N° 2 - Febbraio 2022
Storie dei lettori
  Dal Diario di un Pellegrino
di Gualtiero Sollazzi


        DEI DOVERI DELL’UOMO

Mazzini, ormai, è un dimenticato. Lui e soprattutto le cose che ha scritto, bene e controcorrente. Come il saggio dal titolo riportato qui sopra. Dedicato ai “fratelli operai” non nasconde affatto i diritti che questi hanno, ma preferisce sottolineare i doveri da compiere. Con queste parole preziose: “ Bisogna convincere gli uomini ch’essi, che ognuno d’essi, deve vivere non per sé, ma per gli altri, che lo scopo della loro vita non è quello d’essere più o meno felici, ma rendere se stessi e gli altri migliori.” Forse occorre fare un salutare tuffo nei “doveri” perché siamo ubriachi di diritti, sbandierati anche a sproposito. In questo mondo liquido, coriandolare, il dovere svela il vero volto della persona, misura la capacità di impegno appassionato e svela di più ciò che dobbiamo agli “ultimi”, feriti dalla vita. Anche agli sposi, in attesa del Sinodo indetto dal papa per riflettere sul sacramento del matrimonio, il “dovere” può ricordare che l’amore è più a forma di croce che di cuore. Per questo è “grande” direbbe Paolo. “Dovere”: parola talvolta malvista e, invece, quanto preziosa.


  ACCOGLIENZA
di Olimpio Galimberti ( da Strada facendo )


              ACCOGLIENZA

E sempre in tema di accoglienza, sentite questa. Un turista arriva con una macchina stipata  ( moglie, figli, suocera, e relativi bagagli ) in una località marina del golfo. Non riesce a parcheggiare, si ferma speranzoso davanti ad un chiostro delle informazioni turistiche e chiede: “ Scusi, dove posso parcheggiare?”  Risposta categorica dell’operatrice: “Lei qui non ci può stare!”
A proposito di difficoltà di parcheggio e di mancanza di saluto, devo confessare che anch’io sono peccatore. Una volta ho avuto una “bella lezione” da un vigile urbano al quale mi ero rivolto dopo aver girato e rigirato per vie e viuzze senza trovare un parcheggio, per chiedere, un po’ spazientito:  “Ma dove lo trovo un parcheggio?” E lui, con calma: “ Prima di tutto buongiorno. Mi dica ….”

                                                                        Olimpio Galimberti  ( da Strada facendo )



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  La Redazione
di Auser


I Volontari dell’ Auser della nostra città comunicano ai nostri concittadini che è possibile essere aiutati nelle incombenze quotidiane.
Nel volantino è possibile informarsi sui servizi offerti dai volontari.

La Redazione

  Poche ore
di Romano Parodi


-        Poche ore – così ha detto la dottoressa. Senza guardarmi negli occhi -.

Forse era una scusa per convincermi a portarlo via. Mancavano i posti.

- Ha bisogno di qualcuno che gli pulisca il vomito, che gli cambi il pannolone, che gli somministri i farmaci ad orari fissi. Non gli servono né medici né infermieri. Compagnia. Gli serve solo un po’ di compagnia fino a quando rimarrà cosciente. Poi, neanche quella -
E ora? – A casa neanche a parlarne. – ha chiarito subito mia moglie – Ci sono i bambini, sarebbe un trauma. E poi, sai come puzzerà la stanza? Dopo. Ha pensato subito al dopo. – Non ha due sorelle? – ha aggiunto.
- Ti ha affidato i suoi soldi no? E allora sbrigatela tu. Noi abbiamo i nostri acciacchi, ed anche i nostri mariti. Non abbiamo più l’età. Prendi qualcuno. Te li ha dati i soldi, no? E allora… - si sono subito tirate indietro loro.
Milleottocento euro. Lo carico in auto, e subito mi vomita sul giubbotto. Bile gialla e violacea. Una puzza… Parto senza una meta. Non parla. Ha lo sguardo perso nel vuoto. Ogni tanto si volta verso di me mentre guido. Ma, appena mi giro a osservarlo, chiude gli occhi, oppure torna a fissare davanti a sé. Ha paura. Ha capito che lui è un peso per te. Che devi andare in vacanza, e teme che da un momento all’altro lo abbandoni sul ciglio della strada, come si fa con i cani. Ma non si lamenta, ti guarda solamente. Mi dirigo verso il mare. Lui lo amava il mare. Mi ci portava sempre quando ero piccolo. Sulla sua barchetta a remi mi sentivo un comandante pirata e lui faceva finta di essere il mio mozzo. Mi faceva credere di arrabbiarsi ogni volta che prendevo un pesce. – La fortuna dei principianti – gridava ridendo sotto i baffi.

