N° 8 - Ottobre 2019
Storie dei lettori
  I Toparola
di Enzo Mazzini


Oggi, lunedì 29 Luglio, viviamo una giornata ricca di avvenimenti davvero significativi per noi cattolici ortonovesi.
Questa mattina abbiamo vissuto dei momenti commoventi ed intensi durante la celebrazione della S.Messa Solenne presso il Santuario del Mirteto, in occasione dell'anniversario del fatto miracoloso della lacrimazione di Maria Santissima e questa sera possiamo assistere ad una commedia dialettale davvero meravigliosa, nella Terrazza della Chiesa di S. Giuseppe in Casano.
La commedia, in perfetto dialetto locale, aggiunge un'altra preziosa perla alla già nutrita collezione di successi di Paolo Devoti. Come non ricordare il Presepe Vivente e le recite a S.Martino, in occasione dei Venerdì Santi?
Questa sera Paolo si è davvero superato! Lo conoscevo come valente ideatore e scrittore, ma non lo avevo mai visto nelle vesti di attore protagonista e devo dire che sono rimasto davvero stupito per le capacità in tal senso dimostrate. Non gli manca proprio nulla!
La commedia andata in scena questa sera è: "Va a finir chi pigl' mogl'era" ed è interpretata da "I TOPAROLA", un gruppo teatrale locale di recente formazione, ideato e diretto da Paolo Devoti medesimo. La commedia dialettale è scritta e diretta da lui stesso che ne è anche l'interprete protagonista insieme a Marcella Gherardi.
Davvero meravigliosi anche tutti gli altri interpreti che di seguito elenco:
Marco Gherardi (Arì); Lucilla Gherardi (Clò); Manuel Maio (Francè); Francesca Casani (Sig.na Bianchi); Giovanni Torri (Umbè) e Lucia Sebastiani (Iole d' Plegro) oltre, ovviamente, i due protagonisti, già citati: Paolo Devoti (Robè) e Marcella Gherardi (Argia).
Grazie a questi bravissimi attori in erba, abbiamo rivissuto alcuni spaccati della vita contadina locale del recente passato, tant'è che io ho conosciuto molti dei personaggi riprodotti e qualche volta ho avuto l'impressione di ritrovarmeli davanti. Bravi, davvero bravi!! Non parliamo poi di Paolo Devoti e di Marcella Gherardi veramente fenomenali!
Conoscevo già le elevate doti naturali di Paolo e quindi la più grande sorpresa me l'ha riservata Marcella in veste di attrice. Conoscevo perfettamente le sue eccezionali doti canore (era solita esibirsi con mia figlia Manuela che la accompagnava all'organo o al pianoforte ed anche in occasione del matrimonio di Manuela al Santuario della Madonna del Mirteto ci ha incantati e commossi con la sua "Ave Maria"), ma non immaginavo che fosse parimenti eccezionale anche nella recitazione. A questo punto nasce spontaneo un ringraziamento a buon Dio per averla munita di tante doti. Purtroppo sono molti i giovani muniti di doti naturali eccezionali nei vari campi, ma che svaniscono nel nulla perché non vengono scoperte e valorizzate. Peccato! Anche per questo dobbiamo ringraziare Paolo Devoti che mette a disposizione tutte le sue doti naturali anche per valorizzare e farcì apprezzare tanti validi attori in erba.

Bravo Paolo, continui a donarci dei regali davvero indimenticabili!

 

                                                                                    

