N° 6 - Giugno/Luglio 2021
Storie dei lettori
  A PROPOSITO DI PAROLE
di Olimpio Galimberti ( da Strada facendo )



Qualche anno fa, un professore mi diceva, in risposta ad alcune mie lagnanze circa il linguaggio dei media, ( di taluni media, non generalizziamo ), che l’italiano è una lingua viva,sempre in movimento, una lingua che si evolve, che si aggiorna. Dev’essere proprio così, perché pensare che il congiuntivo sia stato relegato nel dimenticatoio solo perché certi giornalisti non lo sanno usare, mi mette tristezza. Però avete notato quanti nuovi termini sono venuti avanti negli ultimi tempi tanto da essere divenuti ormai “familiari”?  Due esempi per tutti: sanificare e resilienza. Sanificare è venuto alla ribalta con il corona virus; una volta si sarebbero probabilmente usati altri termini per indicare misure atte a prevenire la trasmissione del contagio; forse igienizzazione, disinfestazione, magari anche sterilizzazione. Adesso abbiamo imparato una nuova parola, appunto sanificazione (l’italiano è proprio “inesauribile”, sempre in movimento, aveva ragione il professore), che, tutto sommato, non è male, rende bene l’idea; c’è andata bene, poteva saltar fuori qualche termine straniero ( inglese, naturalmente ; ormai siamo tutti cittadini del mondo, perché insistere con il vecchio italiano,perché occuparsi delle tradizioni, dei dialetti? )  E poi resilienza ( ho dovuto ricorrere alla telematica perché nel mio vecchio vocabolario non c’era traccia di “resilienza” ), che vuol dire capacità di assorbire gli urti e di saper reagire positivamente; in pratica, rapportato alla nostra vita, è saper affrontare le difficoltà e superarle al meglio ( secondo la definizione degli psicologi  - guida antistress -, la resilienza è la capacità di far fronte in maniera positiva ad eventi negativi, e può essere potenziata da ciascuno di noi, soprattutto quando siamo motivati a farlo da circostanze particolari).  E’ un termine, resilienza, che sa di lotta, d’impegno, di libertà.  Già, di libertà, uguaglianza, fraternità, democrazia, civiltà ( industriale ? ), progresso ( scientifico, morale, culturale ? )  e tanti altri bei termini che però spesso restano solo sulla carta, sostituiti da altre parole come oppressione, sopraffazione, disuguaglianza, rivalità, totalitarismo, inciviltà, regresso, sofferenza abbandono, mancanza di rispetto, egoismo, scorrettezza, disprezzo. Potrei andare avanti chissà per quanto, con termini negativi, ma qualcuno, qualcuno di quelli che si riempiono la bocca di “democrazia”, probabilmente me lo impedirebbe. E allora, io che ho sempre cercato di vivere “liberamente”, per andare avanti per la mia strada, che termine devo usare, resistenza o resilienza?


  I Beggi S’gondin
di Romano Parodi


 

 I Beggi S’gondin

 Nell’ultimo numero del Sentiero, il prof. Banti parla di Frontelmo Beggi, ortonovese, parroco della Chiesa del Carmine a Sarzana. Frontelmo, ha lasciato molti scritti, compreso la storia della chiesa del Carmine, che conservo e che ha un’incipit bellissimo: I ricordi sono le reliquie della patria…. e molte poesie donatemi dai suoi nipoti, che io ho donato al Seminario.
Era discendente di una delle famiglie più antiche e distinte di Ortonovo (già presenti nel 1500), imparentata con tutti i notabile del paese: i Ceccardi, i Bianchi, i Raganti, ecc. Una Beggi era anche la madre del sindaco avv. Antonio Bianchi, una Beggi era anche la moglie del sindaco dott. Luciani, e un’altra anche la moglie di Vittorio Piola. Hanno avuto molti personaggi illustri: un Giulio Beggi segretario dei Cybo Malaspina racconta gli sfarzosi sponsali di Veronica* con un Medici già nel ‘600. Un Silverio avvocato vinse una causa contro i monaci di san Frediano padroni del duomo di Carrara.
Un Bonifacio medico ebbe grande notorietà per la cura della peste (c’è anche una maestà col suo nome in paese), ecc. Vendettero tutta la vastissima proprietà terriera e lasciarono il paese durante la Prima Guerra Mondiale, e si trasferirono a Serravezza, in lucchesia. Conservarono però un amore profondo verso il loro Ort’onò, mi dice Pietro Beggi del Forte. Sull’entrata della loro casa di Serravezza (Oggi c’è un cartello vendesi) c’è una Maestà: la nostra Madonna del Mirteto. Nel cimitero sulla strada che dall’Aurelia porta a Forte dei Marmi, c’è una cappella mortuaria che desta la curiosità di tutti per l’orgogliosa rivendicazione: I BEGGI DI ORTONOVO, si vede anche dal cancello d’entrata.

