N° 2 - Febbraio 2018
I VIAGGI DI PAPA FRANCESCO
di Antonio Ratti

 

Il criterio di scelta dei viaggi papali con papa Francesco risponde ad un solo obiettivo: con la sua carismatica presenza aiutare a risolvere drammatici e annosi conflitti sociali fatti di emarginazione, di discriminazione, di superiorità culturale, di mancanza di libertà, di democrazia, e di rispetto reciproco.
Il viaggio in Bangladesh e Myanmar, oltre all’aspetto strettamente pastorale per quelle minuscole e spesso dimenticate comunità cristiane, ha avuto uno scopo ben preciso: porre fine all’inutile genocidio del popolo dei Rohingya rifiutato dalle due Nazioni confinanti e mal tollerato persino da un premio Nobel per la pace che il Papa ha voluto guardare negli occhi per rammentargli che la pace non ha confini di etnie e di fede, ma è un diritto universale all’eguaglianza. Cile e Perù, che nel nostro immaginario e scarsa conoscenza, riteniamo formati da pacifiche popolazioni dove la fede cristiana ha radici molto profonde, al contrario, sono vittime di faide feroci a sfondo politico-economico che provocano diseguaglianze mostruose, emarginazioni intollerabili, specie, per le popolazioni autoctone a vantaggio dei discendenti dei conquistadores spagnoli. La situazione in Cile per la Chiesa cattolica è molto complicata e difficile, lo dimostra il rapido calo di coloro che si dichiarano cattolici. Le ragioni sono molteplici: la sanguinaria dittatura di Pinochet con la gerarchia spesso in silenzio, gli abusi sui minori, anche qui, sottovalutati e tenuti nascosti o combattuti in modo poco deciso.  Ecco spiegata la freddezza dell’accoglienza e la scarsa partecipazione di folla plaudente.  Papa Francesco non si è lasciato intimorire dall’indifferenza e ha tirato diritto sui problemi a lui cari, dedicando il suo secondo giorno di visita al popolo dei Maquehue che in 150 mila lo ha accolto festosamente. Al clero cileno il Papa ha indicato la strada per evitare l’autoreferenzialità che allontana dalle periferie, cioè, dalla realtà e dalla concretezza dell’azione evangelica. Sul Sinodo dei vescovi dedicato ai giovani dell’ottobre prossimo è stato esplicito: voglio ascoltare i giovani senza filtri. Espressione molto forte e indicativa. Il Papa è consapevole che il futuro della Chiesa passa dall’ascolto delle nuove generazioni e dalla capacità di comprensione e cura delle ferite sociali di cui i giovani, anello fragile, sono costantemente vittime. In Perù, prima d’incontrare le autorità civili, papa Francesco ha voluto conoscere e immergersi nella drammatica condizione degl’indios e delle popolazioni indigene dell’immenso bacino fluviale dell’Amazzonia (definito “polmone ecologico del mondo”) oggetto di distruzione sistematica da parte dell’attività di pura rapina di multinazionali - con la complicità dei poteri politici locali- che considerano gli autoctoni ostacoli da eliminare. La selvaggia deforestazione, in nome di un falso ecologismo moderno, altera irreparabilmente l’ecosistema e distrugge l’habitat naturale e culturale delle pacifiche popolazioni, costrette ad abbandonare il millenario stile di vita, in cambio solo di sofferenze gratuite in nome di un progresso che puzza di regresso sociale. Di fronte alle autorità peruviane, in risposta al discorso di benvenuto del chiacchierato presidente, papa Francesco è andato giù pesante: ha parlato del degrado ambientale e morale, del dovere dei governanti di ridare la speranza nel futuro ai loro popoli, della necessità di una seria custodia del creato che contrasta con il falso ecologismo moderno, legato ad interessi economici di pochi e quindi avverso ai diritti e alle esigenze delle popolazioni e della loro biodiversità. Conoscendo bene la realtà politica ed economica, in mano ad un gruppuscolo di persone con pochi scrupoli, senza mezzi termini, ha condannato la corruzione, ed ancora di più, l’assuefazione alla corruzione, come se fosse un male necessario, perché entrambe (corruzione e assuefazione) uccidono la speranza. Conclusione. Papa Francesco non sceglie i luoghi dove i bagni di folla plaudente sono la norma; sceglie i luoghi dove le ingiustizie e i problemi regnano sovrani, al fine di restituire, con la sua presenza forte e la sua azione decisa, la speranza a chi ormai non sa più come sperare.


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