N° 9 - Ottobre 2016
CONCILIO LATERANENSE I° del 1123 (IX ecumenico)
di Antonio Ratti

                             

Dall’ultimo Concilio ecumenico, il Costantinopoli IV dell’869-870, passano più  di due secoli e mezzo, prima che gli uomini che gestiscono la Chiesa sentano la necessità di incontrarsi in assemblea per confrontarsi e fare il punto della situazione. Balzano subito alla nostra attenzione alcune novità: il Concilio si tiene a Roma per la prima volta in assoluto e non più in Oriente; non è presente nessuna delegazione delle Chiese e dei Patriarcati orientali a conferma che, ormai, la frattura tra la Chiesa di Roma e le Chiese che fanno capo ai patriarcati di Alessandria, Antiochia e, soprattutto, di Costantinopoli si è irrimediabilmente consolidata in un clima di indifferenza e di ostilità reciproca a causa del desiderio di primato e superiorità dell’una sull’altra, mascherando il tutto dietro le solite speciose disquisizioni teologiche (es. il Filioquae del Credo).
Per completare il quadro storico-politico ed evidenziare ulteriori complicanze, occorre ricordare che nella notte di Natale dell’800 il papa Leone III  nella vecchia chiesa di San Pietro incorona il primo imperatore del Sacro Romano Impero (Carlo Magno), mentre a Costantinopoli, con la serie ininterrotta di imperatori provenienti dall’esercito che salgono al trono con colpi di stato o di mano traumatici e violenti, continua la lenta agonia di un impero non più romano, ma bizantino, perché, cominciando dalla lingua e dal Diritto, fiore all’occhiello di Roma, non c’è più nulla di latino, bensì una miscellanea di culture o sottoculture provenienti dall’Asia centrale attraverso le migrazioni di intere popolazioni. In sostanza ci troviamo di fronte a due mondi completamente diversi, incomunicabili tra loro e senza la voglia di dialogo, anzi, spesso, in conflitto aperto. L’unico elemento che li accomuna è la pretesa del potere politico-militare di interferire così pesantemente da condizionare la libertà e l’autonomia giurisdizionale della Chiesa, sia di quella ortodossa a Oriente, che di quella cattolico-latina ad Occidente.
Il Concilio di cui ci occupiamo, infatti, affronta esclusivamente il secolare problema dei rapporti Stato–Chiesa e della supremazia, non indipendenza ed autonomia, del potere politico su quello religioso e viceversa. Un esempio tipico vicino a noi: il vescovo di Luni viene nominato dall’imperatore, il quale gli assegna la diocesi-feudo col titolo di conte, quindi l’episcopo, oltre al ruolo di pastore, detiene anche quello di governo civile del territorio. Dunque, il nostro vescovo-conte a chi deve rispondere del suo operato al Papa o all’imperatore? Il conflitto d’interessi è palese, così le tristi conseguenze. Come suggerisce il nome, il Concilio ha luogo nella basilica romana di san Giovanni in Laterano dal 18 marzo all’11 aprile del 1123.
Un Concilio brevissimo convocato da papa Calisto II (Guido dei Conti di Borgogna) nel dicembre del 1122, dopo la firma del Concordato di Worms  o Pactum calixtinum  (22 sett. 1122) con il quale si tenta di porre ordine ai rapporti tra la Chiesa e  il Sacro romano impero. Dopo una lunga e defatigante trattativa condotta dal cardinale Lamberto Scannabecchi (futuro Onorio III) e dal vescovo di Magonza con l’imperatore Enrico V, si raggiunge un accordo che il Papa ritiene buono, comunque il massimo ottenibile.