          Quando si trasferirono, uno dei figli, il professore, sposò una nobile di Lucca,  proprietaria di ville e castelli, nonché il palazzo avito in città.  Ebbero due figli: Marino, disperso in Russia (mistero: non figura nella lapide di Lucca perché ortonovese…; i suoi cugini avrebbero voluto leggerne il nome, ma a Ortonovo niente lapide per i dispersi in Russia); l’altro, Alberto, fu deportato in Germania, e quando rientrò diventò frate domenicano (con questa tonaca veniva spesso a Ortonovo, specie il giorno della Madonna a trovare i suoi parenti Repiccioli, casato della nonna). E così hanno fatto sino ad alcuni anni fa, molti altri suoi cugini: da Milano, da Roma e persino, una signora, da Città del Capo, dove ha una concessionaria Fiat.
         Padre Alberto, dopo la morte del padre, lasciò l’ordine dei Domenicani, e passò al Clero secolare per stare accanto alla madre malata. A Lucca era una figura carismatica. E’ morto nel 1998, assistito da tutta la sua numerosa parentela che a turno, tutti i giorni, prendevano il treno e correvano al suo capezzale. I suoi cugini credevano di ereditare qualcosa, ma Padre Alberto, lasciò tutto all’Università del Sacro Cuore di Milano gestita dai Domenicani, alla Curia di Lucca e alcuni beni all’ordine religioso della Divina Provvidenza di don Orione, in memoria di don Pesce (come don Maberini al Seminario di Sarzana).
         Una ventina d’anni orsono mi giunge una telefonata dal nostro don Lucio Felici (quanto mi manchi Lucio), allora ministro delle Finanze della provincia toscana dell’Ordine Orionino: “Romano, ma chi era don Alberto Beggi? Sai, ci ha lasciato dei beni e il palazzo di Lucca che non riesco a vendere perché le Belle Arti mi stanno mettendo molte difficoltà”.

         Ma chi era don Alberto Beggi, nipote di don Frontelmo? Intellettualmente dotato e con una profonda passione per tutto lo scibile umano amava l’arte e, soprattutto, la poesia.

         I suoi amici le hanno raccolte in una prima edizione e poi in una seconda e presto in una terza.
Il titolo: “Spine di rose”. In questa poesia si presenta da sola.

Apua Versilia Mater,
 mia terra di Luni, Ortonovo…
.
 Vita di cenere soffiata (lui)
per la cattedrale dell’essere (Dio)...
 fanciullo indifeso
sulla tavolozza del mondo,
con poesia ed arte
 affina la mano
 che dà con amore…

 

(le sue poesie non sono semplici, per questo ne abbiamo pubblicate poche sul Sentiero)

 

* Veronica Cybo Malaspina Spinola è un personaggio “famoso”. Su di lei film e libri (“La Contessa di san Giuliano” di D. Guerrazzi). Fece uccidere l’amante del marito al quale inviò la testa mozzata, ma poi pentita fece vita monastica e fu santificata. La giustizia decapitò solo i due sicari massesi. Le sue spoglie nel duomo di Massa, il suo fantasma nel castello di san Giuliano.