Centinaia di cartelli di “Affittasi”. Scelgo una casa più isolata delle altre, a pochi metri dalla spiaggia. In farmacia faccio scorta di pannoloni e salviettine. Di farmaci ne ho in abbondanza. Lui non mangia più, prende solo qualche sorso d’acqua ogni tanto. A me basta qualche biscotto.
- Poche ore Prenditela con calma. Stagli vicino – ha detto mia moglie. “Sì, purché non lo porti a casa” aggiunsi io nella mia mente.
Se fosse stato vivo mio padre, si sarebbe occupato lui di suo fratello. O mia madre del cognato. Lui non ha figli. Un po’ di risparmi li aveva regalati a una ragazza, orfana di entrambi i genitori, che conosceva fin da quando era piccola. Se aveva degli amici, non s’è fatto vivo nessuno.
Dopo il ricovero, le analisi, la sentenza, mi aveva mandato a casa a prendere una borsa già pronta con qualche indumento intimo e un paio di pigiami. In un’altra scatola aveva sistemato alcune buste con dentro il denaro per pagare le bollette, la ricevuta per la prenotazione di un loculo al cimitero, il contratto con un’agenzia di pompe funebri. In bella evidenza, un timbro rosso con la scritta: “Pagato”.

Poi un album di fotografie e un biglietto con il mio nome. Quando ero tornato, mi aveva ringraziato. Quindi, aveva aggiunto: - Di tutto ciò che rimane, fanne ciò che vuoi -.
Appena ci avvicinammo alla casa avverte l’odore del mare. Ne sente il rumore. E s’illumina. Alza la mano per indicare la spiaggia. In qualche modo mi fa capire che non ne vuole nemmeno sapere di passare per la casa che ho appena affittato per due giorni, eventualmente rinnovabili.
Mi avvicino alla battigia. Gli slaccio la cintura e gli tiro fuori le gambe dall’abitacolo. Un altro conato. Mi tolgo il giubbino e lo butto in terra. Tanto ormai…Gli porgo una salviettina profumata. Si pulisce il viso con movimenti lenti. E’ sudato, ma non per lo sforzo. Sembra eccitato.
Impaziente. Provo ad alzarlo. Ricade sul sedile. Ci riproviamo, va meglio. Un altro conato. Mi sposto di lato, ma lui riesce a trattenerlo. Non può camminare. A due passi c’è un canneto con una carriola. Lui mi fa cenno di sì con la testa, come se mi avesse letto nel pensiero. Gli appoggio il corpo all’auto e mi assicuro che i piedi siano ben piantati in terra. Lui mi fa di nuovo cenno di sì con la testa, come per rassicurarmi che va tutto bene. Vado verso la carriola, è un po’ arrugginita. Mi volto verso di lui. Fa di nuovo cenno di sì per incitarmi a far presto. Poi vedo che lui si slaccia i pantaloni, li abbassa e sfila via i pannoloni. Si pulisce con le salviettine che ho lasciato sul cofano. Ripiega il tutto e mi sorride. Mi sorride per la prima volta da tanto tempo. Gli tolgo il fagotto di mano e lo butto nel bagagliaio dell’auto. Un altro conato. Lui fa per muoversi da solo. Lo rincorro per sorreggerlo. Si sistema nella carriola, togliendomi ogni imbarazzo. Indica il mare. Per fortuna ci sono delle assi di legno, sulla sabbia, per cui riesco ad arrivare facilmente poco distante dalla riva. Mi fa cenno di sedergli accanto, sulla rena. Sorride. Respira a pieni polmoni. Vuole che il cancro capisca che lui è soddisfatto, sereno. Vuole che il cancro si renda conto che non è riuscito a sottrarglielo, quel momento da uomo.

