagine in marmo; a lato c'erano numerosi bicchieri in  plastica; ne ho presi e riempiti due: uno per me e l’altro per offrirlo. Era buonissima e freschissima, quell’acqua sorgiva.

Una danza di lode non basterebbe per ringraziare!

 

  Parole di vita
di Chiara Lubich


 

 

“Con la vostra perseveranza salverete le vostre anime” (Lc 21,19).

         “Perseveranza”. E’ questa la traduzione della parola originale greca, la quale però è ricca di contenuto: include anche pazienza, costanza, resistenza, fiducia.

         La perseveranza è necessaria e indispensabile quando si soffre, quando si è tentati, quando si è portati allo scoraggiamento, quando si è perseguitati. Penso che anche tu ti sia trovato in almeno  una di queste circostanze ed abbia sperimentato che, senza perseveranza, avresti potuto soccombere. A volte forse hai ceduto. Ora magari, proprio in questo momento, ti trovi immerso in qualcuna di queste dolorose situazioni.

Ebbene, che fare? Riprenditi e… persevera. Altrimenti il nome di “cristiano” non ti si addice. Lo sai: chi vuol seguire Cristo deve prendere ogni giorno la sua croce, deve amare, almeno con la volontà, il dolore. La vocazione cristiana è una vocazione alla perseveranza.

         Paolo, l’apostolo, mostra alla comunità la sua perseveranza come segno di autenticità cristiana. E non teme di metterla sul piano dei miracoli. Se si ama la croce poi e si persevera si potrà seguire Cristo che è in Cielo e quindi salvarsi.

“Con la vostra perseveranza salverete le vostre anime”.

         Si possono distinguere due categorie di persone: quelle che sentono l’invito ad essere veri cristiani, ma questo invito cade nelle loro anime come il seme su una pietraia. Tanto entusiasmo, simile a fuoco di paglia, e poi non rimane nulla. Le seconde invece accolgono l’invito, come un buon terreno accoglie il seme. E la vita cristiana germoglia, cresce, supera difficoltà, resiste alle bufere. Queste hanno la perseveranza e… “con la vostra perseveranza salverete le vostre anime”.

         Naturalmente, se vuoi perseverare non ti basterà appoggiarti solo sulle tue forze. Ti occorrerà l’aiuto di Dio. Paolo chiama Dio: “Il Dio della perseveranza”. E’ a Lui dunque che devi chiederla ed Egli te la darà. Perché se sei cristiano, non ti può bastare l’essere stato battezzato o qualche sporadica pratica di culto e di carità. Ti occorrerà crescere come cristiano. E ogni crescita, in campo spirituale, non può avvenire se non in mezzo alle prove, ai dolori, agli ostacoli, alle battaglie.

         C’è chi sa perseverare per davvero: è colui che ama. L’amore non vede ostacoli, non vede difficoltà, non vede sacrifici..E la perseveranza è l’amore provato. Maria è la donna della perseveranza. Chiedi a Dio che ti accenda nel cuore l’amore per Lui; e la perseveranza, in tutte le difficoltà della vita, ti verrà di conseguenza, e con essa avrai salvato l’anima tua.

“Con la vostra perseveranza salverete le vostre anime.

         Ma c’è di più. La perseveranza è contagiosa. Chi è perseverante incoraggia anche gli altri ad andare fino in fondo. Puntiamo in alto. Abbiamo una sola vita e breve anche questa. Stringiamo i denti giorno dopo giorno, affrontiamo una difficoltà dietro l’altra per seguire Cristo… e salveremo le nostre anime.

 

 

 

  I Vangeli di novembre
di Una mamma


 

 

 

1 Novembre: Tutti i Santi  Mt 5,1-12

 

Ricordo che, qualche tempo fa,durante una lezione di catechismo ,mentre parlavo dell’umanità di Gesù una bambina mi chiese:”Ma Gesù sognava come noi?”. Devo confessare che la domanda mi stupì:non avevo mai pensato ai sogni di Gesù. Allora risposi che certamente Egli sognava e che il Suo sogno più grande era che tutti gli uomini fossero santi!Oggi è la festa del sogno del Messia.

