N° 3 - Marzo 2019
Storie dei lettori
  Da Diario di un Pellegrino
di Gualtiero Sollazzi


E’ la TV. Lo dimostra egregiamente K:Popper in “Cattiva maestra televisione.”
Con una conclusione agghiacciante “che il piccolo schermo sia diventato ormai un potere incontrollato, capace di immettere nella società ingenti dosi di violenza.”  Osserviamo oggi cosa insegna questa “maestra”.
La volgarità: basta uno sguardo ai così detti “reality”.
La morbosità: i programmi che si occupano di omicidi, generano solo disgusto, perché calpestano ogni pietà.
La rissosità: preminente e antieducativa, specie talk politici.
C’è poi il fondato sospetto che la TV voglia organizzare una distrazione di massa da quelli che sono i problemi reali. Un sistema che appare antipedagogico e anticulturale. Col rischio non lontano di trasformare dei cittadini in consumatori di pubblicità. Sferzante Indro Montanelli: “Un giorno dissi al cardinal Martini: ma non si può scomunicare la televisione, non si possono mandare al rogo un po’ di quelli che la fanno?”


      LA COPERTA CORTA

Il presidente della Repubblica ha parlato, riferendosi alla situazione economica dell’Italia, di una coperta “che resterà corta.” Così i poveri proveranno sulla pelle ancor più cosa significhi “coperta corta” quando dovranno pur mangiare, provvedere ai figli, alle bollette, etc. Ci vorrebbero esempi dall’alto. Ci sono, ma cattivi. A Montecitorio, in uno di questi giorni, l’aula semivuota si riempie all’improvviso. Si vogliono cercare strade per combattere seriamente la povertà? No, si parla del ristorante interno, dedicandovi ore, elevando lamentele ridicole e facendo finta di ignorare che vi si mangia bene pagando due soldi.
Le Regioni fanno peggio. Un solo esempio, fra i tanti, pessimi: Bologna. In 19 mesi si sono rimborsati diciottomila euro per pranzi e cene. In questi casi le “larghe intese” funzionano eccome! Siamo all’indecenza.  Questa gente preoccupata “quando se tratta de magnà” ma di discutibile sensibilità, dovrebbe riflettere sul libro di La Pira: “L’attesa della povera gente.” Dovrebbe darsi a letture che i politici seri avevano ben presenti. E poi, meditare, specie i cattolici di cui non si trovano tracce, una raccomandazione di Giuseppe Lazzati, uno dei padri costituenti: “Ciò che conta è costruire la giustizia, rinnovare il mondo e poi andare in paradiso.”  