Da uomo. Ecco perché ha voluto togliersi il pannolone. E’ quasi un rito, quello che sta compiendo. Ed io sono l’officiante. Gli chiedo come si sente, non l’ho mai fatto da quando siamo usciti dall’ospedale. Mi guarda soddisfatto, sorride ancora. Poi si volta intorno, respira, sorride di nuovo. Quasi ride. Mi stringe la mano. Fa di si con la testa. Un sì convinto, gioioso. Stringe ancora più forte. Sento l’eccitazione crescere in me. Ma è la sua eccitazione, non la mia. Respira più forte. Stringe la mano più forte. Fissa il cielo. Prega? Non so, ma nella sua mente parla con Qualcuno. Si volta ancora verso di me. Un sorrisone. Mi fa un cenno di saluto con la mano. Gli occhi si spengono. Sono ancora aperti, ma la luce al loro interno, è come se si fosse spenta. Guarda serio davanti a sé. Un colpo di tosse, un nuovo “si” con la testa. Poi reclina il capo sulla destra e chiude gli occhi. (P. Amato) r.p

  E’ morto anche Vezio
di Giulia Beggi----Romano Parodi



 Quando mi è stato chiesto da Romano di parlare di te ho accettato con entusiasmo, poi mi sono chiesta cosa avrei potuto scrivere, così ho chiesto consiglio a delle persone speciali che mi hanno detto di seguire il cuore. Ci provo!
Ricordo che ci siamo conosciuti quando io ero piccolina, venivi a trovare tua zia Anna. L’approccio non era dei migliori perché mi dicevi che mi volevi portare via con te in Brasile e avevo paura, poi piano piano piano ho imparato a conoscere questo tuo modo di fare. Ricordo con piacere ogni volta che mi chiamavi da lontano per salutarmi; mi chiamavi sempre con quel tuo accento toscano “la mi cugina” e tutti si giravano, forse perché a Ortonovo siamo tutti parenti, poi ti avvicinavi  e mi davi una bella strizzata alle guance.

Ricordo con piacere ogni volta che abbiamo parlato, che mi hai strizzato le guance e dato una pacca amichevole sulle spalle. Si parlava sempre del futuro, mi chiedevi sempre quando avresti celebrato il matrimonio fra me e Tiziano e io ti guardavo e rispondevo, “c’è tempo”! Un giorno mi hai fatto vedere una foto, erano tanti bambini e tu con immenso entusiasmo dicevi che erano i tuoi bimbi. Felici !!! Ed era questo che trasmettevi, felicità e gioia di vivere. Con la tua missione hai fatto del bene a tante persone ed hai portato tanto a chi non aveva niente! Hai messo te stesso a disposizione di tutti e c’è chi, più fortunato e coraggioso di me è venuto ad aiutarti e vedere quanto lavoro avevi fatto e c’era ancora da fare! Credo che nella vita ognuno sia portato per qualcosa e tu eri portato a fare questo. Anche se eri un prete mezzo matto sei sempre stato un esempio per tutti gli ortonovesi che parenti e no ti hanno sempre aiutato nella tua missione. Ti dico grazie a nome di tutti per l’esempio che sei stato e per quello che a modo tuo sei riuscito ad insegnarci. Anche se quando mi strizzavi la guancia mi facevi un po’ male… ciao Vezio, proteggici da lassù, perché sono sicura che un posto in paradiso te lo sei meritato!!! Con affetto, “la tu cugina”. Giulia Beggi

 


Sono morti, Più non resta di lor che un sogno, e questa tristezza ch’io diffondo. Da sempre hanno fatto parte della mia vita; molti erano compagni d’infanzia.  Don Emilio Corsi, don Oriano Franciosi, don Piero Andreani (Pak’ion), don Giancarlo Gramolazzi, don Lucio Felici, don Andrea Cupini, don Bruno Parodi (Rino), e ora, la notizia dal Brasile, è morto don Riccardo Ferrari (Vezio), amico e coetaneo. Sono tutti sepolti in me, dentro il mio cuore.
Ne restano  due, il 94enne don Giorgio Gramolazzi e l’87enne don Pino Parodi che alla morte di Lucio mi disse: “...ci chiamò e ci mando per il mondo, ora ci chiama a se ad uno ad uno…”.  Caro Pino, so che leggi “Il Sentiero”, fatti vedere. Romano


