N° 6 - Settembre-Ottobre 2020
Storie dei lettori
  IL CORAGGIO DI SOGNARE
di MARTA



Questa nostra società che corre veloce, troppo veloce, che valuta e misura le persone rendendo tutto un banale, deprimente e cinico “usa e getta”, ha ancora dei valori e, cosa più importante, possiede ancora delle sensibilità? Tempi duri per queste qualità, soprattutto se associate alle aspettative di ciascuno di noi. Avere dei sogni, delle speranze, degli obiettivi significa avere il motore indispensabile a dare un senso alla vita.  Nei momenti belli e in quelli complicati, come questo periodo nero funestato dal corona virus, sentire quella spinta interiore che ti fa dire “ce la farò!”, è stato e continuerà ad essere essenziale. Ma come tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare, così non è per niente facile tradurre in pratica i propri sogni e aspirazioni esistenziali.  Essere sensibili non vuol dire essere ingenui, sprovveduti, e indifesi. Tutt’altro!  Sebbene agli occhi dei più questi aggettivi rappresentino solo una tonalità monocolore di grigio. La sensibilità induce ad essere prudenti e attenti con quel pizzico di sana e timorosa apprensione che apre gli occhi in molte situazioni imbarazzanti. Questa dote, che si presenta con mille sfumature, non ferma mai i sogni che ciascuno di noi ha in sé, semmai li asseconda. Sognare di notte è rilassante, perché fa parte integrante del ciclo biologico del sonno ristoratore. Sognare ad occhi aperti è tutta un’altra cosa, poiché ti porta fuori dai limiti della realtà quotidiana che accetti pur desiderando altro ben più gradito.  Sognare ad occhi aperti non è indice di superficialità e di utopico ottimismo, significa credere con la giusta prudenza nella bellezza e nella infinita potenzialità della nostra esistenza. 
Sono personalmente convinta che prima o poi il famoso e mitico treno possa passare per tutti. Può anche capitare di vederlo arrivare e di lasciarlo andare per mancanza di coraggio o di un attimo di freddezza per salirci sopra, facendoci poi pentire di quel momento di indecisione. Non tutti possiedono la capacità di fare un salto che appare al buio, eppure è la prova a cui la vita ci sottopone. Toccherà a ciascuno, alle nostre singole capacità di trasformare quel buio in certezze non potendo né volendo smettere di credere in se stessi e di valutarci persone idonee ad affrontare la vita mostrando l’impegno di garantire il rispetto a sé e al prossimo. Queste semplici considerazioni aiutano ad affrontare le difficili occasioni che la vita ci riserva con la dovuta sensibilità e coraggio. Auguriamoci un avvenire proficuo, non vuoto di valori in cui credere, in salute, serenità e pieno di quell’amore che tutti desideriamo e che è diventata merce sempre più rara.

  La barba per gli uomini: fenomeno di costume
di Anna Maria Tarolla



Che barba…che noia, che barba…che noia!” Ripeteva fino allo sfinimento nelle sue performance la mitica Sandra Mondaini, grandissima donna di spettacolo, rimasta nel cuore di tutti noi.
Oggi, che di “barbe non se ne può più” lo slogan sarebbe bene azzeccato. Questo fenomeno di costume sta imperversando, contaminando uomini di ogni età.
Non importa il ceto sociale, la professione o il mestiere.
Incontriamo per strada, li osserviamo sul video e al cinema sempre più uomini che mostrano con ostentazione la barba. Anche coloro i quali fino a ieri la denigravano. Così artisti, parlamentari, nobili, pensatori, gente comune la” portano quasi con trionfo”. Che sia un tocco da intellettuali? Chi può dirlo!
Se qualcuno accarezzandosi la barba su quella faccia cavernicola, non si ponga una domanda spontanea:
C’è la barba appena accennata, quella incolta, quella ben curata, la sottogola, abbinata ai basettoni e ai baffi. E chi più ne ha più ne metta. Che fa da contraltare a tanti crani completamente calvi. Ed è più diffusa, parrebbe tra i trenta e i quarantenni, ma anche i più anziani, incuranti della peluria bianca, seguono la corrente.Eccezione per i frati cappuccini rimasti fedeli nei secoli alla loro barba incolta. E i barboni che rappresentano da sempre l’immagine di un disagio esistenziale.  La storia racconta che i filosofi e i saggi con le loro barbe suscitassero rispetto e credibilità. E più vicino a noi, la barba alla Che Guevara è stata l’icona degli universitari e docenti del ’68. Se ci volessimo soffermare un attimo sul “modus operandi” verrebbe da chiedersi se mai le fabbriche abbiano diminuito la produzione di rasoi e lamette. Non è così.
È soltanto calato il consumo di prodotti usati per tagliare i peli, modellare il viso, le creme, le frizioni, i dopobarba. Non s’era mai visto che i rivenditori, supermercati compresi, applicassero offerte vantaggiose, (spesso tre al prezzo di due). Anche i parrucchieri ed i barbieri non parrebbero avvantaggiati per niente da questa tendenza. Hanno alleggerito il lavoro quotidiano per l’assenza di quei “maschietti “che la mattina andavano a farsi la barba per apparire inappuntabili.


