N° 4 - Aprile 2009
Storie dei lettori
  Quel giorno a Nicola
di Marta


QUEL  GIORNO  A  NICOLA

 

Non conoscevo Anna: un giorno mi chiamò e disse: “Raccogliamo testimonianze di foto-ricordo, libri, utensili, biancheria, corredi, abiti da sposa…per allestire una mostra presso il Circolo Culturale “Almo Cervia” a Nicola dal titolo “Com’eravamo”.

Questa mostra ha riscosso un grande successo anche se, con rammarico, alcuni non l’hanno saputo e, dispiaciuti, mi hanno chiesto se si rifarà (penso proprio di sì, magari con più divulgazione nel territorio).

La mostra è durata quindici giorni, dalle 15 alle 19. Grande l’entusiasmo di chi ha potuto vedere le foto d’epoca dei nostri nonni, gli attrezzi da lavoro, i giochi dei bambini, i corredi ricamati a mano, i lini tessuti artigianalmente dalle ragazze per il loro corredo, ma, soprattutto, gli abiti da sposa: ce n’erano dal 1947 fino al 1987.

Tutto questo fatto con cura e ordine dalle ‘Ragazze del Borgo’ , di cui è presidente Anna Cervi, una donna esile, bella, con temperamento energico, che trasmette in tutti voglia di collaborare.

Quel giorno a Nicola (sul finire della mostra, ovvero il 28 febbraio) c’eravamo tutti, o per meglio dire, c’erano tutti gli scrittori: da “Voci del territorio” a “Nicola racconta”.

L’incontro è stato condotto dalla bravissima Maria Chiara Gentili; erano presenti il sindaco Francesco Pietrini e l’assessore alla cultura Massimo Marcesini.

Maria Chiara ha iniziato con la lettura di alcune poesie di Maria Giovanna Perroni Lorenzini e di alcune pagine del libro “Com’eravamo” dell’omerico e manzoniano Carlo Lorenzini.

Il dott. Giuseppe Cecchinell, autore di un “vocabolario del dialetto nicolese” ha letto uno spaccato di vita vissuta a Nicola.

 Il maestro Mario Orlandi, autore del libro “Il pane della memoria”, libro di poesie in dialetto di recente pubblicazione, ha recitato alcune delle sue poesie.

 E’ stata poi la volta di Elio Gentili, autore del libro:”Ortonovo dei nostri nonni” (100 anni di storia, dal risorgimento alla lotta di liberazione) e di alcune poesie tra cui le famose “Arnichyola” (pioviggina) e”Ghyumei d’ lana” (gomitoli di lana).

 Poi Romano Parodi, anche lui autore di un libro “Detti, storie e personaggi”, ha raccontato di una curiosa storia d’altri tempi.

Anche Guido Taravacci, autore di “A piedi scalzi”, ha puntualizzato alcuni particolari della sua opera.

Poi Salvatore Pennisi autore di “El Alamein, 50 giorni di eroismo”, ha ricordato Umile Cecchinelli, arruolato nella Folgore, catturato e fatto prigioniero in El Alamein e il suo fortunoso ritorno a casa.

Tra gli altri c’erano Maria Angela Albetazzi, poetessa e autrice di “La mia infanzia nella guerra”; il prof. Franco Marchi ha spiegato il suo “Dizionario”, pubblicato sulle pagine del “Sentiero” e altre sue opere. Sergio Marchi ha parlato dell’esistenza di una lastra di marmo, nella piazza di Nicola , con scolpito un gioco: si tratta del ‘filetto’, gioco in voga anni fa; ve ne sono anche in Ortonovo.

Sono intervenuti inoltre la prof. Franca Corsini, il prof. Angelo Galloni, l’arch. Roberto Bologna, Adriano Antognetti, Dino Bologna e tanti altri.

Bello rivivere insieme, oggi, la storia di com’eravamo e posso garantirvi che tutti i conoscenti di allora erano tutti lì, ad ascoltare, a rivivere quei momenti che, grazie a loro, ci sono pervenuti: la nostra memoria storica.

Nella mia immaginazione li ho rivisti come alla moviola, lentamente: Giovannino Cipollini e sua moglie, la signora Ada; la Rita, l’Elvira detta Sgadò; il Ballotto; i fratelli Pietra, che ci hanno lasciato da poco; Eva, bella come la luna, morta giovane lasciando una figlioletta appena nata; don Tito, la Superiora, suor Anna, suor Gabriella, suor Giuseppina e la Bice che mi diede la ricetta della frittata con la ‘romice’, e tantissimi altri di cui non ricordo il nome.