  La nostra bella lingua italiana
di Marta



La nostra bella lingua italiana è la lingua ufficiale di un popolo e di una Nazione, entrambi non di serie B. Quella inglese non è mondiale per meriti propri, ma per la politica colonialistica ed  imperiale dei secoli passati operata dalla corona inglese ( British Commonwealth ).
La nostra lingua per la sua musicalità si presta ad essere parlata, non urlata, come, purtroppo, molti oggi tendono a fare, nella televisione, nello spettacolo e nella p o l i t i c a …   
Davvero è un peccato, perché se ne stravolge la bellezza, la ricchezza espressiva e l’armonia.

Nelle scuole, nel nome della globalizzazione, si insegna l’inglese, poiché, per quanto detto sopra, è la lingua più parlata al mondo. Quindi si fa di necessità virtù.  Certamente è utile e ti rende più autonomo, poterci capire senza difficoltà con tutti. Ma è altrettanto piacevole ascoltare un po’ d’italiano quando siamo all’estero. Per questa ragione, ma è una chimera, dovrebbe essere studiata alla pari di quella inglese almeno nei paesi anglofoni.

Sarebbe una gradevole emozione ascoltare i nostri connazionali, che ormai lavorano in ogni parte del mondo, sentirli ancora parlare l’italiano e mantenere questa consuetudine nelle generazioni successive, anche se non più in purezza, ma sempre importante a ricordare la terra d’origine e utile per leggere e capire i nostri prodotti, le nostre ricette della cucina mediterranea, specialmente quelle regionali con le loro specifiche caratteristiche molto diverse dal Trentino alla Sicilia. Oggi c’è un notevole risveglio della ristorazione locale molto seguita ed apprezzata dai turisti che parlano bene l "inglese”, ma a casa loro preferirebbero digiunare. Se la parola altro non è che il pensiero che attraversa la mente traducendosi in parola, io penso, che un italiano, pur parlando altre lingue, prima pensa in italiano e poi traduce. Ma questi sono pensieri di chi ama l’italiano come segno di appartenenza ad un popolo che può insegnare e non subire le culture altrui.
Sono nata in un’epoca dove l’italiano vero lo parlavano solo chi poteva frequentare la scuola; in realtà c’era tanta povertà e l’alto tasso di analfabetismo ne era solo una conseguenza. Si parlava tutti il dialetto ed ogni regione aveva il suo. Un gran numero di parlate che erano una ricchezza immensa fatta di espressioni tipiche che provenivano dal nostro passato fatto di storie e momenti anche turbolenti. Per la loro musicalità e le cadenze erano piacevoli da ascoltare e ti permettevano di capire subito da dove provenivano. Oggi sono rimasti solo pochi come il romano, il milanese, il fiorentino, il napoletano, il siculo, il sardo e pochi altri, ma, se facciamo attenzione, più che il dialetto è rimasta la cadenza. Quando si interloquiva con uno che parlava l’italiano corretto, malgrado il nostro analfabetismo, si rispondeva in italiano, ognuno come lo conosceva e qui c’era da ridere. Le doppie non venivano usate ( es. cavalo  per cavallo ) o usate a sproposito  ( es. Gabbrielo, anziché, Gabriele ). Di molte parole dialettali non si conoscevano le corrispondenti in italiano, così l’ago della sartina per noi era la “Gochia”. Finalmente oggi, a parte gl’inglesismi e francesismi, tutti parliamo l’italiano. Una bella conquista che, però, ci ha fatto perdere i piccoli dialetti e le diverse cadenze che servivano a distinguerci.
Oggi tendiamo, in nome della globalizzazione ed anche dei tanti, veloci e tecnologici mezzi di comunicazione, a inglesizzare tutto. Perché usare “weekend” per dire “fine settimana?” E si potrebbe continuare a lungo …….
E’ così bella, armoniosa, ricca di vocaboli (che  aiutano  ad esprimere al meglio ogni sfumatura del pensiero ) e semplice da pronunciare ( si legge come si scrive ) la nostra bella lingua italiana!
Allora usiamola con orgoglio nei migliori dei modi.