  Maria Santissima Regina del si
di Paola G.Vitale



In questi mesi estivi fatti, per molti, di giorni lunghi e solitari, predomina davvero il "SÌ " dell’affrontare con sereno cuore, tutto il passare delle ore.
Mi viene naturale il pensare alla grande catena di santi ed alle varie festività in onore di Maria Santissima, fino all' 8 Settembre per la di Lui nascita. E altrettanto vicino avverto il lungo, silenzioso “Sì" di Maria Santissima, un sì coraggioso che, oltre al Calvario, all'affidamento a Giovanni Apostolo, alla Risurrezione di Suo Figlio Gesù, è proseguito nel Cenacolo, nella vita nascosta di cui sappiamo ben poco e così, ogni giorno, fino alla chiamata in Cielo per Lei, con tutto il corpo. Allora Maria avrà rivissuto le parole dell'Angelo: "Avrai un figlio, lo chiamerai Gesù. Sarà chiamato Figlio dell'Altissimo, sederà sul trono di Davide…" Quanta fedele attesa! Grande sopra la disubbidienza di Eva, sopra la lunga prova di fiducia in Dio. "Eccomi, sono la serva del Signore..." ed è per sempre il Suo "Sì"!

  Paola G. Vitale

  Luni Mare 2 agosto 2019

 

Desidero ringraziare P. Domingo Daniel Patix Gomez, fmm. per la storia riguardante il Santuario, del quale sono affezionata. E poi complimenti a tutti! A Marta ed Antonio Thellung, al Sig. Ratti, ad Enzo. Mi fate davvero compagnia!

Il Sentiero e la sua valorosa Redazione sono degni servitori delle origini dell'amore iniziale.

 Paola G. Vitale

  Saudade
di Mila



Anni fa andai con i miei figli a trovare i miei cognati che vivevano in Brasile, a San Paolo. Una sera mio cognato decise di portarci a cena in un ristorante tipico dove facevano la famosa feijoada. Purtroppo mia cognata fu colpita da una delle sue consuete emicranie e preferì rimanere a casa, suggerì però al marito di invitare al suo posto un'amica. Quest'ultima era la vedova di un vecchio amico, nonché collaboratore, di mio cognato, morto anni prima in un incidente aereo mentre si recava a portare dei medicinali ad alcune tribù del Mato Grosso.
Era una signora carina, vivace, brillante, con la parlantina sciolta, educata e con una buona cultura, brasiliana “autentica”. Ma nonostante fosse caratterialmente portata verso il sorriso aveva sempre negli occhi un nonché di malinconia.
Lei e mio cognato discutevano sempre sul Brasile: Gli usi, i costumi, il modo di fare dei brasiliani, la storia del Brasile e così via.
Lei:” Ma vuoi saperne più di me che sono brasiliana?”
Lui “tuttologo”: “Ma vuoi mettere tutti i libri che io ho letto sul Brasile e l'esperienza che ho fatto sul campo nel mio lavoro?”
Conclusione, anche quella sera ebbe inizio una discussione che convergeva sul significato della parola saudade, leggi saudagi, un vocabolo abbastanza comune nel linguaggio dei brasiliani.
Mio cognato diceva che significa semplicemente rimpianto. Lei diceva invece che è una parola più complessa, un amalgama di sensazioni in cui c'è il rimpianto struggente per qualcosa o per qualcuno che avevi avuto e ora non hai più, ma almeno lo hai avuto e questo attenua il dolore, e il ricordo di quei giorni felici ti porta gioia anche se intrisa di melanconia che ti rimarrà sempre nel cuore. C'è la paura di non essere stata capace di trattenere quei momenti per sempre, ma anche la consapevolezza che non ci si poteva fare niente, era andata così. Gioia, dolore, nostalgia, rimpianto e altro ancora esprimevano gli occhi di quella giovane donna mentre parlava.
Io quella sera non capii gran che, poi, giorni fa, ho visto alla televisione un signore giapponese che vive in Italia da molti anni, annunciava la morte di suo figlio, cerebro leso da più di quaranta anni a causa di un incidente dal quale non si era più ripreso. Il padre aveva abbandonato il lavoro per poterlo curare e lo aveva fatto con tanto amore. Ora il figlio era morto.
Mentre raccontava tutto questo i suoi occhi erano pieni di lacrime ma sorridevano. Occhi buoni, miti, tristi e felici allo stesso tempo, tristi perché aveva perso un figlio, felici perché finalmente suo figlio aveva raggiunto la pace e aveva un letto nel quale riposare per sempre. In tutti quegli anni aveva sempre pensato: “Chi si occuperà di lui quando io non ci sarò più?” Ed ecco che era intervenuto l'aiuto di Dio a dare a tutti e due la pace.
Io, non so perché, nel vedere quel signore che dava questa notizia mi sono ricordata di quella discussione in Brasile. Quella giovane donna aveva cercato di dissuadere il marito dal sorvolare il Mato Grosso con un piccolo aereo da turismo, ma lui doveva andare a portare dei medicinali agli indigeni che ne avevano assolutamente bisogno e allora lei lo aveva lasciato andare pur presagendo quello che sarebbe accaduto.
Questo padre che ha curato per tanti anni con amore e fatica un figlio per il quale non c'era speranza e quando lui se n'era andato soffriva tanto e avrebbe voluto trattenerlo ancora, ma allo stesso tempo era contento perché finalmente suo figlio era in pace, e i suoi occhi piangevano e sorridevano.
Adesso io cosa dovrei dire? Che ho capito il significato della parola brasiliana? Non ha nessuna importanza, mi è venuta in mente così, chissà perché? Forse perché mi tormenta da giorni quella terribile parola che è l'eutanasia e della quale si sente parlare sempre più spesso. Non voglio pontificare su questo o dare giudizi, non ne sono in grado e non ho la competenza necessaria. Vorrei soltanto dire:” Ascoltiamo la Parola di Dio e seguiamo gli insegnamenti della Chiesa e non il canto di certe sirene che è si melodioso ma rischia di trascinarci negli abissi più profondi del male.


