N° 7 - Agosto-Settembre 2010
Il volto santo di Gesù
di Ratti Antonio

 

 

Ero a conoscenza dell’affetto e della devozione che gli Abruzzesi hanno per due reliquie particolari: il Volto Santo di Gesù segnato dalle sofferenze del Golgota e il Miracolo eucaristico con l’Ostia consacrata insanguinata. La voglia di conoscere e capire i due eventi mi ha portato nei  santuari dove i francescani con amorevole cura conservano le sacre e storiche reliquie e ne diffondono il culto. Qui di seguito riporto gli elementi essenziali della storia del Volto Santo, in un’altra occasione parlerò del Miracolo eucaristico. Si racconta che nella chiesa parrocchiale, dedicata a S. Nicola di Bari, di Manoppello, paesino che si distende alle falde della Maiella, in provincia di Chieti, nel lontano 1506 un misterioso pellegrino consegnasse un fagotto al dottor Giacom’Antonio Leonelli. Aperto l’involto e scoperto il contenuto, il medico con l’aiuto dei paesani si mise alla ricerca dell’uomo che, nel frattempo, era sparito letteralmente nel nulla, facendo nascere molte congetture sull’episodio. Dopo varie peripezie legate a vicende ereditarie della famiglia Leonelli, il sacro velo fu acquistato per quattro scudi da un altro medico, il dottor Donat’Antonio de Fabritiis, nel 1616-18 e donato nel 1638 al convento dei cappuccini che nel frattempo era sorto ai margini del paese. Diversi anni dopo, nel 1646, venne compilato e sottoscritto, anche dagli anziani del paese, quali testimoni, il verbale di donazione. Non ci sono elementi precisi sul perchè del lungo intervallo tra il lascito e la sua ufficializzazione. Comunque, fino a questa data si tratta di tradizioni orali. Studi recentissimi del gesuita tedesco, Heinrich Pfeiffer, docente di storia dell’arte alla Pontificia Università Gregoriana di Roma, sostengono che il Volto Santo sia la Veronica scomparsa dalla basilica di S. Pietro durante la demolizione, nell’aprile del 1506, della basilica costantiniana per fare posto all’attuale o durante il sacco di Roma del 16 maggio 1527 da parte dei lanzichenecchi dell’imperatore asburgico, Carlo V. La prima ipotesi confermerebbe la tradizione del misterioso pellegrino. Ma per chiarire come il Volto Santo sia realmente giunto a Manoppello, il primo cronista della reliquia, padre Donato Bomba, nella sua Relatione Historica, avanza l’ipotesi che un certo Ferdinando Alarcon, comandante dell’esercito spagnolo in Italia, divenuto nel 1526 marchese della Valle siciliana d’Abruzzo con sede nel paese, avesse recuperato la reliquia subito dopo il sacco quando  divenne il comandante della guarnigione spagnola in Roma. Questa supposizione è in sintonia con quanto sostiene il gesuita tedesco. Secondo un’antica tradizione basata sui Vangeli, le bende che uscirono dal sepolcro di Gesù erano tre: il lungo telo che aveva ricoperto il cadavere, anticamente chiamato Mandylion, custodito per un certo tempo a Edessa in Turchia, viene identificato con la Sindone di Torino; il sudario che era posto sul volto di Gesù, che nei primi secoli era esposto a Camulia, oggi Kayseri in Turchia, secondo le più recenti indagini corrisponderebbe al Volto Santo di Manoppello e il drappo che fu usato per tergere il sangue che scaturiva dalle ferite del volto di Gesù mentre lo deponevano dalla croce, sarebbe il Sudario di Oviedo ( Spagna ), in precedenza conservato a Gerusalemme e poi ad Alessandria d’Egitto. Su quest’ultimo, oltre alle macchie di sangue, vi s’intravvedono le impronte delle dita che hanno premuto il panno sulle ferite sanguinanti. Le prime notizie sul Volto Santo risalgono al 574, quando per ordine dell’imperatore Giustino II, fu traslato da Camelia a Costantinopoli per sostituire lo smarrito stendardo con la croce di Costantino. Agli inizi del 700 il patriarca Callinico I pensò di mettere al sicuro il velo di Camelia inviandolo a Roma dal Papa; infatti gli iconoclasti, che si opponevano al culto delle immagini, stavano prendendo sempre più potere nella corte del traballante impero romano d’Oriente e distruggevano ogni reliquia, icona e immagine sacre. Questo spiega perché molte reliquie oggi si trovino in occidente, ivi compresa quella del Preziosissimo Sangue di Sarzana. In San Giovanni in Laterano il velo fu conservato all’interno di una tavola di legno, l’Acherotipa del Salvatore, che, vuota, è ancora presente nella basilica. Successivamente fu portato in San Pietro, dove sparì, come già detto e dove rimane una copia che però mostra gli occhi