 Ciao a tutti.


  In ricordo di Padre Riccardo Ferrari
di Il nipote



Non è più con noi Padre Riccardo Ferrari, per noi Zio Riccardo.
In soli tre mesi di malattia il 16 gennaio si è chiusa la sua vita, così intensa e densa di intenzioni, progetti e missioni realizzati sempre in vista del bene in particolare dei più piccoli. Aveva 86 anni. Lo voglio ricordare abbracciato ai suoi bambini.
Jesus Menino è la sua Missione nel nord est del Brasile, Stato del Paraiba.
Padre Carmelitano Scalzo della ex provincia Toscana, lì ha realizzato una Creche (Asilo) che accoglie ed educa 100 bambini dai 3 ai 6 anni (su Youtube il canale Jesus Menino Ferrari, su Facebook Istituicao Jesus Menino), dopo aver materialmente riscoperto e recuperato dalla foresta la vicina Igreja de Nossa Senhora da Guia. La Comunità ortonovese ha sempre sostenuto la sua Missione con profonda generosità.
Nei suoi ultimi giorni di vita è stato accompagnato da persone affezionate e dedicate, una vera grande famiglia, e in prima persona da Jonalyn Mandario Tabaosares che per 15 anni ha collaborato con lui e che ora porta avanti la sua Opera. La mia famiglia non potrà mai ringraziarla abbastanza.
Nel corso della commemorazione funebre il Provinciale del suo Ordine Padre Gabriele lo ha definito più volte una persona originale, unica, e ha ricordato che è in questa originalità di ognuno di noi, non sempre e necessariamente comoda e ben vista, che sta l’opera di Dio. Padre Gabriele cita Santa Teresa di Gesù Bambino che nel lasciare questa terra sente che la sua Missione sta per cominciare, “[…] la missione di far amare il Buon Dio come io lo amo […]. Passerò il mio Cielo a fare del bene sulla terra… farò scendere una pioggia di rose”.
In questa originalità di Riccardo stava anche la sua umanità, tanto solare ed entusiasta quanto inquieta e sofferente, ma così grande da realizzare opere che la gran parte di noi non potrebbe neppure immaginare.

 Zio Riccardo hai lasciato molto in molti cuori.


  DON TONINO BELLO È "VENERABILE "
di Enzo Mazzini


DON TONINO BELLO È "VENERABILE "