  In ricordo di un amico - Cinzio Marchi
di Romano Parodi


In ricordo di un amico: Cinzio Marchi

 

Era un pessimista cronico come me. L’ho conosciuto nei primi anni novanta e non l’ho più lasciato. Era geniale, sferzante, sagace. Pubblicava in proprio i suoi libretti, in numero di cinquanta, tutti rigorosamente numerati a mano. L’ultimo che mi ha portato a casa con il suo motorino è il 35-mo di 50.  Nella mia biblioteca, i suoi: Hermana Soledad, La sintesi dell’eremita, Il Viaggiatore Immobile, Finché il cervello pensa e il cuore batte, Canto Final, sono i più ri-letti.

                                                           Romano

 

LA BALLATA DELLE ILLUSIONI E DEI DISINCANTI – ovvero -

L’ALLEGORIA DEL LUNGO CHIODO

Nella vita d’ognuno esiste un chiodo: chiodo lungo e tetragono, d’acciaio,

da configgere in uno scantinato per appendervi tutti i disincanti…

Da ragazzo sognai la grande atletica e tentai di svettare in tale agone,

ma inutilmente: anche questi conati finirono attaccati al lungo chiodo.

Poi da studente amai la poesia, ma la stessa non ricambiò l’amore…

Quando m’accorsi dell’indifferenza, anche la poesia attaccai a quel chiodo.

Nei generosi caldi anni sessanta mi parve la politica un valore…

Ma poi la stessa espanse il suo marciume e l’attaccai allora al lungo chiodo

Una notte d’inverno sognai un grande romanzo in tutta la sua eccelsa trama

e quando mi svegliai ne scrissi il titolo, poi anche il titolo attaccai a quel chiodo.

In seguito mi prese il desiderio d’una famiglia serena e amorosa,

ma il destino non volle e, mio malgrado, anche la famiglia attaccai a quel chiodo.

Poi che la vita è quasi giunta al termine, sento che non è stata altro che un pugno

di mosche, ma oramai più non m’importa e, con ghigno,

anch’essa attacco al chiodo.

Cinzio Marchi

  Il ciambellone della Lina
di MARTA


 


Sette settembre sera!