  ACQUA A CATINELLE
di Anna Maria Tarolla


             

< Accidentaccio – imprecava Rosanna, correndo sotto una pioggia torrenziale, con i libri sotto il braccio e la borsa a tracolla – proprio adesso doveva piovere...questa è sfiga!> Il suo orologio segnava le tredici. Raggiungere la fermata del bus le parve impossibile. Fortunatamente inforcò l'autobus al volo. E si sistemò in fondo al corridoio. Notò gli sguardi dei passeggeri appuntarsi su lei. E se ne compiacque. C'era abituata. Era talmente bella! Questa volta però la scrutavano in modo insolito; parevano spilli che volessero infilzarla. Solo allora Rosanna si rese conto del vestito leggero che indossava. L'acqua l'aveva reso trasparente con le forme del suo corpo ben visibili. Come dettava la moda, anche lei non risparmiava slip ridottissimi e reggiseni a balconcino. Quel giorno poi aveva scelto un kit di colore rosa. Figurarsi lo spettacolo! Tentando di coprirsi in qualche modo, incrociò le braccia sul petto e appoggiò i libri all'altezza del pube. Si vergognava da morire, tra quei viaggiatori che conosceva bene, e con i quali condivideva il tragitto ogni giorno. Così alla prima fermata scese. Dove poteva andare in quello stato? E sua mamma, non vedendola, si sarebbe preoccupata? Doveva togliersi dalla strada. Si rifugiò nel primo portone che trovò aperto. Nel palazzo nessuno transitava. In quell'ora prandiale, dai pianerottoli giungevano soltanto rumori di piatti e voci di commensali. Rosanna si sistemò sopra uno scalino. I gomiti posati sulle ginocchia e il mento tra le mani. Per studiare come uscire dalla situazione. Di lì a poco una arzilla vecchietta varcò il portone. < Cosa ci fai qui? - domandò alla ragazza – ti senti male?> Rosanna, frastornata, non ebbe la forza di rispondere ma si limitò a fare cenno di no col capo. < Cosa ti è successo- le chiese con aria preoccupata la donna – qualcuno ti ha fatto del male? Fammi vedere, ti hanno schiaffeggiata? Hai la faccia rossa, il vestito sgualcito e i capelli arruffati e fradici. Vuoi che telefoni a tua mamma o chiamo il 118? Ma dimmi intanto come ti chiami.> < Non è niente – la rassicurò Rosanna – mi sono soltanto bagnata. Stia tranquilla.> < Ti hanno violentata? In una villa? E chi ti ci ha portato?> Accidenti alla nonnina sorda! < Ma no- aggiunse la ragazza, alzando la voce al massimo – sono uscita da scuola e non avevo l'ombrello. Non vede com'è bagnato il vestito?> < Ti hanno tramortito? Oh mio Dio!> esclamò la donna, terrorizzata. < Ma non è successo niente. Appena il vestito si asciuga me ne vado. Perciò mi sono rifugiata nell'androne.> < Ti hanno scaricato sul portone? Ma allora stai proprio male.> urlò Rosanna. La nonnina si diresse all'ascensore. < Che liberazione! - sospirò Rosanna -ci mancava solo la vecchietta sorda come una campana.>La pausa durò pochi minuti. Arrivò, a sirene spiegate, un'ambulanza. La ragazza fu caricata sulla lettiga e da lì all'ospedale. E poi tutte quelle domande sulla presunta aggressione, sulla villa, e così via. La vecchietta, fin troppo premurosa, aveva combinato un bel pasticcio. Ridimensionato soltanto quando si presentarono al Pronto soccorso i genitori di Rosanna, avvisati da alcuni passeggeri testimoni della breve comparsa della ragazza sul bus. Malgrado l'episodio increscioso, Rosanna non ha mai odiato l'acqua. Tutt’altro, lei con l'acqua ha un feeling del tutto speciale. E’ istruttrice di nuoto. E va sovente in crociera con suo marito che fa lo skipper.  Però non dimentica di portarsi dietro un ombrellino. Non vorrebbe trovarsi impreparata. Anche perché le sue forme, a cinquant'anni suonati, non sono più tanto perfette... come quelle di una volta.  


