N° 9 - Novembre 2013
I Padri della Chiesa: SAN GIROLAMO (9)
di Ratti Antonio



    Sofronius Eusebius Hieronimus, San Girolamo, nasce a Stridone  nella provincia romana dell’Illiria, l’odierna località di Pòrtole in Croazia, intorno al 347 da un’agiata famiglia cristiana che lo invia a Roma per completare e perfezionare i suoi studi. Da principio ama la bella vita, ma intorno ai 25 anni prevale l’interesse per la religione cristiana. Ricevuto il battesimo, forse, nel 366, si sente ardentemente portato per la dura vita ascetica. La sua prima esperienza in questo senso la vive ad Aquileia, allora importante città imperiale ed episcopale, dove si inserisce in una comunità di ferventi cristiani da lui definiti “un coro di beati,” guidati dal locale vescovo Valeriano. Il bisogno di approfondire le sue conoscenze lo porta in Oriente, vicino ad Aleppo (Siria) nel deserto della Calcide, dedicandosi agli studi della Sacra Scrittura; infatti la comprensione del Vecchio e del Nuovo Testamento è il suo chiodo fisso. La solitudine e il silenzio favoriscono lo studio e la meditazione della Parola di Dio al punto da avvertire fortemente il contrasto tra la visione pagana e quella cristiana della vita. Come Agostino, fa pubblica ammenda dei suoi trascorsi giovanili scrivendo del sofferto sogno durante il quale si sente flagellato al cospetto di Dio, perché “ciceroniano e non cristiano”. Ordinato sacerdote dal vescovo Paolino di Antiochia, nel 379 si reca a Costantinopoli dove con Gregorio Nazianzeno (uno dei grandi Padri Cappadoci, di cui parleremo in un capitolo a parte) perfeziona la padronanza della lingua greca e comincia l’apprendimento dell’ebraico antico (aramaico). Risalgono a questo periodo lo studio della patristica e della teologia orientale e la lettura di Origene ed Eusebio. Nel 382 arriva a Roma, dove papa Damaso I, conoscendo la sua fama di asceta e la sua alta competenza e conoscenza della Sacra Scrittura, lo sceglie come segretario e consigliere. Anzi, mancando alla Chiesa d’Occidente un testo completo e adeguato in lingua latina delle Scritture, il papa lo sollecita alla traduzione della Bibbia: cosa che Girolamo porta a compimento in 23 anni di lavoro, applicando l’innovativo e scientifico metodo del confronto tra più fonti come la versione greca, quella “dei Settanta” e l’originale in aramaico, quasi tutto a Betlemme, dove vive il periodo più lungo della sua vita. Durante il soggiorno romano, non poche persone dell’aristocrazia, soprattutto donne come Paola, Marcella, Asella, Blesilla, lo scelgono come guida spirituale e maestro dei testi sacri. Il rigore morale, le rigide regole di vita, la decisa presa di posizione a favore del celibato ecclesiastico in contrapposizione all’eccessivo lassismo (agapetismo), il carattere poco tollerante e focoso di fronte a ciò che, pur giustamente, non condivide, gli creano un clima ostile nel clero romano. Alla morte di papa Damaso nel 384, il clero e la curia romana contrastano duramente con successo l’elezione di Girolamo, il quale nel 385 lascia definitivamente Roma per un lungo viaggio che lo porta in Palestina e in Egitto, terra di elezione per molti monaci votati all’ascetismo. Nel 386 arriva a Betlemme dove trova l’ambiente giusto per fermarsi fino alla morte che avviene il 30 settembre del 420 in una grotta presso quella della Natività. La generosità della nobildonna romana Paola gli consente l’edificazione di un monastero maschile, di uno femminile e di un ospizio per i pellegrini “pensando che Maria e Giuseppe non avevano trovato dove sostare”. Girolamo non ha la soddisfazione di conoscere il decreto dell’imperatore Onorio, che, proprio nel 420, impone il celibato ecclesiastico. Non è la prima volta che viene affrontato lo spinoso problema, perché già san Cipriano (210- 258), vescovo di Cartagine e Padre della Chiesa, il Concilio locale di Ancyra (Ankara) nel 314, il Concilio ecumenico di Nicea del 325 nel terzo canone, i Codici teodosiani dell’imperatore Teodosio il grande (347- 395) avevano affrontato il pruriginoso argomento che solo con il Concilio Lateranense II del 1139, sotto il pontificato di Innocenzo II, viene ufficialmente e formalmente eradicato, sebbene la norma non sarà sempre rispettata. L’eccezionale erudizione e la cultura letteraria, non solo religiose, permettono a Girolamo la revisione e la traduzione dei testi biblici in modo organico. Quello di Girolamo è un prezioso e indispensabile lavoro per la Chiesa latina e per il mondo occidentale. La perfetta conoscenza delle lingue gli dà la possibilità di attingere direttamente