N° 5 - Maggio 2017
CONCILIO DI VIENNE (1311 -1312) (15° ECUMENICO )
di Antonio Ratti

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Sempre tenendo come riferimento il volume “I vescovi di Roma” di padre Nazzareno Fabbretti provo  a ricostruire brevemente il degradato e infuocato contesto storico in cui si svolge il Concilio in esame, perché  è figlio esclusivamente di eventi politici poco edificanti e non di vere e sentite esigenze religiose, sebbene non manchino. La fase calante dell’egemonia imperiale, lascia spazio all’arroganza espansionistica di una nuova potenza europea: il regno di Francia. Inoltre la certezza  della reale supremazia del potere religioso su quello temporale, lungi dall’essersi esaurita, determina una lunga lotta senza esclusione di colpi tra  re Filippo il Bello e papa Bonifacio VIII –Caetani, che culmina il 3 settembre 1303 con il famoso schiaffo di Anagni inferto al papa da Guglielmo di Nogaret spalleggiato da Sciarra Colonna, la cui famiglia è acerrima nemica dei Caetani, e la successiva morte del papa,  distrutto fisicamente e psicologicamente dal gesto irriverente. Il successore Benedetto XI ( 1303 – 1304 ) si assume l’onere di mettere ordine e pace tra le parti: infatti ricuce con la famiglia dei Colonna e toglie le censure inflitte a Filippo e ai suoi, ma scomunica il Nogaret. Benedetto muore improvvisamente e a Perugia i cardinali, dopo 11 mesi di conclave, condizionati dal partito francese, eleggono Bertrand de Goth, vescovo di Bordeaux, col nome di Clemente V, che invece di recarsi a Roma, sua sede naturale, e affrontare le liti tra le famiglie nobiliari e cardinalizie, pone la sua residenza a Lione, poiché ritiene di poter svolgere al meglio la sua missione sotto la ingombrante, ma sicura, protezione dello scaltro Filippo. Clemente si fa costruire lo splendido castello-reggia di Avignone, dove nel 1309 trasferisce ufficialmente la residenza pontificia. La schiavitù avignonese durerà fino al 1377 sotto il potente e condizionante influsso della monarchia francese: ne consegue che i papi avignonesi brillino tutti di mediocrità religiosa e politica. Con Clemente V ( 1305 – 1314 ) ha così inizio il volontario esilio  in Francia del vescovo di Roma, ormai vassallo alla mercé del re. Filippo il Bello ( 1268 – 1314 ) non perde tempo a plagiare il papa e a farne una propria creatura e pedina a completa disposizione.  Filippo  dispensa al papa  privilegi che odorano di simonia come la concessione di riscuotere per 5 anni le sue decime ( denari necessari per la costruenda reggia papale ) e di nominare nove dei dieci cardinali francesi, ma il re ha mire e contropartite precise e molto consistenti:impadronirsi delle enormi ricchezze dell’Ordine religioso-militare dei Templari, molto chiacchierato, anche ad arte da parte del re, per il suo potere e la ricchezza, che vanno spesso di pari passo con la rilassatezza morale e la protervia. Il re astutamente si presenta come il moralizzatore e promotore della purezza della fede e dei costumi, ma la realtà è ben altra: a causa della sua politica di grandezza i debiti della corona sono ingenti, quindi, confiscando i beni dei Templari, le pubbliche finanze rientrerebbero nella norma. Il fiacco papa francese acconsente proponendo la fusione dei Templari con i Cavalieri di San Giovanni ( Ordine di Malta ), ma il gran Maestro di questi ultimi rifiuta. Filippo furioso rompe gl’indugi,  imprigiona i capi dei Templari e sequestra con la forza i loro possedimenti. A completare l’opera, arriva a Parigi la neonata Santa Inquisizione, il tribunale supremo della Chiesa in fatto di ortodossia, che ha come regola costante torture e roghi per lo più contro innocenti colpevoli solo di essere catalogati come streghe, maghi o modesti eretici. Filippo, come potere civile deputato all’esecuzione materiale delle condanne dell’Inquisizione, ne approfitta come e quanto può e vuole. Il Vicario di Cristo e il Vescovo di Roma, Clemente V, bontà sua, a questo punto, sente il bisogno di una timida protesta e convoca con la bolla Regnans in excelsis  del 12 agosto 1308, un Concilio generale per il 1 novembre 1310 a Vienne, cittadina francese nel Dipartimento Rodano-Alpi. Nella bolla vengono nominati espressamente i delegati invitati a