N° 7 - Agosto-Settembre 2009
Spiritualità
  I Vangeli
di Claudia Pugnana


 

 

 

Domenica, 6.9.2009 -  Mc 7, 31-37).

            Ci viene presentato, oggi, il miracolo della guarigione di un sordomuto. Il fatto avviene nel territorio della Decapoli che era abitato prevalentemente da pagani, seguaci di religioni politeiste. Gesù però non compie il miracolo per farsi riconoscere come il Messia profetizzato da Isaia (35, 5): “Allora si apriranno gli occhi dei ciechi e si schiuderanno gli orecchi dei sordi…griderà di gioia la lingua del muto”: guarisce il malato “in disparte” e comanda ai presenti “di non dirlo a nessuno”.

            La folla però non riesce a trattenere lo stupore per il bene che Gesù faceva. Gesù rimetteva in funzione ciò che non funzionava più nel corpo dei malati. Nel caso del sordomuto gli apre i canali della comunicazione, gli offre l’opportunità di ascoltare e di riferire il proprio pensiero.

            La Chiesa nella liturgia del sacramento del Battesimo ripete in parte i gesti di Gesù sul battezzando, auspicando per lui l’ascolto della Parola di Dio e la professione di fede.

 

NOTA: talvolta troviamo nei Vangeli parole o brevi frasi in lingua aramaica. La lingua aramaica era diffusa tra il popolo e presente in Palestina in diversi dialetti. Gesù parlava in aramaico, conosceva l’ebraico (per poter leggere le Sacre Scritture) e forse un po’ di greco (che era usato per gli atti amministrativi e nel commercio).

 

Domenica, 13.9.2009 – Mc 8, 27-35).

            Dopo aver condiviso con i discepoli molte esperienze, dopo averli istruiti con le parabole e con i miracoli, Gesù chiede loro: “La gente chi dice che io sia?”.

            La risposta dimostra che vi è ancora molta confusione nel popolo. Allora pone la domanda direttamente ai Dodici: “Ma voi, chi dite che io sia?”. Pietro fa la sua professione di fede e lo riconosce come “il Cristo” (cioè l’unto, il prescelto, il consacrato, il Messia atteso da secoli!).

            Ci si aspetterebbe un momento di festa, di esaltazione per il compiersi della promessa messianica e invece non è così. Gesù ordina SEVERAMENTE di non parlare di Lui ad alcuno e rivela ciò che Gli accadrà nel futuro prossimo: DOVRA’ SOFFRIRE MOLTO…ESSERE RIFIUTATO…VENIRE UCCISO…RISORGERE.

            Pietro probabilmente non ascoltò fino all’ultimo verbo: la sua istintività, colpita dalla negatività della futura vita del suo Maestro, così diversa da come se l’era prefigurata, lo spinse a rimproverare Gesù per quello che stava dicendo. Si meritò così un: “Va’ dietro a me, Satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini”.

            Quante volte pensiamo come ha pensato Pietro, progettiamo felicità, serenità, benessere basandoci sulla nostra umana materialità!... Come è normale guardare la vita dal proprio punto di vista e impegnarsi fino alla fatica per raggiungere i propri personali obiettivi!... Ma per far sì che i nostri progetti siano sulla via della salvezza dobbiamo essere umili (rinnegare noi stessi), caricarci della nostra croce e avere Gesù come guida.

            Non è facile, non è impossibile.

 

Domenica, 20.9. 2009 -  (Mc 9, 30-37).

            Gesù si sta dirigendo con i discepoli verso Gerusalemme: il suo cammino non è soltanto uno spostamento fisico ma è un percorso spirituale del quale rende partecipi i discepoli. Gesù ripete l’annuncio della sua morte e resurrezione per la seconda volta (la prima volta lo abbiamo ricevuto domenica scorsa).

            I discepoli sono lontani dal comprendere il significato di quelle rivelazioni e hanno timore a chiedergli spiegazioni. Quello stesso timore che ancora oggi prende le persone che non vogliono sapere la verità (sul decorso di una malattia, sulla moralità del proprio comportamento, sulla propria vocazione…) e che, come i discepoli, si distraggono a pensare a più futili questioni.

