N° 7 - Agosto-Settembre 2014
Antichi focolari
di Carlo Lorenzini



 Ero passato da lui qualche sera prima. Lo trovai in sala, accanto al fuoco. Solo. Nella sua abituale poltrona. Il fiasco del vino nero vuoto a mezzo e il bicchiere pieno a metà erano sul ripiano del focolare, vicini alla fiamma. Accucciolata sul divano, nella sospirosa attitudine di semiaddormentata, la sua cagnetta. Mi disse: “Ero a guardare la fiamma del fuoco”. Poi aggiunse: “Prima di metterti qui in poltrona accanto a me, prenditi un bicchiere, che sono lì nella vetrina”. Io presi il bicchiere. Lui me lo riempì. Disse: “Il vino nero va bevuto che dà sul tiepido”. Io ne bevvi un sorso. Poi mi sedetti, posando il bicchiere in terra alla mia destra. Mi disse: “Ora che è inverno, alla sera dopo il giro dai vari ammalati, questo è il mio passatempo, la mia consolazione. Guardo la fiamma del fuoco e ogni tanto bevo un sorso. La fiamma è come il vino e tutti e due sono come le donne. Se non fai attenzione, ti affatturano, ti fanno il sortilegio e tu non te ne puoi più liberare”. Poi, dopo una lunga pausa, aggiunse: “La fiamma poi è anche peggio del vino, perché ti fa vagare con la fantasia. Guidata dalla fiamma, la fantasia va a rievocare il passato; ti spinge incontro all’avvenire. Due operazioni, a questa mia età, egualmente disastrose.
Ci eravamo conosciuti perché avevo i suoi due figli a scuola, in seconda liceo classico. Io insegnavo Italiano e Latino. Ricordo che venne una volta a chiederne notizie. Due giovani, lui e lei, per altro seri e studiosi. E l’incontro si trasformò in conversazione. E la conversazione in scoperta di affinità elettive, di idee e di sentimenti. Venne altre volte. E i figli erano più che altro un pretesto. Il vero motivo la consonanza nelle nostre visioni di vita. Diventammo amici. Nonostante la nostra differenza di età. Ché io ero un giovane insegnante liceale, pieno di entusiasmo nella mia professione e di fede nella mia letteratura, e lui un medico condotto, oramai sul viale del tramonto e con pochissima fiducia nel valore terapeutico della medicina: “L’unica medicina capace di guarire, diceva, è la volontà di guarigione del malato”. Era convinto, inoltre, che le malattie erano disagi psicologici del paziente. Non era religioso. Non credeva in un’altra vita oltre a questa e diceva che, per tutto ciò che è vivo, la morte consiste nel totale annientamento. Per noi, come per un uccello, per un fiore, per una pianta. Credeva, però, che la nostra vita, come quella di ogni altro essere, avesse uno scopo. Lo scopo di contribuire alla vita del Tutto. Amava la natura sia nei suoi individui (una pianta, un fiore, una lucertola, una goccia di pioggia), che nei suoi panorami, nei suoi spettacoli (il mare in tempesta, un paesaggio al chiaro di luna, una campagna bionda di grano maturo). Aveva sempre letto molto e ancora leggeva. Tra i poeti prediligeva l’Omero dell’Iliade, e l’Ariosto per il suo Orlando. In entrambi l’uomo soccombe al destino, ma non si piega. Era invece freddo nei confronti di Dante: un uomo, secondo lui, che non ha saputo fare da sé. Dei filosofi amava soprattutto Epicuro e il suo banditore Lucrezio, perché dopo i disastri provocati dall’idealismo di Platone, avevano riabilitata la materia e con la materia la nobiltà del nostro corpo. Dei moderni, aveva particolare ammirazione per D’Annunzio; lo considerava un profeta inascoltato. Di lui diceva: “I tempi non sono ancora maturi, ma la sua Lussuria sarà il mostro da esorcizzare negli anni Duemila”. Giudicava Carducci e Pascoli, echi dell’Ottocento, poeti per spiriti in vena di sentimentalismo. Lui stesso, suo malgrado, era un sentimentale. Si abbandonava ai ricordi, pur dicendo disgraziato colui che si fa mettere sotto dalla nostalgia. Figlio di contadini, rimpiangeva quel mondo difficile, in cui le ore di lavoro correvano senza interruzione dall’alba al tramonto e in cui lo studio era riservato nel tempo rubato al sonno. Ma era anche un mondo pieno di libertà e di poesia, specialmente quello vissuto nella fanciullezza. “Sono stato libero e felice fino a tutte le elementari, raccontava a volte, in cui i compiti erano alternati alla vita errabonda nei campi e nei boschi. Poi i miei (mio padre soprattutto) mi vollero mandare agli studi, come per riscattare il senso di umiliazione del loro essere contadini. E mi mandarono in collegio. Togliendomi la libertà della natura. Un insanabile trauma. Sempre ho portato nel cuore quel tipo di vita errabonda. Quel mio paradiso fatto di vigneti, di oliveti, di boscaglie, di casolari in mezzo ai poderi, di cipressi in doppia fila verso candide fattorie o verso piccoli borghi; o messi in gruppo, isolato in mezzo a brune distese di terra lavorata; oppure di bianchi buoi al centro di lucidi maggesi. Ho studiato, sono diventato medico, ho messo su famiglia, ho avuto figli. Ma la mia vita è rimasta spezzata il giorno in cui (era autunno e cadevano le foglie), lavato e ripulito, vestito tutto a nuovo, il sacco sulle spalle, mio padre mi accompagnò alla fermata del postale che mi portava agli studi nel collegio della città vicina”.
