N° 4 - Aprile 2013
5 - I Padri della chiesa
di Ratti Antonio

 

 

 

                                                                             

 

                                                                 SANT’ATANASIO

                  VESCOVO, PATRIARCA, PADRE E DOTTORE DELLA CHIESA

Tra i numerosi Padri della Chiesa la scelta è caduta su alcuni, a mio giudizio, in possesso di una marcia in più. Difatti, Atanasio, oltre ad essere venerato come santo da ortodossi, cattolici e copti, è uno dei 35 Dottori della Chiesa di Roma. Ed è ricordato anche nel Calendario anglicano e luterano dei santi. Atanasio nasce ad Alessandria d’Egitto intorno al 295, pochi anni prima dell’ultima grande persecuzione scatenata dall’imperatore Diocleziano e muore alcuni lustri prima che il cristianesimo diventasse la religione ufficiale e unica dell’Impero romano. Dai genitori cristiani riceve la classica educazione del tempo, ma ha l’opportunità di formarsi alla fede nella sede patriarcale alessandrina che è un’importantissima fucina teologica e di cultura. Ancora diacono accompagna il vescovo Alessandro al 1° Concilio di Nicea (325), voluto dall’imperatore Costantino il grande (aiutato dal suo consigliere religioso Osio, vescovo di Cordova) per dirimere la questione sulla natura di Cristo sollevata da Ario, prete catechista alessandrino. Il Concilio stabilisce una definizione dogmatica riguardo alla fede in Dio (Simbolo niceno) nella quale viene attribuito a Cristo il termine homooùsios ( = consustanziale al Padre, letteralmente della stessa sostanza) che costituisce la base dogmatica del Cristianesimo. Il Simbolo niceno (il Credo che recitiamo) si pone in modo antitetico al pensiero di Ario che, essendo Cristo generato dal Padre, ritiene non possa essere uguale al Padre, quindi nega la sua divinità, considerandolo solo un intermediario tra Dio e l’uomo. Questa posizione, che demolisce il mistero della SS.Trinità, è inaccettabile, perché verrebbe svilito il valore e il significato della crocifissione di Gesù. Per tutta la sua difficile e sofferta esistenza Atanasio è testimone combattente e strenuo difensore dei principi stabiliti a Nicea e per questa sua fermezza subisce diverse deposizioni e condanne all’esilio da parte del clero ariano intrigante con la corte imperiale di Costantinopoli. Mentre la Chiesa di Alessandria è divisa dagli scismi di Ario e di Melezio (altro eretico), nel 328 è eletto, per acclamazione, vescovo dal clero e dal popolo che, in seguito, lo hanno sempre difeso e protetto e che, durante l’ultima sua deposizione, hanno saputo organizzargli la clandestinità, fino al suo definitivo reintegro. I suoi titoli di Padre e di Dottore sono legati al grande sforzo che la Chiesa di quegli anni perseguiva per definire il dogma trinitario, messo a dura prova non solo dalle tesi di Ario, ma anche da quelle di chi, ponendosi come “pompiere” e mediatore, proponeva posizioni intermedie pasticciate. Atanasio è di carattere irruento e inflessibile, quindi ha tanti nemici non solo a Corte. Il primo contrasto è, addirittura, con Costantino il grande, che, per garantirsi la pace in Egitto, provincia importantissima, ratifica la deposizione dalla sede episcopale che il sinodo di Tiro (Libano), organizzato da vescovi ariani, aveva decretato.  Nella città di Treviri, Gallia Belgica, luogo del suo esilio, scelto per essere tenuto sotto  controllo dal potere imperiale, tra il 335 e il 337 completa il doppio trattato Contro i gentili – sull’Incarnazione, nel quale elabora le sue ragioni sull’identità di Cristo Vero Dio e Vero uomo. E’ un momento cruciale, perché la Chiesa di Roma con papa Giulio è ferma sui principi stabiliti a Nicea, mentre la Chiesa d’Oriente, più portata alla speculazione filosofico-razionalista e teologica, non è contraria a tesi semi-ariane o di compromesso, parola assurda e rifiutata dal vocabolario del nostro Padre della Chiesa. L’atteggiamento deciso di