  TRITTICO D’ESTATE
di M.Giovanna Perroni Lorenzini



Nel torpore, mi lascio vegetare;

ma, nella pelle, sento i pori tendersi

a percepire il primo fresco alito.

 

Nell’aria che ristagna, gravida di sopore,

son brevi  refrigerii

frulli d’ali dorate di tortore nel sole.

 

Oggi è afa anche all’ombra del mio tiglio;

ma qui, protetta, posso immaginare

un bruire di pioggia sulle foglie.

 


  Colomba Antonietti “l’eroina di Foligno”
di Romano Parodi



     Non solo patriottismo; anche una struggente storia d'amore tra la figlia quindicenne di un fornaio (“la fornarina”) e un nobile cadetto pontificio Si sposarono a dispetto di tutto e di tutti; delle leggi e dei familiari (a chi potea più amar l’un l’altro attese / amor sorrise e il talamo gioì). Per questo Luigi* fu anche imprigionato a Castel Sant’Angelo; ma, uscito dal carcere, disertò l’esercito pontificio e si arruolò volontario, sempre con Colomba, per andare a combattere in Lombardia e in Veneto la Prima Guerra d’Indipendenza: là, dove “la bandiera bella fu tradita” (l’armistizio di Salasco); poi a Velletri coi bersaglieri di Luciano Manara, e dove salvarono e conobbe Garibaldi, caduto da cavallo e in pericolo, e infine a Roma con Garibaldi stesso. Colomba e Luigi sempre insieme: non lo posso lasciare, morirei dall’affanno”.

     Il 13 giugno del 1849 la Repubblica Romana di Mazzini, col Papa a Gaeta, stava vivendo i suoi ultimi, gloriosi giorni. L'artiglieria francese batteva con fuoco incessante le mura del Gianicolo. Intorno alle sei del pomeriggio, al sesto bastione, si aprì una breccia e alcuni soldati corsero subito lì, dove il nemico avrebbe potuto sfondare. E lì una scheggia di cannone feriva orribilmente uno di questi giovani garibaldini; che morirà di li a poco. Un ufficiale, il conte Luigi Porzi, giunto subito dopo, si gettava su quel corpo in preda alla più' profonda disperazione. Il soldato era sua moglie, Colomba Antonietti, che, al suo fianco, combatteva in abiti militari. Nata a Bastia Umbra, ma vissuta a Foligno, quando il marito aderì alla Repubblica Romana si vestì da bersagliere e partecipò alle battaglie di Velletri e di Palestrina, coi bersaglieri di Luciano Manara, e poi alla difesa della repubblica con Garibaldi. Prima di morire, fra le braccia del marito, lo dicono i testimoni presenti, gridò “Viva l’Italia”. Anche Garibaldi nei suoi diari parla dell’”Eroina di Foligno” perché l’aveva conosciuta a Velletri, coi capelli corti e sempre all’attacco: «La palla di cannone era andata a battere contro il muro e ricacciata indietro aveva spezzato le reni di un giovane soldato. Il giovane soldato posto nella barella, aveva incrociato le mani, alzato gli occhi al cielo e reso l’ultimo respiro. Stavano per recarlo all’ambulanza quando un ufficiale si era gettato sul cadavere e l’aveva coperto di baci. Quell’ufficiale era Porzi. Il giovane soldato era Colomba Antonietti, sua moglie, che lo aveva seguito e combattuto al suo fianco.». E aggiunge: «Mi fece ricordare la mia povera Anita, la quale essa pure era sì tranquilla in mezzo al fuoco». Al funerale c’era anche Luciano Manara che la ricorda: «La bara era coperta di corone di rose bianche e dalla sciarpa tricolore. La musica militare suonava l'inno funebre dei martiri d'Italia: “Chi per la patria muor!, vissuto è assai..”» (E. Doni: Rose bianche per un soldato)