Poi mi disse: “Questi tardi e nebbiosi pomeriggi invernali sanno già l’atmosfera natalizia; e la fiamma mi riporta alla poesia di antichi focolari, non più ritrovati e mai dimenticati”. Parlava nella semioscurità della sala, solo rischiarata dal riverbero del fuoco. Il vino nel fiasco e nel bicchiere scintillava il suo rosso rubino. “Bevo per dimenticare, disse, quel mio passato che non torna, questo presente che non m’importa, e un futuro che… C’era un poeta greco, ricordo, ma non ricordo il nome, che diceva che è meglio per l’uomo morire a sessant’anni. Anche prima, dico io…”. E dicendo, prese in mano il bicchiere e, prima di bere, mettendolo contro la luce della fiamma, ne guardò la luminosa trasparenza. Poi lo vuotò. Quindi lo riempì di nuovo e lo posò  rosso rubino accanto al fiasco. “E’ bello il vino, disse, anche la sua bellezza contribuisce a inebriarti. E anche la fiamma, quando è una bella fiamma. E anche una bella donna, una ragazza, una vergine, quando è bella”. In queste sue confidenze, eccetto gli accenni di quella sera, in cui le paragonò al vino e alla fiamma, mai parlò di donne e di amore. Questo suo silenzio in merito mi stupiva. Eppure, la sua figura, nobile e aristocratica nello stile e ancora giovanilmente virile nell’aspetto, e quel suo sguardo intelligente e signorilmente ironico, facevano pensare il contrario. Facevano pensare ad una gioventù di pieno fascino e quindi ad avventure ricche di amori e di passioni. Forse troppo dolorosi da rievocare. Avrei voluto chiedere: “E le donne?”. Ma il senso di pudore che mi caratterizzava, pur nella ormai cordiale reciproca confidenza, me lo impediva. Poi fece silenzio. E, nel silenzio, improvvisamente, mi disse: “L’altra sera ero a cena da amici; quando, d’un tratto, un forte mal di testa. Mi dovettero accompagnare a casa… E pensare che non sapevo cos’era il mal di testa…”. E ci fu ancora un lungo silenzio. Ma io ero abituato a quei silenzi. Quando andavo a trovarlo, le parole a volte erano rare. Allora, più che la conversazione, era lo stare insieme che ci gratificava. La cagnetta si mosse, guardò in giro, sospirò, e si rimise giù, nella sicurezza della presenza del padrone. Infine lui disse: “Sai? Le analisi hanno diagnosticato un aneurisma cerebrale… E’ stato per quello il mal di testa…”. Sentii. Ma non potevo crederci. Mi sembrava una cosa assurda. Aggiunse: “Ci sarebbe l’intervento chirurgico. Ma poi nel novanta per cento dei casi si resta un vegetale… E io penso che se uno è nato, deve anche avere il coraggio di morire”. Lo guardavo stupito. Avevo letto il Fedone. E nella mia giovanile superficialità avevo pensato che quella serena e gioviale imperturbabilità di Socrate di fronte alla morte poteva essere in definitiva un’invenzione dell’autore, per fare della bella letteratura. Poi parlò ancora: “Ma, non ci pensiamo… Brindiamo piuttosto; o, meglio, libiamo agli dèi, affinché ci siano amici e perché il passaggio da qui a colà ce lo rendano del tutto felice”. E, dopo averne versate alcune gocce sulla fiamma nel focolare, bevve. E, invitandomi a libare io stesso era sereno e disteso. Mi sorrideva. Notai quel suo riferimento a Socrate. Eravamo dunque in sintonia di pensieri. Però mi volevo convincere che lo faceva per celia. Non mi riusciva di prendere sul serio tutta la faccenda.
Quando mi congedai, lo lasciai che tuttavia beveva. Ma sapevo che era un uomo robusto e un gran bevitore. Quel suo vino nero colore del rubino: “E’ dei miei poderi di Montefollonico”, mi diceva. E nella commozione della voce lo struggimento del cuore: la poesia di quelle pendici solatie che, ricche di ubertosi vigneti, scendevano a valle in dolce declivio, suo regno nell’infanzia. Nel salutarmi ebbe ancora modo di scherzare: “Cerca di stare bene, mi disse, ma non ci dovrebbero essere problemi. Gli dèi sono in obbligo ora con noi, di trattarci bene, dal momento che abbiamo libato in loro onore”.
Alcuni giorni dopo, infatti, mentre ero fermo ad un semaforo, vidi alla mia sinistra degli avvisi mortuari. Uno col suo nome, e il titolo ’medico condotto’ e le formule consuete: ‘è mancato all’affetto dei suoi cari’, ‘ne danno il triste annuncio la moglie e i due figli’… E i nomi erano quelli dei suoi famigliari. E leggendo, non ero addolorato; anzi sorridevo. Pensavo, infatti, che gli dèi gli erano stati amici. Perché, certo, nonostante la sua miscredenza, avevano esaudito la sua lunga nostalgia di tornare a contemplare la fiamma di quei suoi antichi focolari, non più ritrovati, ma mai dimenticati.

                                                          

               



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