Come tutti gli anni, anche quest’anno mi sono recata al Santuario del Mirteto in pellegrinaggio per la nostra Madonna. Questa ricorrenza si svolge in notturna richiamando una moltitudine di fedeli giunti da ogni dove. C’è molta partecipazione con canti e preghiere durante la processione, durante la messa solenne con la corale di Ortonovo, la banda ed infine lo spettacolo pirotecnico.
Però ...anche quest’anno un tuffo dentro al cuore... se ripenso alla Lina!!!
La Lina non mancava mai di invitarmi a mangiare una fetta di torta di riso per la festa d’ortno’; fatta come da tradizione paesana con tutti i requisiti e che a lei riusciva ottimamente! Ma il suo cavallo di battaglia, come si suol dire, era il ciambellone; non ne conosco la procedura ma so che lo impastava duro, lavorato piano piano a mano, colmo di noci, mandorle e uvetta sultanina, però tanti particolari mi sfuggono! Quando era pronta si presentava agli occhi degli astanti un capolavoro, una opera d’arte. Il ciambellone era enorme, copriva le nostre braccia congiunte a cerchio, doveva bastare per tutta la famiglia e anche per tutti gli invitati della Lina.
Inutile descrivere il sapore! Io ci sentivo un sapore antico, fatto di pazienza, d’amore, di sacrifici, era come riveder la scena di un vecchio film. Rivedo la Lina bimbetta che osserva sua nonna mentre impasta il ciambellone; e poi la Lina giovinetta che guarda sua mamma mentre lo impasta e infine lei sposata con la sua famiglia. Ora era lei a portare avanti la tradizione. Questo dolce ha percorso molte strade superando la centenaria mestizia di queste donne, operose e lavoratrici. Ma non termina qui, credo che la Lina abbia lasciato questa ricetta alla nuora Gianna; quando le ho accennato “il sapore antico “che scaturiva dal suo profumo mi rispose “... sì vecchio perché le sue mani erano ormai vecchie, come pure la Lina con la sua età!” Cara Gianna so che la ricetta è nelle tue mani, non perderla e lasciala in eredità alle tue figlie così che si possa tramandare! Il ciambellone un antico e onorevole dolce, nel centro di una tavolata ha il potere di avvicinare i commensali e sentirci ognuno a suo modo come un re! Cara Lina sei stata una donna mite e dolce proprio come il tuo ciambellone. Lina, so che li vedi, allora salutami Walter e Dore’.


  IN RICORDO DELLA MARTA.
di P. Mario Villafuerte.



La maggior parte di voi è a conoscenza di quanto la Marta volesse bene il Santuario e a noi sacerdoti che abbiamo il privilegio di vivere nel convento: si può dire che lei abbia dato parte della sua vita al bene di noi, sacerdoti missionari.
Quando sono arrivato a Ortonovo nel 2012, non è nata subito un'intesa con la Marta: il mio carattere, diverso a quello di p. Vittorio (il suo preferito: “il bel mi gnocco” come diceva lei) e, forse, per il fatto che allora ero io il provinciale della nostra Comunità, incuteva in lei un certo timore che preferiva tenermi a distanza. Poi però, il tempo fa il suo lavoro e abbiamo imparato a volerci bene, e per questo dico grazie al Signore per averci donato questa donna con un cuore così grande e pieno di gioia nonostante la vita non le abbia riservato il meglio: lei era felice nel suo Santuario, con la sua Madonna e i suoi preti!

Ogni mattina arrivava al Santuario e noi sapevamo che era lei perché la sentivamo recitare le Ave Maria della Coroncina che iniziava uscendo da casa sua e concludeva all’ arrivo da noi; ma se per caso aveva trovato qualcheduno lungo la strada e mancava qualche Ave Maria, allora si fermava nel soglio della porta a finire, perché, diceva, devo pregare per i miei preti!

Aneddoti su di lei ne posso raccontare tanti, ma mi piace ricordar la sua furbizia, quasi come quella di una bambina: a lei piacevano tanto i cachi ma a motivo del suo diabete non doveva mangiarli, quindi a casa nostra i cachi erano vietati, lei però li portava e li nascondeva nella lavanderia per poi mangiarli quando rimaneva sola. Quando poi le ho detto che mi dispiaceva per la rinuncia che aveva dovuto fare, mi ha guardato con quegli occhi vivaci che aveva e ha confessato il suo “peccato” ma ridendo soddisfatta, come a dire: “ti ho fregato lo stesso” !!! e cosa dire? Lei era così e, anzi, voglio ricordarla così!