Riflettendo sulle figure dei Santi,spesso ci capita di considerarli personaggi così eccezionali,così straordinari  da sembrare irraggiungibili. Se poi guardiamo ai loro carismi e alle loro vite esemplari non possiamo che sentirci inadeguati,limitati e molto lontani dalla via della santità,concludendo che essa sia al di là delle nostre possibilità.

Le letture di oggi ci offrono l’occasione per scoprire che la vocazione alla santità non è la prerogativa dei fuori classe della fede:la santità è un dovere per tutti.

E’ la vocazione fondamentale di  ogni uomo,di ogni figlio di Dio che porta in sé,da sempre ed impressa come un sigillo,la Sua immagine di Santità. La Santità è la somiglianza al Padre che non vuole la  Beatitudine per Sé,ma per i suoi figli. I Santi sono quella moltitudine di uomini e di donne che un giorno Gesù chiamò Beati.

“Beati i poveri in spirito…gli afflitti…i miti…quelli che hanno fame e sete di giustizia…i misericordiosi…i puri di cuore…gli operatori di pace…i perseguitati a causa della giustizia e della fede…” La via stretta della Santità è la via della Povertà e del Sacrificio, della Non-violenza e della Giustizia, della Misericordia e del Perdono, della Pace e del Servizio, della Fede di chi si abbandona a Dio, ne coglie l’Amore e Lo riama nel prossimo.I Santi sono coloro che hanno risposto e rispondono generosamente alla chiamata di Gesù seguendo l’esempio delle Beatitudini , protesi alla Felicità più autentica del Regno dei cieli.

 

 

8 Novembre: XXXII Domenica del Tempo ordinario (anno B) Mt 12,38-44

 

Protagonista del Vangelo di oggi è una povera vedova.

Se la vedovanza già rappresenta uno stato di perdita d’affetto, di grande dolore ,di disperazio-ne,restare vedova  al tempo di Gesù è particolarmente drammatico. Relegata ai margini della vita sociale,sola e senza nessuno che la protegga,la vedova è spesso costretta a mendicare per vivere Quel giorno Gesù è al tempio e osserva  i farisei e i ricchi notabili della città che donano  offerte consistenti sapendo e sperando di essere visti e di ottenere così pubblico riconoscimento per tanta generosità. Poi il Rabbi vede arrivare una povera vedova che procede lentamente,col capo chino,in silenzio e senza farsi notare. Si avvicina all’ultima cassetta,quella delle piccolo offerte e,quasi furtivamente, lascia scivolare due monetine,le uniche che possedeva ,il suo “tesoro”.

Il sacerdote non si accorge di lei:il suo umile gesto non fa notizia La vede il Figlio di Dio poichè nulla sfugge a chi sa leggere nel cuore dell’uomo. Allora Gesù richiama su di lei l’attenzione dei discepoli indicandola come esempio di Umiltà,Amore e Fede autentica. La vedova offre al Tempio,perciò a Dio stesso,tutto quanto ha per vivere,dona se stessa,la sua vita. Quella donna anonima, alla quale Gesù dà visibilità, diventa modello per ogni cristiano che si pone davanti a Dio,

non con l’arroganza di chi si ritiene grande,ma con l’umiltà di chi si riconosce creatura fragile e bisognosa del suo Creatore, fonte di ogni Bene.

Io, tu, noi, tutti abbiamo una monetina per il tesoro del Tempio!

 

15 Novembre: XXXIII Domenica del Tempo Ordinario (anno B) Mc13,24-32

 

L’evangelista Marco,con un linguaggio suggestivo ed immagini forti propri dei testi apocalittici degli antichi profeti,descrive lo sconvolgimento drammatico che metterà fine al mondo.

In quei giorni,dopo quella tribolazione,il sole si oscurerà,la luna non darà più il suo splendore e gli astri si metteranno a cadere dal cielo…”.Quando di domanda ad un uomo della prima metà del XXI secolo che cosa sia per lui la fine del mondo ci risponde in termini di catastrofe ecologica, di annientamento, di distruzione di massa; cita angosciato l’inquinamento, le armi nucleari,la droga e le carestie. Invece il discorso di Gesù non vuol essere un monito funesto e minaccioso, ma con parole piene di fiducia e di speranza ci svela il senso della nostra esistenza e ci preannuncia il Suo ritorno. Le Sue non sono parole di morte, ma di vita e di vita eterna.

“Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nubi con grande potenza e gloria..”E’ il destino dell’uomo; è la meta ultima verso la quale volge tutta la Storia,quella grande dell’Umanità di tutti i tempi,e quella piccola di ciascuno di noi.

Il mondo vecchio terminerà e lascerà posto a “cieli nuovi e terra nuova”,dove non ci saranno più ingiustizia,odio ,violenza ,fame  e sete. In questa visione si trova l’essenza della vita del cristiano che non evade la dura realtà presente, facendosi carico di essa, nella prospettiva dell’incontro con Cristo Risorto .Questa è la speranza cui siamo chiamati,questa è la speranza che ci offre la Parola di questa domenica.

 

22 Novembre: Nostro Signore Gesù Cristo Re dell’Universo  Gv 18,33-37

 

Il Vangelo di Giovanni ci propone un passaggio del processo di Gesù ,denunciato dai Giudei all’autorità romana e accusato di volersi fare re:il Re dei Giudei sarà scritto sulla croce.

Gesù,umiliato e in catene,compare davanti a Pilato ,onnipotente rappresentante dell’imperatore di Roma e investito della massima autorità così da decidere sulla vita o sulla morte delle persone.

Il procuratore è ben consapevole delle attese del popolo che spera in un re che non sia l’occupante straniero,ma un sovrano potente che avrebbe liberato Israele dall’oppressione di Roma.

Pilato si aspetta di incontrare un rivoluzionario ribelle e invece si trova davanti un uomo sfinito dai patimenti subiti,silenzioso,riflessivo. Non indossa vesti preziose e regali, non ha uno scettro, non porta una corona se non quella di spine. Eppure, in questo momento di solitudine e di abbandono(anche gli Apostoli lo hanno lasciato), quando Pilato, sicuramente per scherno, gli domanda se è il re dei Giudei, Egli conferma di essere Re e definisce la sua Regalità: “Il mio Regno non è di questo mondo”. Il Regno di Gesù non è un regno politico fondato sulla forza militare, sul dominio o sulla ricchezza. La sua è una regalità che non ha eserciti, una regalità che non manda a morte nessuno ma che muore per tutti, una regalità che non ha mai comandato ma che ha servito da sempre..

Per entrare a far parte del Suo regno non servono permessi di soggiorno speciali o passaporti particolari. Al buon ladrone Gesù disse: “Oggi stesso sarai con me in Paradiso, nel mio Regno”

Un ladro  ha capito: ha saputo riconoscerlo suo Signore e Re.

Oggi Gesù si dichiara Re: facciamolo Re della nostra vita.

 

29 Novembre: I Domenica d’Avvento (anno C) Lc 21,25-28,34-36

 

Inizia ,con la Prima Domenica d’Avvento,un nuovo anno per la vita cristiana.

La pagina del Vangelo,che ripropone i segni del testo di Marco di due settimane fa,è un invito ad analizzare i tempi difficili in cui viviamo che ci allontanano sempre più dalla speranza e dall’impegno evangelico. L’uomo,stretto dal vuoto e posseduto dall’ansia,si sente senza scampo,cade nel nulla. La paura e l’apatia minano le nostre vite. Lo scoraggiamento è alle stelle.

Con il nostro egoismo individualista rischiamo di vivere drammaticamente alla periferia della vita.

Allora Gesù, teneramente, sembra dirci : “Quando questo accade,alzatevi e non rimanete schiacciati sotto il peso dei vostri timori perchè Qualcuno ha già preso su di sé la vostra angoscia,vi è vicino e cammina con voi. Sollevate lo sguardo e rivolgete gli occhi verso il Padre che vi ama .

 Liberate il vostro animo dagli affanni irragionevoli e superflui del consumismo,della  ricerca

 

spasmodica del divertimento e del successo facile. Vegliate ,pregate, vivete con fede e con coraggio. Convertitevi  e lasciate pulsare il vostro cuore nell’attesa di Colui che viene”.

In questo tempo d’Avvento, Dio chiede solo spazio per nascere in noi.

 




 

 

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