Molto coinvolgente la cerimonia con cui Don Tonino Bello è stato dichiarato "venerabile". La commovente cerimonia si è svolta nella sua Chiesa di Molfetta dove lui ha svolto la sua indimenticabile missione di vescovo ed è stata presieduta da Sua Eminenza il Cardinale Marcello Semeraro, prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, che ha dato lettura del Decreto di conferimento del titolo di "Venerabile" a don Tonino Bello, indimenticabile Vescovo di Molfetta. Il Decreto,  firmato da Papa Francesco, è davvero significativo, riconoscendo a "Don Tonino", come ha voluto essere sempre chiamato anche dopo la sua elezione a  Vescovo, molte virtù. In particolare, "la carità fu l'ideale supremo del "Servo di Dio" ed egli la rendeva personalmente  nel contesto ecclesiale, sociale e politico. Curava le ferite interiori, condivideva le ferite di tanti e sopportò con fiducia e fortezza le atroci sofferenze della malattia; si spense raccomandandosi alla Madonna - ha scritto  il Santo Padre nel Decreto  - e sono provate le virtù teologali verso Dio e il prossimo e quelle cardinali in grado eroico del Servo di Dio Antonio Bello". Il Decreto è stato salutato da uno scrosciante applauso di tutti i numerosi presenti che assiepavano la bellissima chiesa. Infatti la Cattedrale è davvero gremita, con la presenza di numerosi vescovi,  delle autorità civili e religiose  e dei familiari di don Tonino, compreso il fratello.
Molto profonda l'omelia del Cardinale Semeraro che è stato a Molfetta per 35 anni ed è stato Vice rettore del Seminario regionale,  anni che l'alto prelato ha ricordato con grande commozione.
Il Cardinale si è anche soffermato sul rapporto tra don Tonino e la Madonna dei Martiri con la preghiera a Maria "che dobbiamo rivolgere anche noi in questa Chiesa che ha avuto in don Tonino immagine, simbolo e amico". Commoventi alcuni altri passi dell'omelia nei quali il Cardinale ha ricordato anche alcune affermazioni di don Tonino, quali: "Maria,la donna del vino nuovo " - come l'avrebbe chiamata don Tonino -  che, rivolto a Lei, dice: "Fattrice così impaziente del cambio che a Cana di Galilea obbligasti Gesù alle prove generali della Pasqua e che è per noi il simbolo imperituro della giovinezza" ed ancora don Tonino,  con intelligenza esegetica, scrive che proprio nell'accoglienza del Verbo si gioca il senso della vita e spiega: "Più che il senso è meglio dire sapienza, cioè sapore, il sale della minestra, quello che manca oggi. Se Maria presenziasse con Gesù,  come un giorno in Cana di Galilea, i nostri banchetti, non direbbe più: "Figlio, non hanno vino" ma direbbe: "Figlio, non hanno più sale". Anche questo passaggio di Mons.Bello è ricco di significato. Il sale non ha sapore ma purifica e dona incorrutibilità. Gesù ci vuole sale della terra, nella memoria di don Tonino, quando cambiava le pagine del Vangelo: "Non hanno più  sale" e la sua memoria sarà sicuramente tornata al momento battesimale  dove il termine è spesso ripetuto: "Sale della sapienza ", "Sale battesimale" e che aiuta a non perdere il sapore di Cristo sì da diventare insipienti.

Il recente rapporto CENSIS, pubblicato nel dicembre scorso, ci ha dato un allarme e cioè che si leva un'onda di irrazionalità, un sonno della ragione, una fuga fatale che pretende di decifrare il senso occulto della realtà. Ebbene, in un testo del 1987, 35 anni fa, don Tonino scriveva: "Ci vuole un bel coraggio a dire che il vino è segno di gratuità e di festa quando per noi è divenuto l'emblema drammatico dell'evasione e della fuga che accomuna i tossici agli alcolisti, gli ultras ai barboni. Ci si appiatisce in un'esistenza che scorre senza più stupore,  senza più spessore, come le immagini sul video e noi contiamo le nostre scelte come se spingessimo i tasti di un telecomando. Crediamo di scegliere e invece siamo scelti. Si muore per anemia cronica di gioia, si moltiplicano le feste, ma manca la festa e le letizie diventano sbornie, incontri, frastuono e i rapporti umani orge  da lupanari. Maria, allora, oggi direbbe: "Figlio, non hanno più sale!"  Per il nostro "Servo di Dio" ciò indicava l'importanza, la necessità di avere e di trovare in Cristo il senso della vita. Lo cito: "Di questo orientamento decisivo, di questo intimo significato delle cose, di questo  profondo perché, oggi sentiamo tutti un incredibile bisogno" e nell'ultima Messa Crismale, celebrata in questa Cattedrale di Molfetta l' 8 Aprile 1993, disse: "Coraggio! Vogliate bene a Gesù Cristo. Amatelo con tutto il cuore. Prendete il Suo Vangelo tra le mani e cercate di tradurre in pratica quello che Gesù vi dice con semplicità  di spirito". Sono parole che per il loro contenuto, il contesto e l'ora in cui furono pronunciate basterebbero da sole a testimoniare la santità di don Tonino. Nonostante i quasi trent'anni trascorsi,  se facciamo silenzio,  se facciamo  tacere ogni altra voce, queste parole possiamo sentirle qui risuonare fra queste mura e poiché,  come dice l'Apostolo,  poiché non può amare Dio che non vede, chi non ama il proprio fratello che vede, don Tonino  subito aggiunse: "E poi amate i poveri, amate i poveri perché è da loro che viene la salvezza, ma amate anche la povertà". Emergeva qui l'anima francescana di don Tonino,  quella medesima anima francescana che aleggiò nel Conclave di metà marzo 2013 e Lui mi abbracciò, mi baciò e mi disse: "Non dimenticarti dei poveri!" E quella parola è entrata qui:  i "poveri", i "poveri!" 
Don Tonino Bello è stato un autentico profeta di pace, sempre vicino agli ultimi,  in prima linea nelle battaglie più  difficili e scomode per tutelare i diritti della sua gente. Sulla sua tomba, nel cimitero di Alessano, suo paese natale, in provincia di Lecce, ha voluto pregare anche Papa Francesco che lì si è recato in pellegrinaggio il 20 aprile 2018. "Don Tonino  - disse in quell'occasione il Papa - ci richiama a non teorizzare la vicinanza ai poveri, ma a stare loro vicini, come ha fatto Gesù che per noi, da ricco che era, si è fatto povero. Don Tonino sentiva il bisogno di imitarLo, coinvolgendosi in prima persona,  fino a spossessarsi di sé. Non lo disturbavano le richieste, lo ferita l'indifferenza.  Non temeva la mancanza di denaro, ma si preoccupava per l'incertezza del lavoro,  problema ancora oggi tanto attuale. Non perdeva occasione per affermare che al primo posto sta il lavoratore con la sua dignità, non il profitto con la sua avidità. Non stava con le mani in mano: agiva localmente per seminare pace globalmente,  nella convinzione che il miglior modo per prevenire la violenza e ogni genere di guerre è prendersi cura dei bisognosi e  promuovere la giustizia. Infatti, se la guerra genera povertà,  anche la povertà genera guerra".