  Le perle di saggezza di zia Edmea
di Marta


Le perle di saggezza di zia Edmea

 

La ricordo la zia Edmea, sempre intenta a lavorare all’uncinetto, pizzi ricami e cucito, sempre in movimento, la casa, i miei cugini, Claudio e Sandra, la scuola e poi la chiamavano spesso a tutte le ore, a fare le iniezioni a domicilio, per chi ne aveva bisogno.
Sempre disponibile con tutti, generosa, aveva sempre un regalino per noi nipoti, ed eravamo abbastanza un bel gruppetto; regalava mantelline, guantini e calzettoni; berretti scialpine e maglioncini, sempre belli e con lane dai colori brillanti, sempre azzeccati per ognuno di noi.
Le volevamo tutti un mondo di bene, via via una caramella per addolcirci la bocca e qualche racconto, che lei aveva sempre da raccontare, facevamo a gara chi arrivava prima ad ascoltarla.

Dotata di  buon senso che non le veniva dalla cultura, perché non aveva studiato, ma da una saggezza contadina che affondava le sue radici nella campagna dove lei era cresciuta.
Di lei, mi rimangono frasi semplici, ma cariche di profondità sulla quale riflettere. Quando ad esempio il cugino Luigi faceva dei discorsi sull’esistenza di Dio lei alzava le spalle e senza staccare gli occhi dal cucito rispondeva “io sono convinta che Dio esista e se mi dicono che non c’è continuerò a crederci, perché mi fa stare bene, punto”. Ricordo durante alcuni e lunghi pomeriggi invernali mentre mi insegnava a lavorare all’uncinetto, preparava la merenda con fette di pane casereccio, olio e sale oppure olio e zucchero ed a volte con la marmellata fatta da lei (che buona che era!), poi rivolta a Luigi che nel frattempo con Claudio erano intenti alla costruzione di una piccola barchetta, la loro passione, commentava che affermare che l’anima esiste non deve mica esserci un professore ad insegnarmelo! lo so da me ! Ti ricordi quando ti sei rotto il braccio cadendo dalla bicicletta l’anno scorso?, il dolore che hai provato? Non ricordo bene rispose Luigi. Eppure piangevi come un disperato. Ti ricordi quando ti ho offeso davanti a tutti, che andavi alle elementari? Eccome se me lo ricordo “è una ferita ancora aperta ", rispose la zia. "Le ferite dell’anima sono eterne; quelle del corpo non lasciano traccia perché il corpo passa, ma l’anima resta ed è eterna”. Quelle parole mi sono rimaste impresse nella memoria ed ancora le cito in qualche discorso; come pure quando la zia parlava dell’invidia. “Non ti devi preoccupare quando qualcuno ti parla alle spalle perché vuol dire che tu gli stai davanti”.

Zia Edmea era una donna alta florida, una bella faccia, sorridente, una bella voce sonora, scandiva bene le parole anche se dette in dialetto, si capiva bene quello che dicevano. I suoi vestiti preferiti, a fiori grandi che non appassivano mai, sempre odorosi di bucato.
La zia Edmea è stata una zia speciale per noi, una fonte da cui imparare la vita arricchendoci tutti con le sue preziose perle di saggezza. Purtroppo la modernità ne ha fatto una stirpe in via di estinzione e forse i giovani non saprebbero coglierne  il grande valore e capire la saggezza che si celava ( ma non troppo ) dietro quelle semplici espressioni.