     Dopo un paio di mesi da quell'evento, Luigi Mercantini, il poeta che riuscì a far penetrare gli ideali risorgimentali e il mito garibaldino nell'anima popolare italiana (“Eran trecento, eran giovani e forti...”), compose l'ode ''una sposa: Colomba Antonietti Porzi''. (Bellissima poesia. Lunga. Dovrò tagliarla. Leggetela piano piano).

 

 

 

Giugni  figlia le man, piega i ginocchi,
bacia quel sasso e stammi ad ascoltar:

qui sotto, chiusi in dolce sonno gli occhi,
dorme una sposa e non si può svegliar.

Mentr’ella dorme, una pietosa istoria,
mia pargoletta, ti racconterò;

e sì te la porrai nella memoria 
ché poi ridir da te la sentirò.

Era Colomba una cara donzella
che ne’ suoi più verd’anni intese amor.

Ognun diceva: è graziosa, è bella
ma le bellezze sue stavano nel cor.

Il giovinetto che di lei si accese
non pose indugio e dir le volle il sì

a chi potea più amar l’un l’altro attese 
amor sorrise e il talamo gioì.

Per tutta quanta Italia allor s’udia
correre un grido ed era: Libertà!

Cantavan tutti: “Andiamo in Lombardia!
È un vile il giovin che a morir non va!”

Luigi, che sentiva in mezzo al petto
alteri sensi e generoso ardir

“Bina” - chiamando con supremo affetto
l’accarezza e le svela il suo disir.

“No, diss’ella, tu solo non andrai
sarai più forte se te andrai con me.

Dammi un fucil, Luigi, e tu vedrai
com’ io saprò pugnar vicino a te!”

Cinta i capei del tricolor berretto
la daga al fianco ed il moschetto in man

ponsi in fila da costa al suo diletto 
suona allegro il tamburo e se ne van.

Per valli e monti, per boschi e per riviere,
notte e giorno, alla pioggia, al vento, al sol,

move Colomba con le elette schiere,
insin che toccan dei Lombardi ‘l suol.

“All'armi! All'armi! Che l‘Ulan si mostra!
All'armi! All'armi! che il Croato vien!”

«Mio Luigi, questa è l’ora nostra,
/ viva chi porge alle ferite il sen!»

Dov’è più vivo il foco ella si aggira
ma d’un passo non lascia il suo fedel.

Or grida “Avanti!” or l'arme imposta e tira
or guarda in atto di preghiera il ciel.

Cessa il foco e va intorno ella cercando,
e l'anima raccoglie di chi muor

corre ai feriti, e il sangue rasciugando 
della patria ricorda il santo amor.

Ma la bandiera bella fu tradita
sul sangue degli eroi si patteggiò!

Di nuovo insulto Italia fu schernita,
e la schiera dei prodi a noi tornò.

……………………………………………………………

Dietro all’Eroe dall’armatura rossa
va Colomba i feroci ad incontrar

non sa quanto una donna in arme possa
chi lei non vide allora in campo entrar.
Rider fu vista di superbo sdegno  
quando i veloci miser l‘ali al pié

tornar giuravan trionfando al Regno 
e fuggivan gridando: “Viva il Re!“

Ma l’ora di Colomba era venuta
la gloriosa ohimè! dovea morir

Roma da tutte parti è combattuta
e più d’un muro già si vede aprir.

Il percosso bastion la mia guerriera
s’affretta ove più crolla a riparar

là senza posa dall’ostil trincera 
s’ode il tuono e si vede folgorar.

Sul destro fianco la succinta gonna
una riga di sangue a lei segnò
e bianca in viso la leggiadra donna
di Luigi nel sen si abbandonò.

Fa croce al petto delle mani e dice:
 “Luigi, addio! Ricordati di me!

Io muoio per la Patria e assai felice
a lei rendo la vita che mi dié!“

Guardò ancora il suo sposo e gli sorrise
quasi aprir gli volesse un suo disir

poi tutta in cielo a riguardar si mise
e immobil si rimase in un sospir.