agli originali ebraici e greci, nonché a parziali versioni precedenti, producendo la traduzione della Vulgata, che è il testo ufficiale della Chiesa latina, riconosciuta come tale anche dal Concilio di Trento, dopo oltre mille anni dalla sua stesura. Egli stesso spiega i criteri usati per fornire la traduzione fedele al testo originale e ai contenuti; sostiene, infatti, di rispettare persino l’ordine delle parole, perché nelle Sacre Scritture “anche l’ordine delle parole è un mistero” (Epistolario), cioè una rivelazione. Ribadisce la necessità di ricorrere sempre all’originale: “Qualora sorgesse una discussione tra i Latini sul Nuovo Testamento, per le lezioni discordanti dei manoscritti, ricorriamo all’originale, cioè, al testo greco, in cui è stato scritto il Nuovo Patto. Allo stesso modo per l’Antico Testamento, se vi sono divergenze tra i testi greci e latini, ci appelliamo al testo originale ebraico; così tutto quello che scaturisce dalla sorgente, lo possiamo ritrovare nei ruscelli” (Epistolario). Non si limita a tradurre, commenta anche molti brani biblici. Per lui i commentari devono offrire molteplici opinioni “in modo che il lettore avveduto, dopo aver letto le diverse spiegazioni e dopo aver conosciuto molteplici pareri, spieghi quale sia il più attendibile e, come esperto cambiavalute, rifiuti la moneta falsa” (Contra Rufinum). La sua indole impulsiva e la sua preparazione teologica gli permettono di confutare con vigore chi contestava la tradizione, punto di forza della Chiesa, e la fede della medesima. Compone il De viris illustribus dove presenta le biografie di un centinaio di autori cristiani al fine di dimostrare che la letteratura cristiana ha ormai raggiunto la sua piena identità e maturità da non temere il confronto con quella classica. L’Epistolario è l’opera che meglio mette in luce la personalità e le caratteristiche dell’uomo colto, del modello di costumi nel mondo, dell’asceta coerente e senza cedimenti, della guida spirituale capace di attrarre a sé molti seguaci. Il fondamento del pensiero e dell’operare di Girolamo è “Ignorare le Scritture, è ignorare Cristo”. Questa è la molla che lo porta ad accogliere nel 382 l’invito di papa Damaso di dare in modo definitivo alla Chiesa latina il grande dono della Parola di Dio. Ritiene che ogni cristiano, per essere tale, debba instaurare un dialogo personale con Dio attraverso la Sacra Scrittura per cercare di capire cosa il Signore intenda suggerirci. Per non cadere nell’errore dell’individualismo è fondamentale comprendere che la Parola ci è stata donata per costruire una comunione d’intenti nella verità nel comune cammino verso Dio. Pur essendo la Parola personale, nel senso di essere rivolta alla persona, è comunque vocata all’edificazione di una comunità, ovvero la Chiesa; perciò la Parola è viva e apportatrice di frutti se accolta e messa in opera nella comunione coi fratelli: il singolo ha valore nella misura in cui si sente membro attivo della comunità viva che è la Chiesa. Così il luogo privilegiato per l’ascolto della Parola è la liturgia dove la Parola rende reale e concreto il mistero della presenza del Corpo di Cristo. Per lui isolarsi nella grotta di Betlemme non vuol significare il rifiuto del prossimo, ma vivere un modo particolare di comunione con la Chiesa universale. Nell’iconografia (rappresentazione) abbiamo due filoni: chi lo rappresenta con l’abito cardinalizio, il libro della Vulgata in mano o intento allo studio delle Scritture e chi lo rappresenta quasi spoglio, il cappello cardinalizio gettato a terra quale rinuncia degli onori, oppure in atto di penitenza con un teschio accanto e una pietra in mano con la quale è solito percuotersi per penitenza; talvolta è presente al suo fianco il leone al quale ha tolto una spina dal piede. “Con quest’uomo intrattabile hanno un debito enorme la cultura e i cristiani di tutti i tempi. Ha litigato con sprovveduti, dotti, santi e peccatori; fu ammirato e detestato. Ma rimane un benefattore delle intelligenze e la Chiesa lo venera come uno dei suoi padri più grandi” (Domenico Agasso).   Se Agostino è il grande pensatore, capace di dotare la Chiesa di Roma dei fondamentali della dottrina teologica della Grazia, Girolamo è colui che ha dotato la Chiesa di Roma del patrimonio essenziale delle Scritture in una traduzione fedele nelle parole e nella sostanza dei contenuti. In conclusione, sono due personaggi coevi che, con i loro contributi di pensiero, hanno reso un irripetibile servizio alla Chiesa latina





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