Grazie a tutti, presenti e passati, con la speranza di rivivere ancora tanti momenti come questi.

Ad Anna e alle Ragazze del Borgo, grazie, grazie.

                                                                                                                      Marta

  Esperienza di un medico
di Un medico


ESPERIENZA  DI  UN  MEDICO

 

Era una mattinata movimentata, quando un anziano gentiluomo di un’ottantina d’anni arrivò per farsi rimuovere dei punti da una ferita al pollice.

Disse che aveva molta fretta perché aveva un appuntamento alle nove.

 Rilevai la pressione e lo feci sedere, sapendo che sarebbe passata oltre un’ora prima che qualcuno potesse vederlo.

Lo vedevo guardare continuamente il suo orologio e decisi, dal momento che non avevo impegni con altri pazienti, che mi sarei occupato io della ferita.

Ad un primo esame, la ferita sembrava guarita; andai a prendere gli strumenti necessari per rimuovere la sutura e rimedicargli la ferita.

Mentre mi prendevo cura di lui, gli chiesi se per caso avesse un altro appuntamento medico, dato che aveva tanta fretta.

L’anziano signore mi rispose che doveva andare alla casa di cura per fare colazione con la moglie.

Mi informai della sua salute e lui mi raccontò che era affetta da tempo dall’Alzheimer.

Gli chiesi se per caso la moglie si preoccupasse nel caso facesse un po’  tardi.

Lui mi rispose che lei non lo riconosceva già da cinque anni.

Ne fui sorpreso, e gli chiesi: “E va ancora ogni mattina a trovarla anche se non sa chi è lei?”.

L’uomo sorrise e mi batté la mano sulla spalla dicendo: “Lei non sa chi sono, ma io so ancora perfettamente che è lei!”. Dovetti trattenere le lacrime…Avevo la pelle d’oca, e pensai:

“Questo è il genere di amore che voglio nella mia vita.

Il vero amore non è né fisico, né romantico.

Il vero amore è l’accettazione di tutto ciò che è, è stato, sarà e non sarà.

Le persone più felici non sono necessariamente coloro che hanno il meglio di tutto, ma coloro che traggono il meglio da ciò che hanno”.        

Spero condividerai questo messaggio con qualcuno cui vuoi bene, io l’ho appena fatto.

La vita non è una questione di come sopravvivere alla tempesta, ma di come danzare nella pioggia.

                                                                                        Un medico

  Nell'oliveto
di Carlo Lorenzini


NELL’OLIVETO

 

Oggi, venerdì cinque dicembre mille novecento novanta sette, ho finito di cogliere le olive.

Una lunga maratona.

Più di un mese, dagli ultimi giorni di ottobre.

Spesso interrotta dalla pioggia.

Nei primi giorni coglievamo insieme, soli, io e mia moglie.

Noi due soli, nel deserto della campagna.

Io coglievo, aiutandomi con la scala, le cime poste su in alto e periferiche.

Lei, in piedi, da terra, coglieva le rame basse, quelle a portata delle sue mani.

Oppure, seduta in una seggiola, disolivava i rami, che io, potando, le preparavo.

Insieme coglievamo soltanto al mattino.

Nel pomeriggio, quei pomeriggi ormai corti e subito precipitanti nel crepuscolo, per immergersi presto nella notte, coglievo da solo.

Oppure li passavamo in casa: lei a riposare, a leggere, a guardare la televisione, a scrivere al computer, oppure a fare da mangiare, per il pranzo del giorno dopo; io, anch’io a riposare, a scrivere, a leggere, o alle prese con qualche lezione.

Durante la raccolta insieme, poche parole fra noi.

Ad un certo punto della vita in comune, fra coniugi, il silenzio è l’espressione più affettuosa, più eloquente; e la più normale.

Il silenzio e la meditazione.

Nella maturità, più che di parole si vive di pensieri, perché si vive più che altro di ricordi, di nostalgie e di paure, dimensioni egualmente difficili da esprimere.

Lei, non so cosa pensava durante quei suoi lunghi silenzi nella coglitura.

Ma io avevo dei pensieri lontani.

E ogni tanto, quando era un po’ che non la vedevo, e non la sentivo, la chiamavo: “Nanna, come va?”.

E allora lei mi rispondeva:

 “Va bene. Ma fa un po’ freddo”; oppure: “Potrebbe andare meglio, in questa pianta sono piccole e rade.