Oh! ma tu piangi, o figliuoletta mia!
La dolce istoria ti ha commosso il cor!

Quivi sotterra già te ‘l dissi pria
una sposa addormita è nel Signor.

Saper vuoi tu ‘l suo nome? Ella è
Colomba la vaga sposa di Luigi ell’è

quasi un aitar per te sia la sua tomba
e movi spesso a visitarla il pié.

 

Su di lei libri, strade e monumenti. A Roma anche una scuola. L’Eterno Riposo nel bellissimo mausoleo dei garibaldini, sul Gianicolo, in compagnia di Goffredo Mameli e di Luciano Manara, morti anche loro, in difesa della Repubblica Romana. Colomba e Goffredo 22 anni, Manara24.

*Mameli morì fra le braccia di Cristina Trivulzio, la “Regina di Cuori” del prossimo mese.

*Mameli genovese e amico di Mazzini e Bixio, era aiutante di Garibaldi. Scrittore, poeta, patriota; si era già messo in luce, perché con trecento volontari era accorso in aiuto di Bixio nelle cinque giornate di Milano.

*Fu Mazzini che gli commissionò l’inno “il Canto degli Italiani”, poi “Fratelli D’Italia”. Fu Mameli che inviò a Mazzini il famoso telegramma. “Vieni, Roma, la Repubblica ti aspetta”.

*Il conte Luigi Porzi, innamoratissimo della moglie (durante il funerale lo trascinarono via perché non riusciva a muovere le gambe), fu condannato a morte per tradimento dallo stato pontificio, e, dopo la fine della Repubblica, fuggi in sud America senza mai più sposarsi. Morì, esule e triste, a Montevideo.