  LA MIA PRIMA E GLORIOSA ESIBIZIONE SUL PALCO
di Patrizia Giacchè



Abitavo a La Spezia, con precisione a La Chiappa, una delle tante periferie della Città. Correva il 1964 ed io, all’età di 9 anni, iniziai con la prima lezione di canto in centro città. Dove una bravissima maestra sig.ra Nelly Corbellini, anche maestra di pianoforte, impartiva lezioni a grandi e piccini in uno dei locali di un palazzo.  Ero molto appassionata al canto e, a detta dei miei famigliari, ero dotata di innate capacità canore. La mia maestra instaurò con me, da subito, un rapporto di benevolenza e di grande stima. A tal punto dà spronarmi a perfezionare sempre più la mia vocalità. Tanto da diventare molto fiera di me.  Ero felicissima nei giorni in cui si svolgevano le lezioni, e tutto mi appariva un sogno; tanto da comprendere che il canto regalava la possibilità di esprimere al meglio le proprie emozioni. Le cantanti del momento, che piacevano a me, erano sicuramente Rita Pavone, Caterina Caselli e Mina. E mi impratichivo con i loro repertori.  Ero talmente appassionata che ovunque andassi cantavo. Persino dai nonni paterni che abitavano in una delle case popolari della Città, nei pressi di Piazza Brin. Ero solita recarmi sul terrazzino del loro appartamento all’ultimo piano, che si affacciava come del resto le altre case vicine, nel cortile comune.  Spronata naturalmente anche dalla nonna, che era orgogliosissima. Dopo la mia espressione, partiva uno scroscio di applausi. Ed era gratificante vedere tutte le persone sui terrazzini, ed ascoltarne i commenti. Devo dire che i miei genitori nutrivano dell’interesse affinché continuassi questo percorso. Anche se papà era molto geloso, che io mi affacciassi in questo mondo. I mesi si susseguirono e giunse Maggio, il mese in cui avrei ricevuto la mia Prima Comunione. Durante questa circostanza di preparativi, la mia maestra mi comunicò la sua intenzione che io partecipassi al primo Concorso canoro. E ciò sarebbe avvenuto nel mese di Giugno.  Non stavo nella pelle. Ed anche la mamma, che solitamente mi accompagnava, apprese ciò con felicità ed approvazione. Ricordo benissimo che fui invasa da un’emozione straordinaria e da tanto stupore. Decidemmo assolutamente per il sì. In famiglia, vi erano dei canoni precisi, in cui non era permesso lo sfarzo. Per cui anche il vestito per l’esibizione comportava disagi. La mamma decise di rivisitare il vestito della Comunione ed annesse scarpe. Dovevo comunque essere all’altezza della situazione.  Dovevo salire sul Palco del Gran Caffè Concerto Margherita di Viareggio …. Non dovevo essere criticata! Diciamo che le modifiche al vestito tornarono a pennello. Giunse il giorno stabilito e l’emozione da tagliare a spicchi. Assieme alla nonna materna, che in parte mi aveva allevata, partimmo in treno alla volta di Viareggio, dalla stazione di La Spezia. Praticamente già pronta come se avessi dovuto gareggiare su di una carrozza dello stesso. Arrivammo a Viareggio nelle prime ore del pomeriggio e ci incamminammo lungo mare verso il Concerto Margherita. All’improvviso fummo invase da un acquazzone che in un attimo ridusse il vestito in uno straccio. Visto poi il tessuto che era di voile. Cercammo un po’ di riparo, ma oramai il misfatto era avvenuto. I miei capelli tutti a boccoli, risultavano come dopo un tuffo in mare, il vestito incollato al corpo, le scarpe bianche cambiarono colore. I sogni in un attimo svanirono e tutto apparve irrimediabile.  