Atanasio e i suoi scritti rappresentano un grande contributo a sostegno del Simbolo niceno, soprattutto, nella Chiesa mediorientale. La morte di Costantino e l’amnistia generale concessa dal nuovo imperatore Costantino II, permette ad Atanasio di essere reintegrato nella sua sede patriarcale. La prematura morte dell’imperatore, suo protettore, ridà fiato ai vescovi orientali ariani, che, protetti dall’imperatore d’Oriente Costanzo (fratello di Costantino II alla cui morte si prese anche i territori d’Occidente), tornarono a tramare contro le ferme posizioni di Atanasio e quindi fu di nuovo allontanato dalla sua diocesi. L’altalena di deposizioni con esilio e di reintegri, provocata dall’intricata sovrapposizione di interessi politici legati alla spartizione dell’Impero tra gli eredi di Costantino il grande e a diatribe teologiche, che nascondevano ambizioni di potere ecclesiastico, continua per anni. Il neo eletto papa Liberio, che guarda con attenzione all’azione pro-ortodossia di Atanasio, si rende conto che le accuse nei suoi confronti nascondono, in realtà, la volontà di demolire il Credo di Nicea da parte dell’imperatore Costanzo, dichiaratamente ariano. Atanasio è solo il pretesto, il nodo vero è l’arianesimo che non demorde. Oltre ai sinodi di Cesarea di Palestina e di Tiro, vengono organizzati, sempre con i medesimi temi, diverse altre assemblee, tra queste i due concili, ad Arles (Francia) nel 353 e a Milano nel 355, dominati dall’imperatore. In quest’ultimo si giunge a destituire anche il papa Liberio ed esiliarlo insieme al vescovo Osio, l’organizzatore del Concilio di Nicea e a tutti i vescovi non allineati. Il vescovo Atanasio è così ben protetto dai suoi fedeli che per otto anni fa perdere le sue tracce, operando nella clandestinità, nonostante le accurate ricerche e le minacce di pene esemplari verso chi avesse fornito aiuto e riparo. Nel 361 morto Costanzo, il nuovo imperatore Giuliano, passato alla storia come l’Apostata, emette un editto di tolleranza verso tutte le confessioni religiose che permette ai vescovi non ariani di rientrare dall’esilio e di riprendere possesso delle loro sedi episcopali. Ovviamente, Atanasio non fa eccezione e prepara con cura la definitiva risoluzione delle dispute che per la violenza dei comportamenti e gli interessi in gioco, di teologico non hanno più niente. Convoca nel 362 in Alessandria un Concilio d’Oriente nel quale viene posto fine a tutte le controversie teologico-dogmatiche, cristologiche e trinitarie, semplicemente riaffermando, senza nuove discussioni sui termini e sui vocaboli, i decreti del Concilio di Nicea. Nel 365 l’imperatore Valente, amico degli ariani, lo costringe ad eclissarsi per la sesta volta, ma la fuga tra gli anacoreti del vicino deserto, dura solo quattro mesi. Ormai non lascia più la sua sede vescovile fino alla morte che avviene, dopo 45anni di governo della sede patriarcale, il 2 maggio 373: giorno in cui il calendario liturgico romano ne fa memoria, mentre quello ortodosso preferisce il giorno della sua nascita, il 18 gennaio. Atanasio merita veramente il titolo di grande per l’indomita fermezza di carattere e di azione apostolica e teologica, mostrata contro gli ariani e lo strapotere intrigante degli imperatori. E’ detto anche padre dell’ortodossia per l’impegno profuso a codificare la teologia e la dogmatica trinitaria e cristologica così come era stato stabilito a Nicea. San Gerolamo sintetizza il drammatico – forse, decisivo – periodo della Chiesa d’Oriente e d’Occidente di cui Atanasio fu protagonista, così: “L’universo gemette nello sbalordimento di vedersi diventato ariano!”

Una curiosità. Sant’Atanasio è ritenuto l’ottavo Papa dalla Chiesa copta, mentre per i cattolici è Patriarca del Patriarcato di Alessandria d’Egitto, secondo, a quell’epoca, al Patriarcato d’Occidente, come veniva chiamata la sede apostolica di Roma.

 

 

 


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