Ora che per lei sono finiti i giorni della sua vita terrena, voglio immaginarla a contemplare il volto della sua cara Madonna felice di aver, per tanto tempo, custodito la sua casa qui in terra.

Riposi in pace cara Marta e continui a pregare per i suoi preti presso l'altare del Cielo che noi pregheremo per lei qui davanti alla Madonna del Mirteto!

 


  Suor Clotilde
di Marino Bertocci



 

Solo da quell’angolo di cortile, recintato da altissima rete, si riusciva a vedere il golfo di Genova, coperto da una pesantissima coltre di nuvole nere. L’anno prima, l’ottobre del 1962, ci aveva già visti a sbucciarci le ginocchia sulle panche di legno della piccola cappella del collegio a recitare rosari , in una lingua che a me era sconosciutissima,  per la pace nel mondo (i temutissimi razzi bolscevichi da cuba erano puntati sul “mondo”) e per il Concilio Ecumenico indetto da quel Papa “così vecchio” che, come diceva la Superiora “ voleva togliere l’abito alle suore per renderle irriconoscibili nel mondo”  “Loro”, le Suore, pregavano, e facevano pregare, ma noi non lo sapevamo…nella , per loro ovvia,  speranza che tutto rimanesse immutato, così come se il tempo fosse rimasto fermo all’epoca eroica della Fondatrice, quasi un secolo prima. Le nostre preghiere , così ne erano convinte le Suore, avevano fermato i razzi russi, ma non il vento del Concilio, anche se noi non sapevamo nemmeno di cosa si trattasse. Troppo piccoli. Era così passato il 1962, ma con quel 1963 ci si era veramente avvicinati alla fine del mondo: a giugno era morto il Papa, quello che sarebbe poi diventato il “Papa buono”. Ma non troppo. Per la sua rivoluzione che stava scuotendo secolari incrostazioni clericali; un nuovo Papa,  troppo minuto e non “pastor angelicus”, quale invece era stato Pio XII, sedeva sul trono di Pietro, che,  con grande sgomento per la tradizione, stava per essere soppiantato da una semplice poltrona., così come, nelle celebrazioni liturgiche, il latino era ormai destinato ad essere sostituito dall’italiano .e adesso…era il 22 novembre…il padrone del mondo, l’americano Kennedy, veniva ucciso, “forse dai nemici di Cristo” . Con queste parole Suor Clotilde, addetta alla nostra vigilanza, donna seconda sola alla Madonna per bontà e di un ingenuo candore virginale, disarmante e abitudinario, ci aveva - ahinoi - nuovamente tutti come agnellini convocati per un’altra interminabile serie di rosari… in quella cappella, troppo piccola per contenere quel numero di bambini, ma, l’ho capito solo molto tempo dopo, resa così grande dalla forza della loro preghiera.
Finalmente terminate le preghiere, tutti noi “piccoli” eravamo come tanti pulcini pigolanti radunati nell’angolo del cortile attorno ad un bambino di poco più grande di noi – Luciano, mi pare si chiamasse – che, con aria molto grave ci istruiva sul fatto che “la guerra sarebbe scoppiata da un momento all’altro, ma certamente , quando il grande cannone della lanterna di Genova avrebbe sparato quel suo unico, grande, colpo in mezzo al Golfo:  quello sarebbe stato l’inizio” . Allora avremmo dovuto fuggire…dove? Nessuno di noi lo sapeva. Suor Clotilde, nel frattempo giunta in mezzo a noi, invece, lo sapeva e lo sapeva benissimo: saremmo fuggiti tutti in cappella…! Lì, lei ne era convinta, Gesù ci avrebbe tutti protetti… la preghiera tutto risolve, tutto medica, tutti conforta, tutti salva.. Nella mia mente di bimbo questo è stato allora impresso indelebile nella mente e, cresciuto, nonostante tutti i disincanti della vita, quando riesco a  sfrondare l’inutile che la patina del tempo deposita  nel mio quotidiano, sono grato nel ricordo a Suor Clotilde per quel suo insegnamento sulla preghiera , forse anche troppo ingenuo, ma mi auguro che ancora tanti bambini possano ugualmente avere la grazia di incontrare “qualcuno” che , come quella Suora semplice, gli insegni che “Cuore a Dio e mani al lavoro” è una semplice ma efficace vitamina per l’anima di ognuno di noi.  Grazie Suor Clotilde!