            La questione che interessa i discepoli è chi tra loro si possa ritenere  “il primo”, il più importante. Gesù, giunto a Cafarnao, dà loro la risposta: “Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti”. Gesù dona poi piena dignità a chi, in quel tempo, non era portatore di diritti: abbraccia un bambino dicendo che accogliendo un bambino nel suo nome è come accogliere Lui stesso e il Padre.

            Accogliere significa provvedere a tutti i bisogni materiali e spirituali della persona senza aspettarci nulla in cambio: è un richiamo ad amare gratuitamente.

 

Domenica, 27.9.2009 – (Mc 9, 38-43-45-47.48).

            Gesù tratta altri aspetti che servono a dare un’immagine chiara del discepolo di Cristo. Il vero discepolo accoglie il bene ovunque esso si riveli: “Chi non è contro di noi è con noi” (v. 40) o, come dice Mosè a Giosuè: “Fossero tutti profeti nel popolo del Signore…” (Nm 11,29).

            Ogni atto d’amore, anche il più quotidiano come offrire l’acqua all’assetato, fatto al discepolo è come se fosse fatto a Cristo. Ogni atto che “scandalizza”, cioè che impedisce di camminare nella fede a “uno di questi piccoli che credono…” (intendendo con il sostantivo “piccoli” le persone semplici e umili) sarà duramente punito.

            Il simbolo della Geènna (luogo impuro, la “discarica” di Gerusalemme), quello del fuoco inestinguibile e quello del verme che rode (cfr. Is 66, 24) raffigurano l’inesorabilità del giudizio divino. Di fronte al pericolo di perdere la fede l’uomo deve essere disposto a sacrificare ciò che gli è d’inciampo (“scandalo”), fosse anche una mano, un piede o un occhio (organi che tutti noi riteniamo indispensabili).

            “Il vero miracolo che dobbiamo compiere: tagliare ciò che in noi è doppio e ipocrita, e che scandalizza il fratello, per unificare la nostra vita nell’amore”  (Fra Luca Fallica).

 

 

 

                                                                                                                    

  Toccare il cuore di Cristo
di Padre Carlos


 

 

                                                        

La nozione di "cuore" occupa il punto centrale, nella religione, nella mistica, nella poesia di tutti i popoli. Come l'occhio è, per così dire, il punto di contatto tra il mondo esterno e l'interno, così  il cuore è nell’uomo un punto misterioso attraverso il quale Dio entra nella sua vita  con tutte le sue ricchezze.

La storia della salvezza è la storia di due cuori: il cuore di Dio, visibile nel cuore aperto di Cristo,  che ha tanto amato gli uomini da dare la vita…per l’uomo e per l’umanità e il cuore dell’uomo, aperto o chiuso in se stesso, capace di amare o triste e arido, ma sempre il suo cuore. L’uomo non può vivere senza amore.  “Egli rimane per se stesso un essere incomprensibile, la sua vita è priva di senso, se non gli viene rivelato l’amore, se non si incontra con l’amore, se non lo sperimenta e non lo fa proprio, se non vi partecipa vivamente. E’ Cristo redentore che …rivela pienamente l’uomo a se stesso…”(Red. Hominis II, 10) 

Il cuore dell’uomo ci fa pensare al cuore di Dio e il Cuore di Dio ci fa pensare al cuore dell’uomo: l’uno è la fonte dell’amore, l’altro il mendicante di amore. Dalle nostre esperienze sappiamo che il nostro è  un cuore che va purificato, illuminato, alimentato dalla Parola, se vuole sintonizzarsi con il cuore di Dio: deve famigliarizzare con le cose spirituali, deve pensare, amare, sognare…spirituale, “spiritualizzarsi”.

 Vogliamo parlare brevemente di quegli atteggiamenti del cuore umano, capaci di avvicinarlo alla fonte dell’amore e di  allenarlo alla spiritualità, vogliamo parlare della spiritualità del Sacro Cuore.

   La spiritualità  del Sacro Cuore  possiede l'efficacia di trasformare  l’uomo dall'interno e infondergli la capacità  di rinnovare il mondo  attraverso la condivisione, la collaborazione, la logica del portare i pesi gli uni degli altri, di costruire…insomma  la città dell'uomo con il cemento dell'amore.