  Gli edifici da spettacolo dell’antica Roma
di Giorgio Bottiglioni


Gli edifici da spettacolo dell’antica Roma

I teatri scomparsi

  Parte seconda

Considerata l’ostilità del Senato romano nei confronti degli edifici da spettacolo in quanto portatori di vizi e cattivi costumi, i primissimi teatri allestiti a Roma erano costituiti da un palcoscenico di legno lungo e stretto, naturalmente provvisorio, montato per l’occasione, e poi smontato al termine della rappresentazione. Veniva eretto nelle piazze e davanti ai templi perlopiù in occasione di particolari feste religiose; intorno ad esso gli spettatori assistevano in piedi agli spettacoli. Sul palcoscenico si esibivano gli attori, musicisti e secondo il tipo di spettacolo, poteva esserci anche il coro.
Il palcoscenico era chiuso in fondo da una parete che aveva tre porte, attraverso le quali gli attori entravano ed uscivano dalla scena. 
La costruzione di un teatro in pietra fu intrapresa più volte nel corso del
ll secolo a.C., fallì sempre, grazie all’ostilità del Senato. Il primo tentativo di costruzione di un teatro a Roma risale al 179 a.C. quando fu allestito il teatro ad Apollinis ad opera dei censori Lucio Emilio Lepido e Marco Fulvio Flacco.
Si trattò, in realtà, di un teatro posticcio eretto presso un tempio di Apollo nel Campo Marzio meridionale, grosso modo dove circa 150 anni dopo sorgerà il Teatro Marcello. La scelta del Campo Marzio, dove verrà eretta la maggior parte dei teatri stabili romani, fu dettata da motivi religiosi: si trattava all’epoca di una zona acquitrinosa a due passi dal Tevere, con altari e luoghi sacri legati a divinità infere che avrebbero dovuto scongiurare gli effetti devastanti della malaria. Anche il secondo tentativo, seppur ben più concreto da punto di vista della struttura architettonica, ebbe vita assai breve: nel 154 a.C. i censori Cassio Longino e Marco Valerio Messala fecero costruire sulle pendici del Palatino un teatro secondo la tipologia greco-ellenistica, sfruttando cioè un declivio collinare; ancora prima che finisse l’anno il teatro era già stato abbattuto e l’insieme delle suppellettili per le rappresentazioni vendute all’asta, in seguito ad un’interpellanza al Senato da parte del Console Publio Cornelio Nasica. Nello stesso anno si proibì di collocare sedili in occasione di rappresentazioni, così da dimostrare la capacità, propria dei romani, di restare in piedi, mentre erano intenti a rilassare il proprio animo.
Ancora nel 60 a.C. l’edile Scauro faceva costruire in legno un enorme teatro, capace di accogliere ottantamila spettatori. Fu però anche questo teatro sfortunato e, nonostante la sua magnificenza, godette di un solo un mese di vita. Plinio il Vecchio, nel libro XXXV della sua Naturalis Historia, ce ne parla in termini decisamente celebrativi, sottolineando che, mai prima di allora, se n’era visto uno di simile. Per onorare la morte del padre, Scauro fece costruire anche un altro teatro, anch’esso in legno, ma di struttura assai più complessa. Nessuna fonte letteraria purtroppo fa cenno sull’ubicazione di questi teatri.  I tempi dovevano però essere ormai quasi maturi se nel 61 a.C. il grande generale Pompeo riuscì a far approvare il progetto per la costruzione del primo teatro in muratura della città. Per il modello architettonico si prese spunto dai ben noti teatri greci apportando una serie di peculiari innovazioni.  Il teatro greco si presentava come una struttura a cielo aperto imperniata sulla centralità dell’area riservata al coro, i cui partecipanti compivano evoluzioni danzanti attorno ad un altare dedicato a Dionisio. Tale area detta orchestra, dal verbo greco “orcheomai” che significa “danzare”.
La cavea era l’ampia sezione circolare di gradinate per il pubblico, costruita sfruttando il pendio naturale di una collina. Tangente all’orchestra e separata dai lati terminali della cavea da due corridoi d’accesso per il coro e il pubblico, si alzava la scena, l’edificio scenico che, originariamente in legno e di piccole dimensioni rispondente alla funzione pratica di offrire agli attori un luogo appartato dove prepararsi e nascondersi, divenne col tempo un fabbricato lussuoso. Davanti alla scena correva il proscenio (palcoscenico) destinato all’esibizione degli attori. Esso fu dapprima un semplice palco di legno, poi, dal IV secolo a.C., con il prevalere dell’aspetto drammaturgico, un gradone di pietra alto più di tre metri.  