E’ un’ora che colgo e la cestella è ancora quasi vuota”; oppure: “Sono fortunata, qui dove mi trovo ce ne sono tante e grosse, e poste molto in basso”; oppure: “Stamattina il tempo non scherza, è un’aria da neve”.

E poi di nuovo silenzio.

Ma a me piaceva, ogni tanto, sentire la sua voce; una voce, chiara, casta, musicale, rimasta giovane e squillante, nonostante l’usura degli anni; una voce ancora da giovinetta.

Una voce ‘mia’, che è così solo quando parla a me.

E poi ancora silenzio…

 

 
                                                                                               Carlo Lorenzini

  Felice Santa Pasqua
di Paola G. Vitale


 Lettera da Luni Mare

Felice Santa Pasqua

 

a scrittori, dottori, popolo tutto, e Amministrazione.

 In questa terza Via Crucis parrocchiale, ho trovato due risposte alla mia vita.

La prima è: “non ne volle bere per rimanere cosciente fino alla morte”; questo per me.
L’altra è: “perdona loro...”, perché ci lasciano nell’abbandono da troppi anni.

 

Luni Mare, Pasqua 2009.                                                     Paola G. Vitale

  Giulio, il boscaiolo
di Marco Bernardini


 GIULIO,  IL BOSCAIOLO

 

Lassù, ad oltre mille metri d’altezza, Mimma ed io abbiamo  una casetta  nel più piccolo e più alto comune delle Marche: Bolognola, a oltre cento chilometri da Ancona.

Sono i Monti Sibillini, vanto dell’alto maceratese. 

Queste suggestive montagne si raccolgono e si allungano in una magnifica cordigliera che si colloca oltre i 2000 metri.

La visione è suggestiva: frassini, faggi ed aceri si susseguono in un intreccio compatto, svettando verso l’alto, lasciando ben presto posto a piccoli arbusti e a radure verdi che a loro volta cedono, su in alto, alle rocce molto spesso ammantate di neve.

La località, punto d’attacco per i percorsi alpini,  presenta però un’insidia che va fronteggiata in modo attento e calcolato: il freddo.

Ma noi non abbiamo problemi perché c’è Giulio.

Giulio è il boscaiolo settantenne che vive lassù assieme al suo gregge.

Uomo burbero, di poche parole, di gran cuore.

E’ lui che ci fornisce la legna per il nostro camino.

Col tempo siamo diventati amici e con lui abbiamo imparato ad usare il linguaggio stringato ed essenziale dei montanari.

Ci diamo del “tu” come si conviene tra gente di montagna anche se lui tradisce una piccola vena di riguardo nei miei confronti perché mi chiama “ingegnè”.

In un  tardo pomeriggio, mentre passeggio  nella piazzetta del paese, incontro Giulio.

Mi accorgo che zoppica.

Lo vedo molto triste ed avvilito.

Mi fermo e gli chiedo come sta. 

Mi dice sconsolato: - Mi fa male la spina dorsale, non riesco più a camminare.

Ho fatto le radiografie ma nessuno mi dice che fare.

Mi hanno detto di prendere queste pillole e basta –.  Mi rendo conto che sono pillole pericolose se non opportunamente dosate, ma soprattutto sono  stupito nel vedere come Giulio sia praticamente abbandonato a se stesso.

Nessuno pensa a lui.

Ritorno a casa e parlo con Mimma. 

Questa cosa ci martella in testa.

Che fare?

Ci vengono in mente le meravigliose parole: fate agli altri ciò che vorreste che gli altri facessero a voi.

Tutto è chiaro: vado  a casa sua e gli chiedo le certificazioni mediche che possiede, perché vogliamo interessarci della questione giù in Ancona.

Nel salutarlo gli dico: - Adesso, Giulio, tu stà sereno e non preoccuparti, perché pensiamo noi a te-.  

Rimane  sorpreso  e senza parole.

Non sa cosa dire.

Mi guarda con gli occhi spalancati dove leggo fiducia e stupore.

Rientrando in città consultiamo un ortopedico di fama, nostro amico, non credente, al quale mi sono già rivolto per situazioni analoghe…

- Ma chi è questo Giulio? mi chiede.

- Un montanaro quasi analfabeta, un nostro amico.

Bisogna aiutarlo-, dico io.

- Ho capito - dice sornione - una delle tue diavolerie.

Va bene vediamo-.

Esamina il materiale, ma non capisce.

Le radiografie non giustificano a sufficienza quello che abbiamo visto.

- Senti, me lo devi  portare qui.

Devo vederlo-.

Telefono lassù, in montagna, lo informo di tutto e concludo: - Giulio, ti vengo a prendere –.