  Visto alla luce delle grandi verità bibliche, la spiritualità del Sacro Cuore fa parte dell'essenza della pietà cristiana.  Con  la ferita aperta, il Sacro Cuore resta l’icona perenne della nostra salvezza, verso cui l’uomo guarda da sempre con  fede,   fiducia e speranza.   Non solo, ma come Tommaso l’incredulo, l’uomo ha bisogno di vedere e di toccare per credere. Come Tommaso , ha bisogno di mettere  la sua mano nel costato del Signore, di toccare con la mano e gli occhi il cuore aperto, di toccare  la realtà dell’amore (Gv 20,26-29). Cioè ha bisogno di entrare nell’intimità del cuore di Cristo, della Parola che, con l’incarnazione, ha preso  dimora come suo spazio vitale nella carne e  nella nostra storia. Se vuole fare esperienza dell’amore e della vita intima con Gesù, l’uomo deve sapere entrare nel suo Cuore e da lì considerare ogni fenomeno umano, ogni segno dei tempi con lo sguardo di fede che gli viene dal contatto con lui. I segni dei tempi,  infatti, sono il kairòs, il tempo di Dio che sta passando attraverso gli eventi;  confrontarli con la Parola, significa avvertire  che lo Spirito passa e che gli avvenimenti quotidiani indicano in ogni modo la sua presenza.

La Consacrazione al Sacro Cuore non è una devozione superata, anzi resta tuttora valida, destinata – come afferma Giovanni Paolo II -   a divenire la devozione del terzo millennio, la devozione della nuova evangelizzazione.

Il dramma dell’uomo di oggi sta nella mancanza di senso e nelle lacerazioni interiori, che affliggono la vita personale e sociale, nei mille impegni e preoccupazioni, che recano affanno e mancanza di pace. La pace, la necessaria unità di vita possono venire soltanto dall'organizzare meglio la propria esistenza, la propria giornata, i rapporti con gli altri, nel riorganizzare la propria vita interiore. 

Anzi, vissuta come spiritualità dell’incarnazione, la consacrazione al Sacro Cuore aiuta  il cristiano a guardare congiuntamente Dio e i fratelli, in un’incarnazione quotidiana dell’amore attraverso gesti e atteggiamenti di compassione,  comprensione, accettazione, altruismo, generosità…  E’ il mistero di Cristo Uomo-Dio che attira lo sguardo e che costruisce gli uomini e le donne di intensa  vita interiore, persone che sentono e vivono la chiamata alla vita nuova, alla santità, alla riparazione e  alla  cooperazione per la salvezza del mondo, riconoscendo il Cuore di Cristo come cuore della Chiesa.

Il mondo deve comprendere, afferma ancora il papa, che il cristianesimo è la religione dell'amore e che il Cuore del Salvatore invita a risalire all'amore del Padre: "In questo sta l'amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati" (1 Gv 4, 10). Gesù stesso riceve dal Padre, ricco di misericordia e compassione, l'amore che Egli prodiga agli uomini. Anche l’uomo non ha questa via per ricevere l’amore: attingerlo dal cuore di Cristo.

La profondità e la vastità di questo grande mistero conducono  alla contemplazione: contemplazione dell'Eucaristia, che spinge a cercare  nel Cuore il mistero del sacerdozio di Cristo e  quello della Chiesa.  La Chiesa, nata dal Cuore aperto di Gesù Redentore (Paolo VI), riceve dal suo Cuore alimento, giacché Cristo ha dato se stesso per lei. Da qui il cuore dell'uomo impara a conoscere il vero e unico senso della sua vita e del suo destino, a comprendere il valore di una vita autenticamente cristiana e  a guardarsi dalle deviazioni del cuore. Ne consegue che la devozione al Sacro Cuore porta  alla consacrazione della propria vita, del mondo e della famiglia, devozione che ha attraversato per  secoli la storia dell’uomo e dell’umanità. Chi non ricorda l’impegno costante dei “primi venerdì del mese”, delle adorazioni eucaristiche, delle immagini ricorrenti del Sacro Cuore nelle nostre case? Non è una pietà emotiva, superata dai nostri schemi razionalistici e dal sempre più forte bisogno di rendere ragione della nostra fede e della nostra speranza. Dura nel tempo, perché al centro di questo sentire religioso-cristiano, ci sono sempre due cuori che s’incontrano: quello di Dio e quello dell’uomo. Ma solo  l'esperienza di essere amati da Lui ci  porta ad amare gli  altri e a farlo amare dagli altri. Questo il segreto della devozione al sacro Cuore.

 

 

 

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