  Diario di un parrocchiano
di Enzo Mazzini


Domenica 26 Aprile - Stiamo ancora vivendo il tempo Pasquale e non per niente i Vangeli trattano ancora momenti fondamentali della Resurrezione. Purtroppo, per il coronavirus, non possiamo partecipare alle nostre SS.Messe parrocchiali e, per fortuna, alcuni canali televisivi provvedono a trasmettere molte SS.Messe, comprese quelle celebrate dal Papa.
Anche Tele Liguria Sud si sta molto impegnando per consentire ai fedeli di partecipare a delle meravigliose Sante Messe celebrate anche dal nostro Vescovo, S.E. Mons. Luigi Ernesto Palletti. Io tutte le domeniche, in questo periodo, alle ore 10,30 mi collego con Tele Liguria Sud per partecipare alla S.Messa celebrata dal Vescovo ed anche oggi non perdo l'occasione di assistere ad una commovente funzione.
Molto profonda, come sempre, la Sua omelia che di seguito riporto:
"Siamo così giunti alla 3^ domenica di Pasqua ed il nostro cammino va avanti, così come il cammino dei discepoli di Emmaus, con questa pagina meravigliosa, la pagina che veramente ci accompagna all'interno dell'esperienza del Signore Risorto. Ed ancora una volta dobbiamo metterci di fronte alla parola di Dio e lasciare che sia la parola a parlare a noi, alla nostra vita, alla nostra esistenza concreta, non solo per informarci di ciò che è avvenuto con quei primi discepoli, ma per permetterci di rivivere, sia pur in modo diverso, l'esperienza di un incontro. E allora la parola manifesta tutta la sua vitalità e noi comprendiamo quanto sia importante incontrare Cristo in questo primo momento della nostra celebrazione, per poi incontrarLo nel grande momento dell'Eucaristia, del Suo Corpo, del Suo Sangue, della Sua presenza, di quel l'unico Sacrificio che si rende presente sull'Altare.
La prima cosa che balza ai nostri occhi è che questi discepoli erano in cammino, un cammino un po' strano perché stavano ritornando nel loro villaggio, un cammino segnato dalla delusione, dallo sconforto, dall'incomprensione, ma anche un cammino in cui non mancano gli interrogativi: discutevano animatamente fra di loro. Dunque quel l'evento della Croce non poteva averli lasciati indifferenti. L'esperienza del Gesù terreno, nonostante tutto, si imponeva ancora nella loro vita, ma era diventata causa di sconforto: "Credevamo che...". Però questo si svolge lungo un cammino: è importante questo particolare. Altre apparizioni del Signore Risorto avvengono in un contesto molto più statico, più fermo: è Lui che entra nel Cenacolo; è Lui che si manifesta a Pietro ed agli altri Apostoli sul Lago di Galilea; è Lui che si manifesta alla Maddalena, lì venuta alla Tomba, ma sono tutte scene molto più statiche. Questa invece è una scena in cui Gesù cammina con loro e la scena che introduce la comunità già in una dimensione nuova: non solo quella dell'esperienza ed il primo annunzio, ma di un annunzio che si fa cammino, un cammino che porta lontano. È l'esperienza che forse meglio si addice al nostro cammino quotidiano.
Il Signore si affianca a questi discepoli, fa loro delle domande e inizia a parlare.
E qui abbiamo una seconda parte interessante di questa narrazione: non parla direttamente di Se stesso. Si manifesterà dopo, nello spezzare il pane, ma non si limita neppure ad illustrare le Scritture, ad insegnare la parola di Dio, ma dice il Vangelo: "Insegnò quello che riguardava Lui, ovvero aprì la parola di Dio, perché questa parola, ancora nell’antichità, manifestasse già tutta la promessa del Signore Gesù ormai presente, crocifisso e risorto". E allora si dilunga dicendo da Mosè e così, lungo tutti i profeti, illustrò ciò che Lo riguardava, ovvero Gesù permette a questi discepoli di rileggere quella parola che già conoscevano, di rileggere la propria esperienza, ma non per fermarsi lì, ma per aprirla ad una esperienza nuova e questo diventa per noi importante. Quando ci accostiamo alla parola di Dio, quella parola ci parla del Signore Gesù anche se a volte è distantissima nel tempo e nello spazio, anche se quei fatti diventano così lontani per la nostra esperienza quotidiana, eppure ci parla di Lui.
La condizione è che però noi leggiamo quella parola da credenti, ovvero con un cuore aperto, già illuminato dalla luce Pasquale e dunque capace di penetrare nella profondità di quella parola di salvezza. I discepoli lo dicono in modo molto chiaro: "Non ci ardeva forse il nostro cuore quando Lui ci spiegava le Scritture?" Il gesto poi che troviamo al termine di questo percorso è il gesto significativo. Non dimentichiamoci che questa scena è collocata proprio la sera del giorno di Pasqua: Gesù prese il pane, lo spezzò e pronunciò la benedizione.
Ormai per i discepoli gli occhi si erano aperti, il cuore si era infiammato: "All'inizio - dice il Vangelo - erano incapaci di vedere" e alla fine il Vangelo dice: "Non Lo videro più" perché fra quell'essere incapaci di vedere e quel "non Lo videro più" è sorta una luce nuova: sono resi capaci di credere. Ecco il passaggio forte dall'incapacità di vedere al ricevere una luce tale per cui non è più visibile, ma è ormai così credibile dal farne un'esperienza concreta. E quel gesto, se andiamo bene a vederlo, è in fondo l'ultimo gesto che Gesù fa con i Suoi discepoli, con i Suoi Apostoli nella Sua vita terrena, il gesto dell'ultima cena: "Prese il pane, lo spezzò, lo diede loro", ma è anche, misteriosamente, secondo la narrazione di questo brano evangelico, il primo gesto che Gesù fa con i discepoli da risorto: "Prese il pane, pronunziò la benedizione, lo spezzò, lo diede loro".