L’innovazione più significativa apportata da Pompeo al modello del teatro greco fu il fatto che tale edificio non venne più costruito sfruttando per la  cavea  un declivio naturale; le gradinate semicircolari riservate agli spettatori romani poggiano su una struttura portante in muratura formata da una serie di arcate sovrapposte, in modo da costruire un edificio del tutto autonomo, disponibile a ornarsi di una facciata esterna che lo inserisce tra i monumenti pubblici più rappresentativi della città. Lo spazio dell’orchestra è dimezzato e diventa semicircolare, come la cavea che lo circonda.  L’orchestra non serve più al coro, in generale del tutto assente nel teatro romano. Ma diventa platea per gli spettatori di riguardo: appunto per non ostacolare la loro visione il palcoscenico viene abbassato a circa 1 metro. Col tempo la, scena diventerà una struttura architettonica sempre più imponente: una serie di colonnati disposti su due o tre piani con colonne di marmi preziosi e intercolumni arricchiti di statue e pitture.
All’occorrenza il teatro romano poteva addirittura venire chiuso da una tenda, il velarium, che dalla breve tettoia che copriva la scena poteva giungere alla galleria tutt’attorno alle gradinate. Nel 61 a.C. Pompeo celebrava il suo terzo trionfo e pensò bene di renderlo ancora più memorabile con la presentazione del progetto di un nuovo edificio dai caratteri assolutamente peculiari: nel 55 a.C., anno del suo secondo consolato, sarebbe stato inaugurato il primo teatro in muratura di Roma, il teatro di Pompeo nel Campo Marzio.  Per aggirare la legge che vietava tali costruzioni, Pompeo costruii su un podio rialzato un tempio dedicato a Venere vincitrice; una gradinata d’accesso nell’area antistante fu edificata in forma in forma semicircolare di esedra: questa cavea fu completata da una scena monumentale lunga circa 90 metri, ed ecco sorto e legittimato il teatro! Dietro la scena venne costruito un grandioso portico che terminava con una grande esedra rettangolare, la famosa Curia di Pompeo, luogo delle riunioni del Senato, dove si trovava la statua eroica di Pompeo (oggi visibile a Palazzo Spada in Piazza Capodiferro) ai cui piedi fu ucciso Giulio Cesare il 15 Marzo del 44 a.C. Si può avere un’idea della grandiosità del complesso partendo per una visita da Largo di Torre Argentina: nel limite occidentale dell’area archeologica, più vicino al teatro Argentina, è infatti visibile una parte della Curia compresa fra due latrine pubbliche. Del porticato, dalle dimensioni eccezionali di 180x135 metri, sono stati fatti ritrovamenti al di sotto del teatro Argentina, confermando l’ipotesi di una grandiosa area allestita a giardino delimitato da sequenze di fontane e piante ad alto fusto; il complesso degli edifici incluso nell’area tra largo Argentina e la via dei Chiavari e tra via del Sudario e via si S. Anna conserva tuttora le proporzioni dell’antica costruzione. Assai meglio conservato è il teatro: la curva interna è perfettamente ripresa dalle case circostanti alla piazza di Grotta Pinta, mentre la curva esterna si può osservare soprattutto in via del Biscione e in piazza Pollaiola. Il palazzo Righetti che sfiora Campo dei Fiori, è costruito nel luogo esatto del tempio di Venere, del quale utilizza le costruzioni. Passando per queste stradine e dando un’occhiata alle cantine o ad alcuni ristoranti e alberghi è possibile trovare testimonianze ben visibili in opera reticolata. Dopo l’atto esecrando dell’uccisione di Cesare, Augusto fece murare la Curia come locus sceleratus, ma il teatro venne sempre restaurato e rimase in attività fino al V secolo d.C. Intorno al 20 a.C., quando ormai Ottaviano Augusto deteneva saldamente il potere su Roma, Lucio Cornelio Balbo, proconsole dell’Africa, riuscì a compiere una marcia memorabile di oltre 1000 Km nel profondo del deserto del Sahara raggiungendo il Fezzan e forse anche l’ansa del fiume Niger. Con parte del bottino delle sue conquiste Baldo fece erigere nel 13 a.C., non lontano dal teatro di Pompeo, un nuovo teatro, il cosiddetto teatro di Balbo, il più piccolo dei teatri in muratura della città. Della grande cavea restano vari elementi all’interno del Palazzo Mattei Paganica, in Piazza Paganica 4, sede dell’Enciclopedia Italiana; dietro la scena era un portico quadrato, a pilastri, terminato da un’abside: oggi è possibile visitarne una parte all’interno della sistemazione museale della Crypta Baldi in via delle Botteghe Oscure 31. Esso occupava l’area compresa tra via dei Delfini, via Caetani, celebre per il tragico ritrovament0 dell’auto color amaranto contenente il corpo di Aldo Moro, e via delle Botteghe Oscure, che deve il suo nome alla vicinanza del criptortico utilizzato nel Medioevo dai cordai (i “funari” che hanno lasciato il nome alla vicina chiesa di S. Caterina.