 

Luni, 20 luglio 2019


  Viaggio nei tetri romani d’Italia
di Giorgio Bottiglioni



I Piceni a Teatro

Seconda parte

Il teatro romano di Ascoli venne edificato addossandolo al Colle dell’Annunziata, un tempo detto Colle Pelasgico, secondo l’antica tipologia del teatro greco. Presenta l’emiciclo delle gradinate esposto verso nord, in modo da preservare gli spettatori dall’esposizione del sole durante le ore diurne. La sua costruzione risalirebbe al I secolo a.C. con successivi restauri ed ampliamenti nella prima metà del I e II secolo d.C.; i settori che si distinguono nel corpo di fabbrica sono: l’orchestra, la praecinctio e la cavea, destinata ad accogliere il pubblico, che si compone di 32 radiali visibili, dal diametro massimo di 95 metri, realizzati in opera quasi reticolata con tessere di travertino. L’edificio scenico giace per la maggior parte al di sotto della Chiesa di Santa Croce. Nelle vicinanze dell’ingresso occidentale una bella esedra semicircolare, del I secolo d.C., parzialmente interrata, mostra mura in opus reticulatum. Questo spazio era probabilmente utilizzato come sala d’aspetto.  Dopo Ascoli, lungo l’antica via Salaria Gallica, si incontrava Falerio Picenus, oggi area archeologica del Comune di Falerone (Fermo), all’interno della quale spicca, oltre alle tre grandi vasche del serbatoio dell’acquedotto, il teatro romano, uno dei meglio conservati delle Marche: di questo si possono tuttora ammirare il primo e il secondo ordine delle gradinate, parte dell’edificio scenico e il prospetto del proscenio a nicchie circolari e rettangolari alla base del muro del frontescena.  Urbs Salvia (Urbisaglia, Macerata) nacque come colonia nel II secolo a.C. in corrispondenza dell’incrocio di due importanti strade: la prima, che fungeva da decumanus maximus, univa Firmum (Fermo) a Septempeda (San Severino Marche); l’altra, che nel suo tratto urbano costituiva il cardo maximus della città, era la via Salaria Gallica.
Il parco archeologico della città si estende per circa 40 ettari ed è il più spettacolare della Marche: sono visitabili il serbatoio dell’acquedotto romano, il teatro, l’edificio a nicchioni, una struttura di contenimento che fungeva da scenografico raccordo dei vari livelli della città, il complesso costituito da un tempio dedicato alla Salus Augusta e un criptoportico, e l’anfiteatro realizzato  in opera cementizia al di fuori della cinta muraria . Il teatro è senza dubbio l’emergenza archeologica più monumentale, situato in posizione dominante su uno dei terrazzamenti più elevati della città. la sua peculiarità è quella di essere l’unico teatro romano ad aver conservato tracce di intonaco dipinto. Venne costruito in opera cementizia con nucleo laterizio nei primi anni del I secolo d.C. dal console Gaio Fuvio Gemino. Il corridoio anulare che circonda la cavea era utilizzato dagli spettatori per distribuirsi nei tre ordini di gradinate, ma aveva anche lo scopo di reggere la spinta esercitata dalla collina retrostante e di drenare le infiltrazioni d’acqua. Alla sommità delle gradinate, ripartite in sei cunei, è stata identificata la pianta di un tempietto che sovrastava il teatro. La scena del teatro, della quale rimangono le fondazioni, presenta al centro l’esedra semicircolare con la Porta regia (cioè l’entrata in scena riservata agli attori protagonisti) e le Portae hospitales ai lati; si notano inoltre le complesse canalizzazioni e gli alloggiamenti per i macchinari di servizio. L’ampio terrazzo retrostante il palcoscenico, sostenuto su tre lati da un poderoso muraglione, ospitava un ampio porticato quadrangolare, la cosiddetta porticus post scaenam. Lasciando per un attimo la via Salaria Gallica, da Urbs Salvia si poteva giungere a Firmum (Fermo), colonia romana fondata nel 264 a.C. con la funzione principale di tenere a bada gli spiriti insurrezionali dei Piceni di Ausculum.  