N° 4 - Aprile 2013
I nostri poeti

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  25 APRILE (Nel suono di campane)
di Paolo Bassani


 
 

 

Ricordo quello scampanio festoso:

come un garrito vibrava nell’aria

profumata dalla primavera.

Dal colle s’apriva a tratti,

ora scivolando giù nella valle

ed oltre a seminarsi nel piano,

ora salendo nel silenzio dei boschi

a far eco lontana nei monti.

Le campane si erano slegate

con la voce del sabato santo.

Erano state meste per tanto:

negli anni di guerra

solo a martello avevano sonato,

scandendo i rintocchi della tragedia.

Ma fremevano i bronzi quel giorno

come cuori generosi

impazienti d’annunciare la gioia,

insieme al tricolore

finalmente libero nel vento

sull’antica torre.

Corse mia madre,

mi strinse al suo petto;

e lagrime brillarono nel sole

come fresche gemme di rugiada

in quel mattino di primavera.

Con lo sguardo di bimbo,

fissando il suo rorido volto,

mi chiedevo il perché di quel pianto.

Era la gioia, quella grande

che il cuore non sa trattenere:

l’incontenibile gioia che sgorga

per la risorta speranza.
 
 
 


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  CHIESINA DI SAN PIETRO (a Portovenere)
di Anna Maria De Ghisi (1977)


 
 
 

 

Lungo i secoli ti ha veduta la gente

d’ogni terra del mondo,

fedele guardiana sempre in vedetta orante

nel tuo luogo di pace, turbato solo

dai colpi del mare nei giorni di libeccio.

Ascolta. Così ti sente il cuore

e ti vedono gli occhi d’un poeta:

silenzio che parla di solitarie vele,

preziosa gemma infissa nella roccia

su cui giocano luci d’aurore e stelle.

Ma ora, penso a te con ansia,

ché il mare vuol demolirti,

baluardo di tua gente, e trascinarti seco.

Per questo chiedo al cielo e agli uomini

di salvarti dalla furia del mare

perché tu rimanga serena oasi

profumata di alghe e d’infinito.

 
 
 

  E NOI, GLI UNDICI
di Padre Maurilio Montefiori


 

 

 

 

Piccola turba anonima,

Ti rispettiamo.

Oh come risuonò crudele

La tua voce

Lanciata sulla ciurma di Giuda

Umiliata a terra:

“Lasciate andar costoro”.

Fuggitivi,

Non ti rivedemmo.

E ancora ci sentiamo miseri,

Abbandonati.

Noi non siam più tuoi?

Finalmente una sera

Mentre il crepuscolo

Allungava le ombre e le paure,

rompevi i sigilli della tenebra.

Ti rivelasti il Dio del Padre

E soffiavi il Santo Spirito

A mandarci,

Ancor prigionieri,

Oltre i confini del mondo.

Nelle tue mani scavate,

nel Cuore

per sempre ferito

indicavi

l’Acque erompenti di grazia

e la sapienza

che dirige l’umano

a saturarsi di eternità.

E ci dicesti: “Andate!”.

 

 

  GRAZIE, SIGNORE!
di Marisa Lisia


 
 
 

 

Grazie, Signore,

per ogni umiliazione che subisco

e per la voglia che mi viene di pregare,

sorgente di vita eterna!

Ti sono grata per il lungo cammino

in comunione con anime elette

e per i fantasmi che si presentano

con rosee prospettive di vita futura.

E grazie ancora per gli eroi

che mi raccontano tacitamente

in ogni libro aperto

le loro eroiche gesta;

e per le vecchie chimere

che ritornano da un remoto passato.

Ti rendo grazie

per poter ammirare nel tempo

le magnifiche notti d’estate

in religioso stupore…

                            

 

 


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  IL MARE D’INVERNO
di Roberto Bologna (ottobre 1984)


 
 
 

Il sole si tuffava nel mare;

il cielo azzurro svaniva nella sera;

e la luna tardava.

Ma su di noi brillava una luce sincera.

…E stavamo seduti sulla spiaggia

a guardarci negli occhi.

 
 
 

  SALIR LA MONTATA GH’E’ DURA
di Mario Orlandi


 
 
 

Salir la montata gh’è dura:

la gamba la n’ghen pù abituà,

‘l r’spiro i s’ fa svelto,

i gociolon d’ sudoro m’nuto

impast’n i ciufi,

i scend’n svelti a brusciar i och’i.

Salir la montata gh’è dura:

l’erba la copre i sasci,

‘n violo streto e curvo

i guide i pasci p’santi

anc se i rami l’ombra

i la dan profonda e scura.

Salir la montata gh’è dura:

‘l paeso imobil’ e serio

i propon’ musi novi,

‘l saluto gh’è dificile e svelto,

i amici d’ na vota, vech’i ‘nca lore,

i rid’n come dir: ”Bei mi tempi!”.

Salir la montata gh’è dura

prché i altri i sent’n la rotura

ch’esist fra noaltri

e romp’r ‘l mei, ‘l paes’antigo

che tanta storia gh’a tramandà,

i par ‘n dovero pù che ‘n destin nero.

Salir la montata gh’è dura:

ma mai a m’ stuf’rò

d’ v’nir ‘n ti borghi o ‘n t’la Pià

p’r farm p’rdonar la fuga

dai sasci sgr’tolà e seri

chi m’ mir’n però con tanta sc’mpatia.

                                                         

 

 

SALIRE LA MONTATA E’ FATICOSO-  Salire la montata (la mulattiera) è faticoso: le gambe non ci sono più abituate, il respiro si fa svelto, le  gocce di sudore impastano i capelli, scendono svelte a bruciare gli occhi. Salire la montata è faticoso: l’erba copre i sassi, un viottolo stretto e curvo guida i passi pesanti anche se i rami l’ombra la danno profonda e scura. Salire la montata è faticoso: il paese immobile e serio propone visi nuovi, il saluto è difficile e svelto, gli amici di una volta, vecchi anche loro, ridono come dire: “Bei miei tempi!”. Salire la montata è faticoso perché gli altri sentono la rottura che esiste tra noi, e rompere il migliore, il paese antico che tanta storia ha tramandato, sembra un dovere più che un destino nero. Salire la montata è faticoso, ma mai mi stuferò di venire nei borghi o nella Piazza per farmi perdonare la fuga dai sassi sgretolati e seri che mi guardano però con tanta simpatia. (Tratta dal libro “Pane per la memoria”).
 
 
 

  IL FILO E LA CRUNA
di Paola G. Vitale


 
 
 

 

Che meraviglia, che fortuna:

ho ancora un ago

con la vera cruna!

E qui il filo non fa a botte,

avanti e indietro,

fino a mezzanotte!

Questi aghi nuovi che ho comprato,

davvero li ripongo da un lato.

Qui il filo s’impunta,

sembra voler dire:

non si usa più ricucire?

Ora i buchetti nei calzini

non ridono più, da birichini.

E’ stato un attimo,un piacere…

Non ditemi che è un duro dovere!

 

                                        

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