  La Repubblica di Apua
di Parodi Romano


 

 

(“Nasce un giorno il poeta che parla per essa, e il canto si fa storia”. Formentini)

          La Repubblica d Apua è nata dalla fantasia di Ceccardo R. C. ed è stata uccisa dalla guerra. Egli ne era, non solo il poeta e il creatore, ma uno straordinario vessillo, singolare e carismatico. Riunì attorno a se molte personalità importanti, anche distanti fra di loro. Fu il centro di una fitta rete di relazioni che andava oltre i suoi stessi aderenti.
Eravamo a cavallo del secolo, era l’epoca di conquiste e speranze, di profonde inquietudini e di contraddizioni. Un’epoca di dure lotte sociali, di brutali repressioni nell’espandersi del nascente socialismo. Anche se Ceccardo fu sempre mazziniano, “perché in quell’ideale respirò fino all’estremo anelito” - dirà d’Annunzio  – aderì, come tutti i giovani poeti, al socialismo, “il sole dell’avvenire” e ne prese anche la tessera.
La Repubblica di Apua ebbe due fasi, una lunigianese: Campolongo, De Ambris, Giuliani, Formentini, U. Mazzini, Salucci, Buttini, Sforza, etc; e una versiliese: Viani, Levis, Pea, Ungaretti, Salvatori, etc. Nell’organigramma della repubblica mancano però molti altri amici “famosi” ma partecipi: Nomellini, Ghini, Ciarlantini, Mancini, Prampolini, Prezzolini, etc. Questi personaggi a loro volta, influenzarono amici e letterati di tutta Italia: Papini, D’Annunzio, Gozzani, Pascoli, Marinetti, Pirandello, Puccini e perfino Marconi e tantissimi altri, giornalisti e pittori. Quindi la Repubblica di Apua fu qualcosa di più di una brigata di “ubriaconi e bestemmiatori”. Il suo moto era il “liberato mondo”.
Una curiosità: nell’organigramma della Repubblica, c’è anche il difensore delle colline Cerbaie, Mario Bachini. Le colline Cerbaie sono intorno a Firenze, e Ceccardo odiava i “fiori... di zucca”. Il difensore doveva impedire che i fiorentini s’infiltrassero fra gli apuani.
Un’altra curiosità: è stato Ceccardo che definì Lerici “il golfo dei poeti”, della nascente Repubblica.
Il grande sogno di Ceccardo, Campolonghi, De Ambris, Giuliani era una nuova regione Apua - lunigiana con capitale La Spezia, che avrebbe toccato anche il mare sul versante tirrenico.  Nella Repubblica di Apua c’erano anche deputati e senatori: Salvatori, De Ambris, Formentini, Berenini. Fu proprio quest’ultimo, diventato ministro della pubblica Istruzione, che troverà un lavoro stabile per Ceccardo (troppo tardi): una cattedra a Sinigalia; ma a Sinigalia arriveranno solo i libri, perché proprio in quei mesi morrà.
Il molo di Viareggio era “l’Università degli apuani”. Lì Ceccardo insegnava la storia di Apua e i suoi “marescialli” lo ascoltavano incantati.
Salvatori: “Ceccardo anche se te la inventi, la nostra storia è bellissima lo stesso”. Ceccardo si voltò irato e gli tirò la cravache.
“Avvocato Luigi Salvatori, la storia e molto di più delle piccole bugie socialiste”. Salvatori era deputato socialista. Ma poi vedendolo mortificato chiese subito scusa. I due, anche se su fronti opposti, uno interventista e l’altro neutralista, si volevano bene. Ceccardo, alla piccola Ornella, sua figlia, dedicherà anche una bella poesia.

 