Oltre a tre grandi necropoli di epoca villanoviana, Fermo vanta le “Grandi Cisterne”, dette anche “Piscine Epuratorie”, grandi serbatoi d’acqua costruiti fra il 40 e il 60 d.C. e rinvenuti sotto la Piazza del Popolo.  Del teatro romano è visibile solo un piccolo tratto di muro, mentre la cavea attende gli studiosi sotto il vecchio palazzo Matteucci. Proseguendo verso nord da Urbs Salvia, la via Salarias Gallica conduceva a Helvia Recina nei pressi dell’odierna Macerata. La prima notizia certa dell’esistenza di questa città è tratta da Plinio il Vecchio, ma sicuramente esisteva in quest’area un abitato italico fin dal III secolo a.C.; i monumenti visibili più importanti risalgono all’Alto impero: una strada lastricata, il ponte romano sul fiume Potenza, resti di ville decorate con mosaici pavimentali e il teatro romano.  Quest’ultimo aveva un diametro di 72 metri, era a tre ordini di gradinate e poteva ospitare circa 2000 spettatori, probabilmente era ricoperto di marmi con capitelli dorici corinzi. Sono ancora ben riconoscibili la cavea, l’orchestra e il fronte-scena in laterizio. Uscendo dal territorio dei Piceni la via Salaria Gallica giungeva ad Ostra nell’Agro Gallico, area abitata fin dal IV secolo a.C. dai Galli Senoni. La città fu costituita municipium secondo la politica di distribuzione di terre ai veterani di Giulio Cesare all’indomani della Guerra Civile. In funzioni delle necessità di questa nuova situazione politica e amministrativa, vi furono costruiti gli impianti urbanistici necessari: la cinta muraria, il foro (fonti epigrafi che menzionano un Collegium fabrum ed un collegium centonarionum come testimonianza della presenza di corporazioni artigiane), un tempio (è attestato il culto della Bonadea), un notevole complesso termale, ed eccezionalmente un teatro, la cui presenza denota la vivacità dell’insediamento. Gli scavi recentissimi, dopo quelli d’inizio ‘900, hanno messo in evidenza un edificio scenico di 45 metri di diametro con annesso porticato sul lato settentrionale.  Il nostro percorso archeologico nelle Marche si conclude a Fanum Fortunae (Fano), punto d’arrivo sulla costa adriatica della via Flaminia. Pare che il nome della città derivi da un tempio della Fortuna che sarebbe stato eretto a ricordo della battaglia del Metauro (207 a.C.), nella quale i Romani sbaragliarono le truppe del cartaginese Asdrubale. Il monumento antico più famoso è senza dubbio l’Arco di Augusto, di fatto una porta monumentale d’ingresso alla città, dalla cui iscrizione onoraria si apprende che il primo imperatore di Roma lo fece costruire nel 9 d.C.; scavi recenti, condotti nell’area di via De Amicis, hanno portato alla luce i resti di una cavea teatrale aperta verso oriente. I saggi della prima campagna di scavo hanno intercettato una serie continua di 7 gradini in opera laterizia di sesquipedali in parte asportati in antico. Lo scavo del 2002 ha restituito maggiore continuità visiva alla cavea, dove si sono trovate alcune tombe medioevali, nonché una sola di servizio. (scalarium)