È il gesto dell'identità. Gesù che li ha accompagnati, ha permesso loro di fare un cammino: dall'essere incapaci di vedere al giungere alla possibilità di credere. Ecco che ora consegna loro il gesto dell'identità: quel gesto che in fondo oggi, ai più di voi, manca e il fatto che manchi è significativo: vuol dire che è veramente il gesto della nostra identità. Abbiamo bisogno di quel Pane spezzato, abbiamo bisogno di quel Calice offerto, abbiamo bisogno dell'Eucaristia.
Ecco, ci accompagni questo brano evangelico lungo il cammino in modo che, come i discepoli di Emmaus, dopo che il nostro cuore si è infiammato di quella Parola che rivela il Signore Gesù, possa presto ritornare a quella Mensa, a quella Cena per cui realmente il Signore prese il pane, lo spezzò, lo diede ai Suoi discepoli, sapendo che quella è ben più  di una cena: è il mistero dell'unico sacrificio di Cristo, presente in mezzo a noi, sacrificio di salvezza, sacrificio di verità e di presenza. Così L'accogliamo e così Lo vogliamo continuare a vivere”. Mercoledì 29 luglio. Oggi ricorre la festa di S.Marta, molto sentita da noi Ortonovesi. Anche quest'anno viene celebrata una Santa Messa davvero solenne, con la partecipazione della storica Corale diretta dal Maestro Renato Bruschi. Io, purtroppo, non posso partecipare fisicamente a questo storico appuntamento perché sottoposto ad un intervento chirurgico alla cataratta, presso l'Ospedale di Carrara, ma partecipo con il cuore e con le preghiere, tornando a vivere momenti di intensa commozione, attraverso la lettura degli scritti di Romano Parodi e di Luciano Pesce Maineri. In essi viene ricostruita la storia del nostro amato Santuario e le motivazioni che hanno mosso, allora,i fedeli  a dar vita a questa opera meravigliosa.
Gli ideatori furono i Disciplinati, "prendendo ispirazione dalle piaghe di N. Signore e praticando la disciplina secondo la loro regola, irradiavano nel paese e nelle campagne l'amore verso il prossimo, sedavano le contese, assistevano i condannati a morte e si facevano propugnatori di altre numerose opere di bene.
I buoni villici poi sentivano crescere nel proprio cuore un intenso affetto per quel piccolo tempio che era stato voluto e costruito da loro. Quando vi passavano davanti, di ritorno dal pascolo o dalla coltivazione degli olivi, sostavano un istante elevando la mente a Dio e facendosi il segno della croce. L'oratorio dei Disciplinati non era più soltanto un luogo di riunione dei confratelli, ma il dolce ritrovo degli Ortonovesi che si recavano con sempre maggior frequenza a visitare quella che ormai chiamavano la loro Madonna.
Sono giovinette e fanciulli che fanno a gara per onorarla: le prime cantandole devote canzoni, i secondi non lasciandole mancare il profumato mazzolino di fiori campestri. Sono donne in età matura o stanche vecchiette,che vanno a visitarla nell'ora del tramonto, quando il dipinto, attraverso le finestrelle, s'imporpora all'ultimo raggio del sole.
Fu in questo clima di amore e venerazione per Maria, che un giorno di domenica - il 29 luglio 1537, Festa di S.Marta - alcune pie donne di Ortonovo, che si erano recate ai piè della Vergine Addolorata verso le ore quattro pomeridiane per recarle l'omaggio delle loro preghiere, videro chiaramente all'improvviso scaturire vivo sangue dagli occhi della Madonna e scorrere sulle dipinte pareti. Sorprese, si fanno più d'appresso e, quasi non credendo ai loro occhi, trepidando, osano toccare con le dita e queste ritraggono rosseggianti di sangue. Ripiene di amorosa commozione, rinnovata una breve preghiera, volano al vicino paese gridando al miracolo. Con molto popolo tornano alla sacra immagine, sugli occhi della quale possono ancora vedersi , vive e visibili, le impronte delle lacrime di sangue.
Presto la notizia si diffonde e le folle cominciano a giungere dai paesi vicini. Arriva anche il paesano Don Ambrogio Monticola, che allora aveva 38 anni. Più tardi, da vescovo, racconterà all'assemblea dei padri del Concilio di Trento, stupita e commossa, il fatto prodigoso. Nessuna meraviglia pertanto che i venerandi padri riconoscessero a voce unanime l'avvenimento e autorizzassero a proseguire nella costruzione del santuario, a ricordo del miracolo.
Il continuo afflusso di pellegrini ed il rinnovarsi di prodigi, indussero i custodi dell'umile oratorio a erigere, in onore della Vergine, un tempio più degno. Alla distanza di tre anni dal miracolo se ne comincia la costruzione sotto la guida dell'architetto Ippolito Marcello, lucchese e, nel breve giro di ventisei anni, il santuario è terminato. Tempo di "record ", se si pensa alle difficoltà dei trasporti e alla tecnica primitiva di allora".