chiusi, anziché aperti come l’originale e non presenta la caratteristica trasparenza, ma è scuro e opaco anche se illuminato. Sul velo negli ultimi decenni sono state eseguite accurate analisi per accertarne la natura e individuare i colori con cui sono prodotti i lineamenti dell’immagine. Importante è la testimonianza del prof. D. Vittore dell’Università di Bari: “Ho constatato che nell’interspazio tra il filo dell’ordito e il filo della trama non si evidenziano residui di colore. Se io penso ad un dipinto a olio, immagino che ci sia almeno tra un filo e l’altro un po’ di colore….Bisogna escludere anche l’idea dell’acquarello, perché i contorni dell’immagine sono così netti nell’occhio e nella bocca. L’acquarello avrebbe intriso in maniera non precisa il filo e quindi avrebbe determinato sbavature nei dettagli. Pensare ad una stampa significa non considerare che sul velo l’immagine è perfettamente visibile su entrambi i lati. Stiamo parlando di un’opera che data come minimo 1500, un periodo in cui le tecniche non erano poi così sofisticate.”  Il prof G. Fanti dell’Università di Padova, studiando il tessuto finissimo ha notato anche lui che tra filo e filo esiste uno spazio vuoto senza residui che rende il velo trasparente. La tessitrice Chiara Vigo, esperta nella lavorazione del bisso marino, ha riscontrato alcune caratteristiche che ne ricondurrebbero la natura a questo filamento prodotto dal mollusco “pinna nobilis” e lavorato già in epoche antiche. Dopo aver studiato gl’ingrandimenti ha concluso che “soltanto il bisso marino può essere così sottile, eppure tanto resistente. Inoltre il bisso è di una trasparenza assoluta: ogni sua fibra può essere attraversata dalla luce che le regala una splendida luminosità dai riflessi dorati. Al buio però le fibre ritornano marroni e l’icona sacra presenta proprio questo gioco cromatico. Nessuno può aver creato artificialmente un ritratto sul bisso, perché il bisso marino si lascia tingere, ma non dipingere. Se si applicasse della pittura, il bisso creerebbe croste visibili a occhio nudo soggette nel tempo a essere aggredite da muffe provocate dal mantenimento del suo sale naturalmente assorbito sotto l’acqua del mare.”  Altri esperti lo definiscono un velo esilissimo quasi inesistente e così trasparente che, mettendo un giornale al lato opposto, lo si può leggere con chiarezza e, allontanandosi, la trasparenza si accentua fino al punto che l’immagine scompare. “ Il velo è come una diapositiva avente le due facce compenetrate egualmente dal Santo Volto. E’ difficilissimo fotografarlo, è impossibile riprodurlo. Sembra di vedere una vera apparizione: diafana e viva. La trama è alquanto esile e larga, ma l’immagine di Cristo è unita, chiara, identica in entrambi i lati. La fronte appare ampia e serena, nonostante i segni delle trafitture delle spine; biondi i capelli divisi sul capo; barba ugualmente bionda non troppo folta; viso di color carne naturale: pallide le gote, occhi alquanto grandi, dalle pupille immobili che stranamente sembrano seguire il visitatore. (prof.  Br. Sammaciccia )  Le labbra, tumide e semiaperte, corrispondono biologicamente a quanto avviene quando un essere umano subisce forti traumi. Le ecchimosi, le varie ferite sulla fronte, gli sputi sopra il setto nasale, il sangue penetrato negli strati profondi della pelle, una pupilla leggermente dilatata dalla parte più lesa sono evidenti in modo molto reale.

La tedesca suor Blandina  Paschalis Schlomer, iconografa, nel 1986, comparando le due reliquie con specifiche misurazioni delle parti del volto, scopre la perfetta sovrapponibilità tra il Volto Santo e il volto della Sindone, quindi quello che appare nella Sindone di Torino e nel Sacro Velo di Manoppello potrebbe essere veramente lo stesso volto e, pertanto, la stessa persona.  La reliquia quando fu donata ai frati non era in buono stato di conservazione, per cui si dovettero eliminare le sfrangiature ai margini del tessuto prima di essere chiusa tra due lastre di vetro tenute unite da una cornice di legno. Intorno a questa icona nacquero l’ostensorio e il tempietto che lo contiene. Nella moderna chiesa a una navata il tempietto è posto in alto dietro l’altare maggiore ed è facilmente visitabile attraverso una scala e una piccola piattaforma davanti all’immagine.

                                                                                      

 

 Ratti Antonio

 


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