I Vespri di Avenza
E’ così che Ceccardo, “l’ultimo figlio spirituale di Mazzini”, titolò un suo “discorso” interventista, al popolo carrarese.
I fatti: la notte del 10 gennaio 1915 alle ore 24, un folto gruppo di mazziniani, circa quattrocento dicono le cronache,  si dette appuntamento alla stazione ad attendere il passaggio del treno che stava riportando in patria le salme di Costante Garibaldi e Lamberto Duranti, volontari garibaldini, caduti in battaglia nelle Argonne. In Francia era già iniziata la Guerra. La stazione era presidiata da soldati, carabinieri e agenti di pubblica sicurezza e da uno “stupido” questore dirà Ceccardi. Quando verso le due il treno entrò rallentando, si fece un profondo e commosso silenzio. Ma quando davanti alla bara fasciata dalla bandiera francese apparvero alcune camice rosse tra cui spiccava il concittadino Briganti, iniziarono le urla. “Viva Garibaldi, Abbasso l’Austria, Viva Trento e Trieste, etc etc”, e, alle truppe presenti: “austriaci d’Italia deponete le armi”. Il questore pensò di calmare le acque arrestandone alcuni, e davanti ai minacciosi “rivoltosi”, ordinò al trombettiere di suonare la carica, e ai soldati di avanzare con le baionette in canna.
L’iniziale parapiglia, si trasformò in una sommossa che dilagò violenta, nella stazione e per tutto il paese. Qualcuno salì il campanile a suonare le campane a stormo. La durezza degli scontri e la mala parata rinsavirono il questore che ordinò la ritirata incalzato dai carraresi imbestialiti e furibondi.
La caserma fu messa sotto assedio da una fitta sassaiola fino all’alba.
Ceccardo era assente, ma pochi giorni dopo “La Voce Repubblicana” pubblicava il suo pezzo, “I Vespri di Avenza”:
Voi fortunati, o carraresi, che l’altra notte, tra il 10 e 11 di questo stesso gennaio, alcuni valorosi del borgo repubblicano di Avenza, al vedere un manipolo di soldati regi rifiutare il saluto alle salme di quei due eroi, Costante Garibaldi e Lamberto Duranti, che già al mattino, Roma, madre di eroi, doveva abbracciare come figli immortali,  corsero con ingiuria e con bestemmie – Oh, benedette le une e le altre – corsero alle campane del loro borgo e diedero mano ai martelli. Quei che allora squillarono rapidi rintocchi nella notte bruna, mentre il treno ansando con le salme degli eroi, fuggia verso Pisa, dal campanile di Avenza Repubblicana sonò i primi rintocchi della nuova riscossa italiana; quella riscossa per cui la nostra gente tutta, dall’Alpe allo Ionio, lungo i due mari, ancora una volta, essa sta per cingere il cinto di cavaliere, contro i tiranni di fuori ed i vigliacchi di dentro…….
E’ la vita una battaglia…/ Qui dalle valli irrigue gli Apuani, balzando al soffio di ventosa notte…/ e al mattini fosco in mugghianti frotte, piombarono da’ culmini montani…”.

  UNA PICCOLA STORIA DI FINE NOVECENTO
di Millene Lazzoni Puglia


 