Il Papa si soffermò, inoltre, sul modo semplice con cui il Vescovo pugliese si faceva chiamare da tutti: "Il nome di don Tonino ci dice anche la sua salutare allergia verso i titoli e gli onori, il suo desiderio di privarsi di qualcosa per Gesù che si è spogliato di tutto, il suo coraggio di liberarsi di quel che può ricordare segni del potere per dare spazio al potere dei segni.  Don Tonino non lo faceva certo per convenienza e per ricerca di consensi, ma mosso dall'esempio del Signore". "Non possiamo limitarci a sperare - diceva don Tonino - dobbiamo organizzare la
"speranza".  


  Sightsavers Italia ONLUS
di Barbara Abbruzzese


Milano, 14 gennaio 2022

 

Cara Carla,

GRAZIE DI CUORE! Anche quest’anno tu e tutte le persone che hanno partecipato alla raccolta fondi avete fatto qualcosa di straordinario.

Il vostro impegno e la vostra generosità continuano a sorprenderci: avete scelto di salvare la vista di tante persone tra le più bisognose e svantaggiate del mondo e continuate a farlo con entusiasmo e perseveranza nonostante le difficili circostanze che, ormai da quasi due anni, stiamo vivendo.

Siamo davvero onorati della vostra fiducia e fieri di avervi sempre al nostro fianco.

La vostra donazione farà ancora una volta una differenza vitale: 3.676 bambini riceveranno l’antibiotico per curare il tracoma, 5 potranno essere operati di trichiasi (lo stadio avanzato del tracoma) e 5 saranno sottoposti all’intervento di cataratta.

Voi cambierete il loro destino e ognuno di questi bambini porterà questo dono con sé per sempre.

Nessun grazie sarà mai sufficiente, ma spero che siate orgogliosi della luce che continuate a riportare in tantissime vite.

Mi auguro che ci sia presto l’occasione per incontrarci nuovamente, nel frattempo mando a voi e alle vostre famiglie tanti auguri per l’anno che è appena iniziato e i miei più cari saluti.

Barbara Abbruzzese

Corporate Fundraising Manager

Sightsavers Italia ONLUS

 

 

 

Questa è la lettera di ringraziamento che la signora Carla Beggi ha ricevuto dall’associazione SightSavers; seppur in tempi di pandemia è riuscita a raccogliere 1400€ , grazie anche alle donazioni  di tanti compaesani.

La Redazione

 

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