Le nostre gambe, ci avevano intanto portate, in prossimità del lussuoso locale. Magnifica la struttura. Due guglie laterali, svettavano nel cielo ed impreziosivano il fabbricato. Tutto da sogno. Da subito la nonna chiese informazioni anche per decidere il da farsi, ad una incaricata la quale ci tranquillizzò. Si rivolse a me, dicendomi che mi avrebbe accompagnata, in uno dei camerini degli artisti affinché mi asciugassi i capelli. La lavanderia mi avrebbe asciugato il vestito e le scarpe. Rimasi in mutandine anche quelle bagnate. Ma non ricordo come andò. E tutta per sprovvedutezza di mamma e nonna. In men che non si dica mi ritrovai come ero partita. Solo i boccoli non c’erano più. Potei così fare la prova con l’orchestra. Passati i momenti di impaccio constatai con piacere quanto le circostanze avverse possano essere risolte, se l’ambiente in cui ti trovi, è dotato dei giusti confort. Bellissimo questo Caffè Gran Concerto! Bambina della periferia, mai avevo visto tanto brillio  e tanto lusso. Intanto si faceva sera e gli organizzatori iniziarono a disporre tutti i parenti dei cantanti nella sala. Noi esordienti nelle prime file. Il salone di lato era aperto e dava sulla passeggiata del lungo mare. Io, portai come brano “Perdono” di Caterina Caselli e non nascondo di essere stata in apprensione per questo debutto …. Erano le 21 ed era ormai tutto pronto. L’orchestra era posizionata, le persone sedute nella grande sala; ed all’esterno, già si erano accalcate tantissime persone che, in piedi, avrebbero assistito alla serata. Tutto era illuminato ed il palco era addobbato da un’infinità di fiori. Mancava il presentatore ed avrebbero dato il via alla serata. Rullo di tamburo, sul palco apparve Giovanna, la cantante di Viareggio, ai suoi primi esordi. Quella sera però fu la presentatrice.  Da subito si è dimostrata simpatica e spigliata nel presentare i concorrenti. Mettendo tutti a proprio agio. In quel modo rompemmo il ghiaccio e tutto diventò più naturale. All’esterno oramai, vi era una muraglia di persone. A noi piccoli cantanti, non fu dato il numero per la nostra performance. Ma ricordo benissimo che fui la quarta, dando il meglio di me stessa. Ricevetti tanti applausi e tanti brava, bravissima. Non vi era una giuria. Era il pubblico che decretava vincitore, il più meritevole. Ad ogni persona veniva consegnato un cartoncino dove veniva scritto il nome del prescelto. Tutt’intorno vigeva una commozione straordinaria. Erano momenti in cui la gente aveva voglia di elogiare, di complimentarsi, di sorridere, di esternare al meglio la felicità del momento. Assistetti così all’esibizione di ancora 13 bambini. Devo dire che il sonno mi attanagliava la mente, ma cercai di resistere. Il Concorso finì alle 24,30 ed a quel punto ci fu l’attesa della premiazione., Tra la folla riuscii ad individuare con tanto amore, mio papà, che dalla spezia era arrivato con la “500” della Ditta, per prelevarci. Ecco, era giunto il momento della proclamazione del vincitore. Il cuore batteva all’impazzata  e tutti fremevano per l’apprensione. Giovanna aveva tutti i riflettori puntati su di lei, stava per svelare il vincitore. Il concorso “Margherita d’Argento” è stato vinto da Giacchè Patrizia!!!!!  Vinsi così, come trofeo, una margherita d’argento spettacolare! Gioia, commozione, applausi e tanta, tanta felicità. Tutto idilliaco, quasi irreale. La giornata che aveva avuto un risvolto disastroso, è terminata esultando per il grande trionfo.


  Il Traguardo
di Nuccio Bottiglioni



Mi sono gettato la vita sulle spalle

come giacchetta leggera

e ora scendo a valle

sul far della sera.

Come sarà la notte?

Un sogno, una follia,

illusioni interrotte,

o dolce melodia?

A lungo ho camminato

ma il traguardo

non l’ho ancora incontrato.

E’ al di là del mio sguardo.

 

Con questa poesia volevo ricordare una persona della quale abbiamo più volte ospitato sul Sentiero le sue poesie, si tratta di Antonio Thellung conosciuto a Roma perché proprietario della casa dove per alcuni anni ha abitato mio figlio Giorgio.
Purtroppo Antonio e sua Moglie Giulia a causa del Coronavirus un mese fa ci hanno lasciato dopo 70 anni passati insieme. Antonio Thellung nella vita ha svolto numerose attività, fu 2 volte campione italiani di rally, pilota d’aereo, fondatore di comunità familiari, assistente di malati terminali, scultore, pittore e poeta. Ha scritto 25 libri tra cui alcuni saggi di teologia.

E’ stato un cattolico autentico ma anche un figlio genuino del rinnovamento aperto del Vaticano II, che non si è mai accontentato di norme separate dalla realtà.


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