N° 4 - Aprile 2010
I Vangeli del mese
di Gualtiero Sollazzi

 

 

Domenica di Pasqua

 

Profumo di vita, di festa, di alleluia. Mani piene di aromi per quel corpo amato  nel sepolcro,  trovato però vuoto, con un Angelo che annunzia “Non è qui, è risorto!”

Donne che corrono a darne notizia, discepoli che corrono per verificarla.

E vedono bende per terra, sudario ripiegato.

La Resurrezione del Cristo accade in un clima di incredulità. Nessuno dei suoi, durante la Passione, la ricordò, solo i nemici l’ebbero presente ma  per timore  di qualche ‘trucco’ da parte dei discepoli. “Noi speravamo” dissero quei due seguaci di Gesù sulla strada di Emmaus proprio a Lui, senza riconoscerlo. Poi, quando spezzerà il pane, allora scopriranno che è proprio  risorto. Così succederà a Maria di Magdala, agli apostoli, e a Tommaso. Nessuno aspetta ciò che il Signore aveva promesso: “Dopo tre giorni risusciterò”

Piaghe mostrate e toccate, pesce arrostito che il Risorto mangia: “Non sono un fantasma!” e poi, quel saluto carico di un amore ben conosciuto:“Pace a voi”. Finalmente crederanno. E andranno per le strade degli uomini ad annunziarlo fra sacrifici inenarrabili.

 In questo giorno “fatto dal Signore” come la Chiesa oggi ci fa cantare, noi, figli della Resurrezione, dovremmo sentire il fremito di un’appassionata testimonianza di Cristo risorto. Aiutati da meditate parole di un frate poeta, Turoldo: “E dirò alla gente :Avete visto il Signore ? Ma lo dirò in silenzio e solo con un sorriso”.

 

Domenica 2a di Pasqua

 

“Abbiamo visto il Signore!” Ma lui, Tommaso non ci crede. Crede solo a se stesso. Immagine triste di tutti quelli che non si fidano della testimonianza degli altri. Eppure, avrà notato la gioia, la sorpresa, i visi illuminati dei suoi amici. Avrebbe dovuto notare in loro, anche il cambiamento avvenuto: dall’incubo alla letizia. No, deve vedere. Il Signore punisce l’incredulità del discepolo, apparendo ancora e chiamandolo direttamente. Le mani forate, il costato ferito mettono in causa il miscredente. Solo allora cambia tutto. Tommaso crederà. Il Maestro, però, non lo loda. Loda chi ,“senza aver visto, crederà”.

 Noi, se vogliamo. E saremo “beati”.

 

Domenica 3a di Pasqua

 

Gesù si fa ancora servo come quella sera al Cenacolo, quando depone le vesti, si cinge la vita con un asciugatoio e lava i piedi ai discepoli. Qui siamo al “mare di Tiberiade” i discepoli pescano a vuoto e Gesù li raggiunge. Nessuno Lo riconosce, solo il discepolo “che Gesù amava”. L’amore, ha sempre occhi più pronti per riconoscere. Il Maestro prepara tutto a quei suoi amici, stanchi di una notte persa. Li serve, allora: fuoco acceso, pesce  arrostito e pane caldo.

Loro mangiano con gioia, riconoscono il Signore ma non chiedono niente a Lui: sanno che è Lui!

Poi, il grande fatto con Pietro. Il traditore pentito, viene invitato a cantare l’amore al suo Signore. Tre volte negò; per tre volte dice con umile convinzione che ora ama. Potrà pascere il gregge del Cristo se Pietro ama. Potrà raccontare l’amore ora che ne ha pieno il cuore. Così, il Signore gli fa una profezia per indicargli “ di qual morte doveva morire!”

Ci sarà anche per lui, una croce che lo aspetta. Ma non importa, anche quella sarà amore.

 

Domenica 4a di Pasqua

 

Pecore e pastore. L’immagine del gregge non appare intensa, oggi, come poteva apparire ai tempi di Gesù. Ma il ‘messaggio’ sì. Il Cristo tocca il cuore nell’affermare che “le pecore” le conosce. Noi, vero gregge del Signore, non siamo ammasso, non siamo ammucchiata. Siamo conosciuti, seguiti, difesi: “Nessuno le rapirà dalla mia mano…”

 Con un dono preparato: la vita eterna. In filigrana riappare la Croce. La vita eterna è donata in forza di quella  Croce. E’ sicura, perché, come cantiamo al venerdì santo  c’è “la santa resurrezione”.

Il Pastore buono, “bello” dice una traduzione più appropriata, è davvero amore per tutti noi, “gregge che Egli pasce”.

In questo brano evangelico ci sono due verbi: “ascoltano” e “seguono”.

Sono verbi che parlano.

Ma sono racconto delle nostre scelte o rimprovero perché né ascoltiamo, né seguiamo? Un poeta tedesco,Silesius, ci aiuta a capire cosa significhi avere il Signore come pastore e guida: “Fermati, dove corri? Il cielo è in te!”

 

 

 

 




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