Nel 2018, appena trascorso, c’è stato un evento molto importante per la nostra famiglia. Il giorno 8 settembre il mio primo nipote, Davide, si è sposato con Giulia. Il matrimonio si è celebrato ad Udine, dove, purtroppo per me, risiedono entrambi; così l’ho dovuto vivere da lontano, anche se con grande partecipazione, attraverso il video, le foto e il racconto dei miei figli, Federico e Martina, e del resto della famiglia che hanno potuto partecipare. Loro mi hanno fatto un resoconto realistico e meraviglioso della cerimonia, degli sposi, del luogo, delle persone presenti, e della perfetta organizzazione all’insegna del buon gusto e della semplicità, caratteristiche che accomunano i giovani sposi, che si differenziano un po’ da molti loro coetanei; infatti non amano il consumismo e lo spreco, mentre hanno grande passione per la terra, le piante, la vita sana e gli animali, iniziando dalle api delle loro arnie. Il tutto avviene in quella terra friulana che con mio marito Silvano ho avuto modo di conoscere in passato nei suoi molteplici aspetti migliori. Il che mi consola, compensandomi un po’ della loro lontananza. Quei 500 Km che oggi sono stati un ostacolo insormontabile per me, impedendomi di partecipare ad un evento straordinario per una nonna, mi riportano ai tanti viaggi degli anni passati fatti in treno con il mio Silvano. Ricordo in particolare quello fatto nel 1991, ma quella volta ero da sola, per essere presente alla nascita proprio del neosposo Davide. Un’emozione unica che si è ripetuta con l’arrivo della seconda nipote, Giada.
Può sembrare strano che, legato ad un evento così bello come una nascita, io abbia anche il ricordo inquietante di quel viaggio in treno Sarzana – Udine, reso ancora più lungo per le varie coincidenze e cambi di treno da effettuare.    In molti ricorderanno quel periodo storico di fine secolo e del clima di guerra incombente che fece seguito all’invasione del Kuwait da parte di Saddam Hussein nel 1990-91. In quei giorni nulla avrebbe potuto impedire i bombardamenti sull’Iraq da parte degli americani dell’allora presidente Bush senior e dell’ONU, se Saddam non avesse ritirato le truppe entro il 15 gennaio. Il Kuwait, piccolo Stato indipendente del Golfo Persico che ostacola all’Iraq l’accesso diretto al mare, insieme al lucroso commercio del petrolio, era stato uno dei motivi che aveva spinto Saddam a cercare d’impadronirsene. Lo spirito di sopraffazione, purtroppo, caratterizza ogni tipo di dittatura e di guerra. Le notizie che arrivavano dal Golfo Persico avevano creato un clima quasi apocalittico fra la gente, che io ho ritrovato anche nelle persone incontrate durante quel lungo viaggio. Erano in molti col giornale in mano a commentare le ultime inquietanti notizie che da lì a due giorni si sarebbero concretizzate con i bombardamenti sul territorio irakeno perché da parte di Saddam non era stato rispettato l’ultimatum.  Questo era veramente un fatto storico nuovo, poiché, per la prima volta, abbiamo visto una guerra “in diretta” televisiva: le immagini dei bombardamenti ebbero sulla gente un effetto sconvolgente a causa del coinvolgimento dell’Europa e dell’Italia; così si era diffusa la psicosi della guerra con la tendenza a fare scorte alimentari. Ricordo come in un supermercato di Udine gli scaffali di prodotti alimentari fossero quasi vuoti. In molti anziani era ancora vivo il ricordo della fame patita durante la seconda guerra mondiale. Erano trascorsi oltre 40 anni di pace in Europa, quando sempre nel 1991 la guerra, sebbene molto circoscritta, era tornata vicinissima all’Italia. Naturalmente parlo di quando alcuni paesi, che componevano la federazione iugoslava, chiesero l’indipendenza, iniziando dalla Slovenia e dalla Croazia. L’anno successivo (1992) anche la Bosnia-Erzegovina si dichiarò indipendente. Il timore di vedere svanire il sogno della “Grande Serbia” scatenò un conflitto dalle conseguenze tragiche in termine di vite umane. A provocare la fine cruenta dell’Iugoslavia furono le differenze etniche e religiose (cattolici, ortodossi e islamici) tenute a freno dalla dittatura di Tito. Perché associo una cosa bellissima come la nascita di mio nipote con questi drammatici eventi coevi? Perché lui, nato in quel particolare clima di pesante conflittualità, è esattamente l’opposto: ama la pace e la fraternità tra le persone e i popoli, come, ne sono certa, moltissimi altri nati in quel periodo storico turbolento.

Perciò a Davide, e a tutti coloro che la pensano come lui, va il mio augurio di un futuro senza guerre e conflitti sociali, ma, soprattutto, va anche quello di riuscire a capire come prevenirli e impedirli …. Iniziando dall’interno della propria famiglia, luogo di condivisione totale.  Per un avvenire di pace, pace, pace per tutti.
        