La Chiesa acquisisce, sulla carta, quell’indipendenza indispensabile all’espletamento della sua missione senza condizionamenti. La Dieta di Wurzburg (parlamento dell’impero costituito dai grandi feudatari) nella primavera del 1122 ha stabilito un pacchetto di proposte da sottoporre al Papa. Sulla base di queste concessioni viene sottoscritto il Concordato di Worms. L’accordo stabilisce precise regole in materia di nomine ecclesiastiche, ponendo fine alla famosa Lotta dell’investiture iniziata in modo deciso e duro  oltre trent’anni prima da papa Gregorio VII contro l’imperatore Enrico IV, ma il problema delle ingerenze politiche nella vita della Chiesa è nato con Costantino il Grande (272 – 337): allora faceva comodo e si è dimostrato utilissimo per la libertà, per l’affermazione e la diffusione del cristianesimo. Il dramma è quando si esagera oltre ogni limite. Tornando al Concordato, l’imperatore rinuncia al diritto di nominare i vescovi e di investirli dell’anello e del pastorale, simboli del potere spirituale, riconoscendo al Papa tale funzione e accetta che in tutto l’Impero l’elezione dei vescovi sia libera, non imposta dal potere politico e che la loro consacrazione episcopale sia celebrata secondo i canoni ecclesiastici. Il Papa, a sua volta, riconosce il diritto all’Imperatore, solo in Germania, di essere presente alle elezioni episcopali, compiute senza simonia (cioè, comprate) né violenza e di investire i prescelti dei  diritti laici (cioè, i poteri feudali).
Callisto II avverte l’esigenza con un Concilio di rendere partecipe l’intero episcopato e di coinvolgerlo chiedendo l’avvallo sul Concordato di Worms. Non si hanno molte informazioni perché sono andati perduti gli atti ufficiali, quindi le notizie provengono da più fonti a volte contrastanti come sul numero dei vescovi e abati presenti: si va da 300 a 3000 vescovi e 600 abati. Secondo Pandolfo, il biografo ufficiale di Callisto II, i partecipanti sarebbero stati 997. Il Papa presiede personalmente i lavori che procedono spediti: letti gli originali nelle due lingue, latino e tedesco, del Concordato di Worms, questi vengono subito ratificati. Al termine le decisioni prese sono codificate in 22 o 25 canoni disciplinari. Il canone 1 condanna la simonia (fenomeno molto frequente) con questa espressione: “proibiamo in modo assoluto, in virtù dell’autorità della Sede apostolica, che qualcuno nella Chiesa di Dio venga ordinato o promosso per denaro”.  Il canone 3 impone che le elezioni episcopali siano fatte secondo il diritto canonico (canonice). Il canone 7 proibisce assolutamente agli episcopi, presbiteri, diaconi e suddiaconi di convivere con concubine e mogli, rifacendosi  addirittura al canone 3 del Concilio di Nicea (anno 325 ). Il canone 8 cerca di porre fine ad una piaga del tempo, stabilendo che i beni ecclesiastici siano gestiti solo dai vescovi, pertanto, se principi o nobili laici rivendicano qualche diritto, sia considerato sacrilego. Il canone 20 dispone che i parroci siano nominati dai vescovi diocesani. Il canone 21 ribadisce il divieto agli ordinati di sposarsi pena la nullità del sacramento e la sospensione dal ministero pastorale. 
Dai contenuti dei canoni, è facile notare che ci troviamo di fronte ad un Concilio dove la Chiesa cerca per l’ennesima volta di porre un freno al lassismo etico, ad una fede che si limita ad atteggiamenti e gesti esteriori, alle ingerenze esterne che complicano non poco i tanti problemi interni che i canoni con i loro veti evidenziano.
In altri termini, non si parla né di fede, né di problemi teologici, ma solo di dare la dignità che merita alla istituzione divina che si chiama Chiesa. La strada è ancora lunga, perché dopo mille anni stiamo ancora parlando di pedofilia, di omosessualità, di difficoltà a mantenere il celibato, di affarismo, ecc. Per fortuna a dare una nota di ottimismo ci sono Teresa di Calcutta e papa Francesco. La mano dello Spirito Santo si vede, senza il bisogno delle etichette di umana infallibilità.



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