  Le nostre parrocchie
di Savio


È da tanto tempo che volevo fare una riflessione sulla scarsa frequentazione dei fedeli nelle nostre parrocchie. Mi piange il cuore nel vedere le nostre chiese sempre più vuote, con pochissimi giovani che, dopo la Cresima, chi la fa ancora, spariscono e non frequentano più.
Piccole comunità religiose, sacerdoti in età avanzata, quasi nulle le vocazioni e le nuove ordinazioni sacerdotali, tanto che si è dovuto procedere all'accorpamento di parrocchie con un solo parroco e la collaborazione di sacerdoti provenienti da terre straniere, con la formazione di unità pastorali che i Vescovi, un po' ovunque stanno facendo sorgere, per garantire una presenza  cristiana nelle varie località. Si tratta di un tentativo per fermare un fiume in piena, con una diga del tutto inadeguata e, a mio avviso, il tempo ci indicherà i risultati raggiunti.
Prima della rivoluzione Pasoliniana c'era un popolo cristiano con delle dimensioni religiose che non sono mai morte, ma sono rimaste sepolte. Ritrovare nelle 27.000 parrocchie queste dimensioni è, a volte, impresa davvero ardua. A mio avviso assistiamo ad una difficoltà a riformarci. È forse questa una delle cause che producono un lento ma continuo abbandono della fede? O siamo noi che siamo diventati egoisti e cinici? Forse pensiamo solo al benessere e alle ricchezze materiali? Forse siamo diventati in po' anarchici ed aridi nella fede, talmente arroganti da pensare di poter fare a meno di Cristo. Perché oggi essere cristiani non è facile. La via che porta alla salvezza è una via a volte dolorosa, piena di sacrifici.
Mi piacerebbe vivere in un mondo dove lottare per le nostre radici ed identità quali priorità, dove poter mostrare simboli religiosi, senza per questo essere giudicati male e non doversi mai vergognare di essere cristiani. Inoltre è assurdo non andare in chiesa solo perché chi la frequenta mi è antipatico o perché il sacerdote non è come si vorrebbe che fosse. Chi sono io per giudicare? Forse io sono un po' fuori dal coro!
Mi piacerebbe, cari lettore, avere la vostra opinione su questo annoso problema che riguarda le nostre parrocchie.


  I Santi della porta accanto
di Giuliana



Chissà quante persone vivono vicino a noi, nel silenzio, sopportando dolori, malattie, fatiche e ristrettezze nella serenità, senza lamento! Talvolta di loro non sappiamo neppure che esistono, perché non fanno rumore; sono come dei parafulmini per tutta la comunità e dispensatori di luce. Papa Francesco li chiama "I Santi della porta accanto ". Io ne ho conosciuto uno, si chiamava Gian Piero, Piero per gli amici. Era una persona dolce e tranquilla quando una tremenda malattia giunge a sconvolgere la sua vita e quella dei suoi cari, la sclerosi multipla.  Pian piano viene privato della sua autonomia, giorno dopo giorno vengono a mancargli le forze fisiche tanto da essere costretto in una carrozzina.  Lo incontravamo ogni domenica sul sagrato della chiesa ed era un piacere per tutti: non si lamentava mai, anzi sosteneva con convinzione di non essere stato mai così bene! Era sempre sorridente, oserei dire raggiante e pronto alle battute di spirito.   Merito delle care persone che gli stavano a fianco, ma anche di una fede profonda: era tutto abbandonato alla volontà di Dio e ciò lo riempiva di amore, gioia e sapienza.  Sapeva sopportare il dolore, che talvolta era tremendo, con pazienza e coraggio.  Certo Piero è stato un dono per tutti noi, ci ha insegnato a vivere, a vedere il bello della vita, nonostante tutto, a capire che, se ce l'aveva fatta lui, anche noi potevamo sopportare ogni dolore e continuare a godere della bellezza dei fiori, del battere d'ali degli uccelli e delle farfalle, delle albe e dei tramonti, ma soprattutto dell'amore infinito di Dio che ci sostiene e non ci abbandona mai.          


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