  Il tempo
di Marta



Il tempo è l’unico vero bene di lusso, che non si trova nei negozi, ma è intimamente legato alla nostra capacità di trovarlo. Così, in primo luogo, c’è il tempo da dedicare a noi stessi senza cadere nel suo sfruttamento egoistico. Incominciamo a prenderci cura di noi, regalandoci il tempo per un po’ di serenità e per il nostro benessere: basta una passeggiata. Il nostro Paese si è arricchito di nuovi percorsi: uno di questi, assai lungo, è la passeggiata sul Canale lunense. Oltre al benessere psicofisico, offre anche il piacere di ammirare tutto il paesaggio che si apre al nostro sguardo con i suoi molteplici aspetti e colori, specialmente nelle giornate di sole. Il tempo di ascoltare ad occhi chiusi buona musica, seduti comodamente in poltrona, gustando quell’atmosfera che dà leggerezza e ristoro allo spirito. Il tempo da trascorrere in un Museo e perdersi davanti a tanti capolavori e uscire estasiati di tanta bellezza.
Il tempo da trascorrere in palestra per la nostra salute e la compagnia dei colleghi di corso con i quali simpatizzare rapidamente per passare ore senza pensieri. Il tempo di comprarci un regalo tutto per noi e sentirci assai gratificati. Il tempo per condividere un caffè con amici e amiche al Bar e, ancora meglio, in casa propria con l’antico gesto della romantica caffettiera Moka e … poi, l’attesa del caffè, che mentre gorgoglia, ha il potere d’interrompere la conversazione, tanto è magico l’aroma che si sprigiona tutto attorno. Altrettanto magico è sorseggiarlo in piacevole compagnia. Il tempo di trovarci a tavola: il luogo migliore per parlare della vita e degli argomenti che ci stanno più a cuore. Il tempo per dare una carezza, una parola buona, un abbraccio o sentire il calore di una mano che ti stringe per manifestare amicizia e affetto. Questo tempo dedicato a noi non ha l’odore dell’egoismo, è semplicemente la consapevolezza di volersi bene in modo corretto, in anni, come questi che stiamo vivendo, nei quali serve saper vivere il tempo, non buttarlo, se intendiamo ricaricare le nostre pile. Così facendo troveremo il tempo per porci al servizio degli altri, potremo illuminare la nostra vita e quella delle persone che ci stanno a cuore. Il tempo di questi anni ti fa arrivare a sera e ti chiedi: “Ma come, è già l’ora di andare a letto?” Oggi abbiamo, più o meno, tutto, ma ci mancano le cose che spesso diamo per scontate, mentre ci sfuggono di mano. Il tempo, ricordiamolo, è una di queste. Il tempo è una matita speciale, capace di disegnare la nostra vita in tutti i particolari e bellezza con i suoi colori e sapori, ma, come ad ogni matita, ogni giorno va rifatta la punta e quindi si consuma e s’accorcia. Ecco perché il tempo non va sprecato.


  Caro Sentiero
di Domenico Lavaggi (prete e vostro conterraneo)


Caro Sentiero, questo scritto è una precisazione relativa ai due scritti precedenti che ti ho inviato. In VANITAS ho parlato di due personaggi scesi a Roma per verificare lo stato di salute della Chiesa Cattolica Romana: uno era Martin Lutero, monaco agostiniano tedesco, l’altro era Filippo Neri, studente figlio di popolani fiorentini e che vedendo il brutto spettacolo dei cardinali, vanitosi e corrotti che governavano la chiesa, ebbero due reazioni diverse. Lutero, tornato in patria, ruppe i rapporti con la Chiesa Cattolica Romana fondando la Chiesa Cristiana Riformista Luterana. Filippo studiò teologia e bibbia e, ordinato sacerdote, scelse di vivere nei quartieri popolani e poveri di Roma dove vivevano ragazzi abbandonati in strada, preda di tutte le occasioni maligne e gli adulti popolani abbandonati a se stessi. Allora ricordò la parola di Gesù che un giorno disse agli Apostoli: “quello che ora ascoltate non lo capite, ma pregherò il Padre che mandi su di voi lo Spirito Santo e comprenderete così quello che vi ho detto”. Iniziò a pregare lo Spirito Santo affinché gli dicesse cosa doveva fare in una simile situazione e lo Spirito Santo gli suggerì “l’Oratorio”, luogo di educazione civica per i ragazzi strappati alla strada e di formazione cristiana per gli adulti privi di riferimenti. Questo per dire che la riforma della Chiesa la fa soltanto lo Spirito Santo, non gli uomini. Ti faccio alcuni esempi: lo Spirito Santo ha suggerito a Francesco d’Assisi di raccogliere i giovani delle famiglie benestanti assisiane e dare loro un’unica regola: povertà evangelica. Lo Spirito Santo ha suggerito a Papa Giovanni l’idea del Concilio Vaticano Secondo, che ha riformato la Chiesa nel XX secolo; lo disse lo stesso Papa Giovanni al Cardinale Tardini, segretario di stato: “l’idea del Concilio è dello Spirito Santo, io Lo aiuto a realizzarlo”. Sempre lo Spirito Santo ha suggerito a Teresa di Calcutta la costituzione di una nuova congregazione di suore che vivessero la povertà tra i poveri più poveri ed i ragazzi abbandonati; lei stessa disse ad un monsignore mandato da Roma a verificare l’opportunità della nuova congregazione: “io sono soltanto la matita nelle mani di Dio, è Lui che scrive”.
Tornando a Filippo Neri, per rendere gradevoli le rappresentazioni che utilizzava per educare, pregò i musicisti presenti a Roma (uno per tutti Pier Luigi da Palestrina), di contribuire al progetto. Al termine delle rappresentazioni Filippo diceva ai presenti : “ non lasciatevi impressionare dalla decadenza e corruzione delle classi dirigenti (nobili e cardinali), perché sono foglie secche che il vento sparge a terra e che diventano concime, nutrimento per i fiori, erba e arbusti, seguiamo invece la parola di Dio e l’esempio dei Santi che sono la breccia nel muro di Babilonia dove viviamo schiavi e che ci consente di essere liberi come i pesci che guizzano nel mare e come gli uccelli che volano nel cielo.

