N° 5 - Maggio 2016
“AMORIS LAETITIA”: LA FORZA DELLA GIOIA
di Egidio Banti


 

Dall’”Evangelii Gaudium” all’”Amoris Laetitia”: un filo d’oro lega insieme i due più importanti documenti dei primi tre anni del pontificato di Francesco. Sin dalle prime parole che, come sempre nella storia della Chiesa, danno l’impronta ai documenti stessi. “Gaudium” e “Laetitia” sono sinonimi, vogliono dire “gioia”, “allegrezza” ma anche “Buona notizia”.
Volendo proprio sottilizzare, il “gaudium” è, nella lingua latina, la gioia interiore, quella che si vive nel proprio animo e che plasma la nostra umanità; “laetitia” è invece la gioia che si manifesta all’esterno, l’allegrezza, che non può non essere espressione anche dell’amore umano. Ma, come detto, sono termini tra loro molto vicini, ed indicano un modo di essere, dell’uomo e della Chiesa, perché la Chiesa, sin dal suo nascere, è “maestra di umanità”.
Il filo che contrassegna il pontificato di Francesco, risale però ben più indietro nella storia.
“Gaudet Mater Ecclesia”, lo ricordavamo qui altra volta, è l’esordio del grande discorso di san Giovanni XXIII il giorno dell’apertura del Concilio Vaticano II. “Gaudium et Spes” è invece l’esordio della costituzione pastorale del Concilio stesso, approvata nel 1965 sotto il pontificato di Paolo VI. Risalendo molto più indietro nel tempo, “Laetentur Coeli” (la radice di “laetentur” è la stessa della parola “laetitia”) è il documento della prima riunificazione tra Chiesa Romana e Chiesa d’Oriente: documento votato nel 1439 al Concilio ecumenico di Firenze e scritto nella sua gran parte da un “esperto” che si chiamava Tommaso Parentucelli, nato a Sarzana e destinato dopo meno di dieci anni a diventare papa con il nome di Niccolò V.
Anche il Quattrocento fu – come la nostra – un’epoca di grandi cambiamenti. Ed anche allora la Chiesa, nella sua saggezza e nella sua forza primigenia, che è l’ascolto dello Spirito (la Pentecoste ce lo ricorderà ancora una volta tra due settimane !), risponde al mondo non, come anche ora in modo superficiale (e spesso interessato) afferma qualcuno, arrendendosi al mondo e alle sue “lusinghe”, bensì accettandone la sfida, e dimostrando che – nel confronto tra Cristo e la Storia – sarà comunque la Storia a doversi inchinare all’unica vera e grande “buona notizia”, ovvero il Vangelo, e non viceversa.
Di qui la “gioia”, l’”allegrezza” di un annuncio sempre nuovo e insieme sempre antico.
 Il papa, raccogliendo le indicazioni di ben due Sinodi, declina tutto questo all’insegna della famiglia, Chiesa domestica e nucleo fondamentale di una società capace davvero di dare risposte ai bisogni umani, alle attese e alle speranze dei suoi componenti. Per questo, come è stato scritto in un recente inserto di “Avvenire” dedicato a “famiglia & vita”, “l’Esortazione postsinodale richiama la dottrina e rivoluziona la pastorale nella logica del Vangelo. Tre parole che rinnovano lo sguardo della Chiesa: accogliere, discernere e integrare tutti. Nessuna nuova norma, ma indicazioni ancora più impegnative per accompagnare caso per caso”. La “rivoluzione” c’è tutta, ma è nel senso che “Avvenire” sottolinea: rovesciare la logica del mondo, e porre al primo posto non il divieto, bensì l’abbraccio, la logica dell’amore, non indiscriminata, ma capace di accogliere e insieme di diventare fecondo di umanità. “Deus Charitas est” aveva scritto Benedetto XVI in una enciclica bellissima, ed ecco dunque ancora il collegamento stretto – a dispetto di alcuni occhiuti commentatori – tra gli ultimi due pontificati, del resto reso manifesto sin dall’inizio in quella prima enciclica di Francesco, “Lumen Fidei”, scritta per così dire a quattro mani con il suo predecessore: caso unico nella storia della Chiesa, e certo da tenere ben presente. La “luce” della Fede illumina il mondo, e si accompagna alla manifestazione della “gioia”. Forse anche per questo san Giovanni Paolo II, con un altro gesto profetico e senza precedenti, aveva aggiunto ai tradizionali “misteri” del Rosario i “misteri della Luce”.
Non è forse tutto questo l’attuazione di un’altra importante frase di Paolo VI nella “Evangelii nuntiandi” circa l’importanza, nel tempo di oggi, di farsi ascoltare “più da testimoni che da maestri”? Il testimone (parola che poi traduce il greco “martyros”, martire) non si arrende alle obiezioni, ma sa rovesciarle, riportandole alla verità, con metodi che si adattano al tempo e alla storia, che sono sempre diversi.
Che dire di più? Una cosa sola: leggiamo con attenzione, nonostante la sua oggettiva lunghezza, questo grande dono che papa Francesco ha fatto alla Chiesa e al mondo, dedicandolo alla famiglia, alla sua bellezza e alla sua importanza. Poi, certo, ci sono le conseguenze “pratiche”, anche relative alla vita della Chiesa e nella Chiesa. Spesso i mezzi di comunicazione sociale (e questo è un modo classico per sminuire argomenti “scomodi”) si soffermano solo su una o più di queste questioni, come quella, certo significativa, della comunione eucaristica a persone divorziate. Come ha detto lo stesso papa, anche durante il recentissimo (e importantissimo) viaggio a Lesbo, non è davvero questa la questione più importante. Chi è interessato, sappia mettersi in ascolto, dovunque e in qualunque condizione si trovi: troverà risposte. Sul piano specifico, queste risposte arriveranno dalle autorità competenti, anche molto presto. Già mercoledì scorso, alla Spezia, il consiglio presbiterale della diocesi, riunito dal vescovo Luigi Ernesto Palletti, ha discusso, tra gli altri, anche questo punto: Individuazione delle priorità per l’accompagnamento delle famiglie alla luce dell’Esortazione apostolica “Amoris Laetitia”.
Come si vede, non si sta perdendo tempo. Non occorre avere fretta. La gioia e la preghiera, di solito, non vanno molto d’accordo con la fretta…

 



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