 E’ commosso.

Lo specialista lo visita e si rende conto che non si tratta della spina dorsale ma dell’anca. –

Bisogna operare in fretta, signor Giulio-, gli dice.

 Lui non guarda il medico, guarda me.

E’ spaventato.

Io gli sorrido e gli faccio un cenno di assenso con la testa.

Allora si rivolge al medico: -Va bene, dottò-.

 Giulio il boscaiolo viene operato.

Il medico uscendo dalla sala operatoria mi chiama al cellulare per dirmi - Tutto bene, Marco; anzi già che c’ero gli ho anche allungato la gamba di due centimetri-.  

Sono andato a trovarlo in ospedale con Mimma subito dopo, perché la nostra parte doveva essere fatta fino in fondo.

Giulio era felice.

Mai visto così sereno.

Già era in piedi.

Ma questa volta non mi ha detto: grazie ingegnè.

Mi  ha attirato a sé e con gli occhi che luccicavano, mi  ha baciato le mani.    

                                                      

                                                                                                              Marco Bernardini                                                                                                                                                  

  Il patrimonio di Ortonovo
di Franco Marchi


 IL  PATRIMONIO  DI  ORTONOVO

 

Avendo alle spalle una certa conoscenza del territorio di Ortonovo, pensando a ciò che in esso si possa denominare ‘patrimonio’, da sempre , ed ancor di più oggi, esso lo riscontro nel tessuto dei sentieri e nel bosco.

Le ricerche di Archivio e la visione del territorio indica in questi due aspetti ciò che la cultura francese prima -e oggi anche quella italiana- ritiene essere ‘ patrimonio’ di una comunità.

Purtroppo sia i primi che il secondo non sono praticabili e si vanno deteriorando.

Una articolata sentieristica, un tempo perno delle economie territoriali, oggi può essere il centro delle escursioni a piedi o in mountan bike.

I fruitori della ‘Mangialonga’ ne sono pienamente consapevoli.

Sarà questione di naso, ma girare a piedi per la tenuta di Marinella è poco proficuo.

La legna, oggi, sta ritornando ad essere competitiva per l’uso del riscaldamento nelle case.

Le moderne stufe ne ripropongono il taglio e quindi la pulizia dei sentieri e del sottobosco.

Dagli anni cinquanta del Novecento le piante stanno crescendo e marcendo e per fortuna che non vanno in fumo.

Quando ero ragazzo avevo un attrezzo: da una parte piccone e dall’altra accetta, col quale scavavo e tagliavo le ciocche di erica scoparia.

Legna che dava un grande calore nel camino come nella stufa.

Il bosco di Ortonovo ne è pieno, così come di corbezzoli altissimi che si sovrappongono ai frassini, aceri, carpini.

Da tempo le carbonaie sono spente, ma il bosco va ripulito, prima che il fuoco vi prenda e vada tutto in cenere.

Se la legna è ritornata sul mercato delle fonti di calore, ad Ortonovo bisogna ricordarsi che i quattro quinti del suo territorio è boschivo.

Se passeggiare fa bene alla salute, così come l’andare in bicicletta, ad Ortonovo i sentieri non mancano.

Questo è il patrimonio di Ortonovo e ciò lo è da qualche millennio e risulta inutile cercare altra cosa.

 

                                                                                             Franco Marchi

  Da brivido !!!
di Antonio Ratti


        DA  BRIVIDO !!!

 

Un TG ha dato la notizia che in sei scuole primarie di una contea inglese hanno iniziato la distribuzione, in via sperimentale, della, così detta, “pillola del giorno dopo” alle alunne da undici anni in su, previa richiesta attraverso un messaggio SMS delle interessate.

Per invogliare le ragazzine in difficoltà a superare l’imbarazzo e la paura, viene garantita la massima riservatezza e, soprattutto, non verranno informati i genitori.

Se il test avrà il successo previsto e sperato, è intenzione delle autorità preposte di estenderlo alle scuole del Regno Unito.

A prescindere da ogni valutazione di ordine etico, solo due considerazioni dettate dal buon senso: 1) Che fine ha fatto la tanto declamata collaborazione stretta tra scuola e famiglia?  2) Si è pensato alle possibili conseguenze a somministrare sostanze chimiche ad  azione ormonale su un complesso apparato riproduttivo che non ha ancora raggiunto la sua completa maturità funzionale?

Conclusione: sia la Scuola che i genitori sembrano decisamente orientati ad allevare i figli più che ad educarli.      

Quanta tristezza!!

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