partecipare ( sono esclusi i contrari al re francese): 235 padri conciliari in tutto. I non convocati e gli assenti hanno la facoltà di farsi rappresentare da persone idonee, cioè gradite al re. Il papa invita 14 sovrani europei e l’imperatore Enrico VII. Nella bolla il papa indica il preciso ordine del giorno dei lavori: la questione dei Templari, l’organizzazione di una crociata, lo stato della fede e della Chiesa, la riforma della Chiesa. A causa del protrarsi dei processi inquisitoriali contro i Templari, l’apertura del Concilio è spostata al 16 ottobre 1311. All’assemblea d’inizio lavori sono presenti solo circa 170 degli invitati,  di cui un terzo dei vescovi e la metà degli abati sono francesi: sorge spontaneo qualche dubbio sull’ecumenicità. Tre sono le solenni  sessioni di lavoro. La decisione di sciogliere i Templari è del Concilio, ma è determinata dalla volontà prepotente di Filippo e dall’acquiescente debolezza del papa. Per fare pressione sul papa e i padri conciliari, Filippo porta a Vienne tutta la famiglia reale, minaccia un processo postumo contro Bonifacio VIII e la convocazione degli Stati generali del Regno nella vicina Lione; così Clemente V, che aveva avocato a sé la sentenza definitiva sull’Ordine, propone all’Assemblea due ipotesi di soluzione: o il processo o la soppressione per via amministrativa ( senza condanna ). La votazione plebiscitaria per la seconda opzione sancisce la vittoria totale di Filippo e la fine dei Templari. Nella imponente sessione del 3 aprile 1312 viene letta la bolla Vox in excelso, nella quale il papa, dopo aver ripercorso la storia dell’Ordine, delle accuse, dei processi promossi dall’Inquisizione in vari Paesi, del lavoro della commissione conciliare nominata ad hoc, ammette che dalle risultanze non è corretto procedere giuridicamente, ma  a causa dei sospetti, l’Ordine viene soppresso per via amministrativa. ( Un vero inciucio, peggiore di un compromesso)  Nella medesima sessione si affronta il problema della Crociata. Il re francese si impegna entro un anno a dare inizio alla spedizione in Terra Santa. Si discutono diverse proposte strategico-militari ed economiche per dare concretezza al progetto caro al papa. Si decide di imporre le decime a tutte le chiese per sei anni; in realtà Filippo ottiene le decime e anche quelle papali per una crociata che non si farà mai, malgrado le reiterate promesse: i soldi servono a risanare le vuote casse del regno. Nella terza ed ultima sessione ( 5 maggio 1312 ) si affronta la questione della fede condannando diverse eresie minori e pseudo- congregazioni religiose  spesso di natura spontaneista come quelle delle “Beghine” e dei “Begardi,” affermando che l’uomo non può raggiungere da solo uno stato di perfezione e di grazia completo, ma necessita di mezzi come la preghiera, l’obbedienza all’autorità e ai precetti della Chiesa, l’esercizio della virtù. Per quanto riguarda i rapporti Stato - Chiesa si sottolinea la salvaguardia  dei diritti della Chiesa quale espressione del potere spirituale sugl’altri poteri che da esso discendono. Infine si adottano decreti di riforma che riguardano i Benedettini e la famiglia francescana,  dilaniata da una dura controversia tra spirituali e conventuali, miranti ad una linea di rispetto reciproco ( costituzione Exivi de paradiso ). Il succo di questo Concilio è : si è voluto dare dignità e correttezza canoniche a cose che non possono averne, ma che mettono in grave difficoltà l’istituzione Chiesa.

NOTA: Beghine (donne) e Begardi (uomini)  sono associazioni religiose formatesi al di fuori della struttura gerarchica della Chiesa con lo scopo di una rinascita spirituale della persona attraverso una vita di tipo monastico, ma senza voti. Queste associazioni nascono  nelle Fiandre intorno al 1150 e si sviluppano nel nord Europa: Germania, Olanda, Belgio e nord della Francia. Il nome deriverebbe dal vocabolo sassone” begger” che vuol dire “ mendicare”. Anche in Italia abbiamo la nascita degl’ordini mendicanti come i francescani che all’inizio hanno avuto molte difficoltà ad essere riconosciuti, prima provvisoriamente da papa Innocenzo III e poi definitivamente da papa Gregorio X nel Concilio di Lione II ( 1274).



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