  I BUONI ESEMPI
di Paola G. Vitale



 

Domenica 20 set. leggendo Avvenire, un articolo mi ha profondamente  rallegrato. Si tratta di quattro famiglie del nord-Italia, legate tra loro da fraterna amicizia e non meno profondi ideali cristiani ed umani. Un paio di anni fa si erano recate in una località del Burundi, per ricevere finalmente i loro bambini adottati. Una volta giunti sul luogo rimasero molto turbati alla vista di una trentina di bambini, sparsi qua e là in capanne fatiscenti. Riflettendo sul fatto, le quattro famiglie presero una decisione esemplarmente unica. Tornate in Italia si misero con grande impegno a realizzare una onlus, diciamo economica, per sostenere in maniera valida lo sviluppo totale di quel gruppo sparuto che li aveva colpiti al cuore. Si dettero un gran daffare promuovendo diverse attività e attualmente hanno cambiato totalmente le condizioni ambientali, sociali e culturali dei bambini di quel minuscolo villaggio. Il tutto accade con l'approvazione delle autorità del luogo. Ho ringraziato Dio per le grandi capacità di tali famiglie che, con impegno reale sostenuto da una fede vera e concreta, hanno realizzato opere solidali e durature nel tempo.  Siano di esempio

 

 

  SAN PADRE PIO DA PIETRELCINA
di MILA



Ieri pomeriggio, verso le quattro, stavo preparandomi per andare con Paola a recitare rosario in onore di San Pio da Pietrelcina. Arriva Paola e mi dice: “Io vado a Caffaggiola con la Elda, perché alle sei c’è la Messa per Padre Pio.
Stamani c'è stata la Messa solenne e c'è stato anche il triduo di preghiera.” Io e Paola non ne sapevamo niente; Elda, invece, aveva trovato queste notizie su Facebook.  Così attraverso la Paola ha avvertito anche me.
Apro una parentesi sui Social. I Social dovrebbero servire a questo: informare, aiutare, dare buoni consigli, unire tra di loro le persone. Io per esempio, grazie a Facebook, ho potuto riabbracciare, anche se solo virtualmente, persone che avevo conosciuto anni fa in Nigeria e delle quali non avevo più notizie da anni. E’ stato bello vedere le foto di  due giovani mamme che avevo conosciuto bambine. Una si ricordava perfettamente di me; a quel tempo eravamo state vicine di casa e lei mi chiamava zia.
A questo dovrebbero servire i Social e non a dividere, insultare, diffondere false notizie e ogni sorta di sozzerie, che poi sono le più seguite dai giovani, o prendere di mira qualcuno, magari per un difetto fisico, fino a spingerlo a gesti estremi.
Ma torniamo a Padre Pio.
Persi Triduo e Messa solenne, ci rimaneva la Santa Messa delle diciotto.
Paola e Elda sono andate assieme, io con mio marito. E’ stato bellissimo.
In chiesa le panche erano state sostituite con  sedie distanziate l’una dall'altra a causa del coronavirus. La porta centrale era spalancata. Achille allietava con la sua musica. Don Carlo, che faceva il padrone di casa, aveva una parola per tutti. Erano presenti anche due diaconi che non ho riconosciuto.
Uno ha fatto l’omelia, basata su San Pio, che mi è molto piaciuta . Parlava naturalmente della vita del Santo che, come più o meno tutti sappiamo, è stata molto difficile, ma tutta dedicata a Dio e al prossimo anche attraverso le sue famose confessioni. Si raccomandava sempre di pregare e pregare, specialmente col rosario e di affidarsi a Maria, la mamma di Gesù e madre nostra.
Sull'Altare, addobbato con fiori disposti molto bene, c'era un'immagine del Santo e una  piccola teca contenente alcune gocce di sangue del Santo.
Di Padre Pio da Pietrelcina  per la sua santità se ne parla dalla fine della guerra, sebbene sia stato fatto Santo da poco. E’ molto amato e venerato in tutta Italia, mentre nel nostro territorio soltanto da quando è arrivato come parroco don Carlo, la venerazione e il culto sono cresciuti in modo esponenziale. Come mai tanta devozione da parte sua? Mi ha detto che mi racconterà ed io, col suo permesso, la racconterò a voi. Spero di riuscire a sapere qualcosa anche della Beata Itala Mela, che  grazie a don Carlo, la chiesa del Preziosissimo Sangue conserva una sua reliquia preziosa. Due nuovi amici ai quali raccomandarci per avvicinarci di più a Dio.


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