N° 5 - Maggio 2016
LE GRAFFIATURE
di Antonio Ratti

 

Fede ed etica

 

Una cara signora, lettrice spezzina del Sentiero, si è lamentata, molto delusa, per la mancanza delle mie graffiature sul numero di Marzo e di Aprile. L’accontento subito toccando un argomento di cronaca molto sensibile e delicato, che insieme ad altri eventi spiacevoli rattristano non poco papa Francesco e rendono più complicata la sua missione apostolico-pastorale e di guida della Chiesa.
Avevo già in passato affrontato il tema, che pur riguardando, per fortuna, una minoranza di personaggi, reca danno all’immagine della maggioranza che nessuno vede, solo perché presta silenziosamente e coscienziosamente il proprio servizio: mi riferisco alla “chiamata” ed alla presunzione di superiorità che ne consegue e che, talvolta, serpeggia, involontariamente quanto si vuole, ma serpeggia visivamente e condiziona.
Mio padre, persona integerrima e buon cristiano, mi suggeriva di radermi tutte le mattine, perché, sosteneva, fosse l’occasione migliore per vedere riflesso il mio viso sullo specchio e domandarmi: “Posso guardarti negli occhi, o, abbassandoli, devo usare la saliva?”.
Un’espressione sicuramente inelegante e volutamente rozza, perché fosse impattante e infatti, nella realtà, rappresentava il suo pressante invito alla quotidiana autovalutazione del mio sentire e agire. Quanto ci autostimiamo e ci vogliamo bene! Quanto siamo sempre pronti a individuare le puntuali motivazioni che vorrebbero e dovrebbero nelle intenzioni giustificare comunque il nostro operato, contraddicendoci spesso, perché le bugie aggrovigliano le idee appalesando appieno la nostra miseria etica e intellettuale, resa nuda da noi stessi in bella evidenza!! E, se per mera casualità, ci sembra, o ci viene detto, di aver fatto una cosa buona, il pensiero è: santo subito!!
Gesù, che la sa lunga e conosce bene l’uomo, nella sua meravigliosa preghiera ci fa ripetere “non c’indurre in tentazione”: e ha colto nel segno. Può il buon Dio indurci in tentazione? Certamente no, ma impuro è ciò che esce dall’uomo e non ciò che vi entra, dice sempre Gesù ai farisei che lo tentavano. Qualche anno addietro si vociferava di volerla cambiare quella “ frasetta” del Padre Nostro, perché, si diceva, troppo ermetica, sibillina e, forse, anche fuorviante per i non addetti ai lavori. Invece è così chiara ed esplicita nella sua essenziale sinteticità, che a certe coscienze “ultra-delicate” può suscitare un certo prurito fastidioso di rimorso e, allora, ecco il tentativo di ammorbidirla.
Pinocchio prende a martellate il grillo, voce della sua coscienza, per metterla a tacere.
Con le dovute cautele e le più che dovute proporzioni, sempre la “ frasetta”, richiama nel contenuto la rozza e povera espressione paterna.
Se quel principe della Chiesa avesse riflettuto con umiltà sincera e senza l’autoreferenzialità della sua specifica ed alta “chiamata” legata alla “continuità apostolica” del suo ruolo, sul “non c’indurre in tentazione” o avesse avuto  tra i contigui chi gli suggeriva l’espressione di mio padre, non sarebbe da tempo così “chiacchierato” e messo, indifendibile, alla gogna, né avrebbe arrecato tanto male alla divina istituzione, cioè, alla Chiesa, che afferma, con sufficiente dose di presunzione saccente e irritante, che richiama la citata chiamata, di aver servito al meglio. Le domande sono sequenziali: ha più servito o si è più servito? Ha più dato o ha più preso? La misericordia divina abbisogna di innocenza e di candore, cioè, di onestà: metterò gli occhiali per cercarli al meglio questi tre attributi, perché, causa l’età, sono presbite e miope, ma penso, con molta amarezza, che potrei, in questo caso, farne a meno, poiché fa tanto male vedere la Chiesa così frequentemente, in questi ultimi anni, aggredita dal suo interno e da parte di coloro che dovrebbero, per libera scelta, dico io, per chiamata, dicono loro, essere di esempio ai credenti e ai non credenti.

 

02 – aprile - 2016



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