In CORAGGIO E SANTITA’ ho parlato di alcuni personaggi che hanno raggiunto una santità eroica. Nel millecinquecento ci furono Santi eroici come Carlo Borromeo, Teresa d’Avilla, Ignazio di Lojola, Francesco Saverio, Filippo Neri ed altri. Tutti raggiunsero la vetta e la Chiesa li ha dichiarati Santi alla nostra venerazione.

 



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  PANAMA G.M.G. 2019
di Paola G. Vitale, Luni Mare


PANAMA G.M.G. 2019

 

Una distesa di paraventi blu, tutti sormontati da una grande croce di color rosso; ecco cosa mi ha colpito di più all'inizio di questo grande incontro mondiale. L'ho visto come un esplicito, abbondante e generoso invito al dialogo, a ritrovare la confidenza in Dio che è Padre, alla fiducia nelle parole “eterne” di Cristo, al chiedere perdono.
C'erano tanti altri motivi di ordine pratico come l'inaugurazione degli altari costruiti in Versilia e la sistemazione di questa cattedrale così importante per Panama. E poi c'era la commozione e la gioia dell'incontro. C'era tutto quello che serve per “andare avanti davvero”. Papa Francesco ha ricordato ai giovani: “Voi siete il presente di Dio!”.

Deo Gratias  e grazie Papa Francesco.

Il prossimo incontro a Lisbona in Portogallo nel 2022.

 


 

PREGHIERA

 

Oggi, primo giorno

del Nuovo Anno,

il mondo, le nazioni

nella Piazza di S. Pietro.


Ai piedi del Papa,

Al suono della sua voce,

penso a Papa Emerito,

con riconoscenza ed affetto.


Se pure, per televisione,

mi metto in mezzo

a tutti quei cuori,

e ringrazio Maria Santissima.


Ti invoco mio Dio,

Ti chiedo tutta la tua forza,

pietà di noi Signore,

benedicimi!

 

 


1° Gennaio 2019

S. Madre di Dio

  PRANZO DI SOLIDARIETA’
di Carla Beggi



 

Con l’aiuto di tanti volontari, domenica 27 gennaio 2019, all’oratorio del Preziosissimo Sangue di Caffaggiola, ho organizzato un pranzo di solidarietà in favore dell’associazione Sightsavers Italia Onlus. Hanno partecipato a questo pranzo cento persone, per aiutare i bambini affetti dalla malattia del Tracoma; il ricavato, che ho subito fatto recapitare all’associazione, è stato di duemila euro.
Ringrazio per la numerosa partecipazione, non solo per la presenza al pranzo ma anche per le offerte ricevute e per la lotteria. Vi aspetto al prossimo incontro.
Di seguito inserisco uno stralcio della lettera del dottor Ndalela, che compariva nel video mentre operava i bambini, che è stato trasmesso il giorno del pranzo.

   Ancora grazie, Carla Beggi

Cara Carla,

sono il dott. Ndalela e ti scrivo dall’Africa, più precisamente dallo Zambia, perché voglio dirti grazie per tutto quello che fai per me. Le tue generose donazioni sono la costante che mi permette di continuare a fare il mio lavoro, salvare la vista delle persone del mio paese. Sono un medico oculista e tutto quello che faccio ogni giorno curando tanti bambini, mamme e papà è possibile solo perché ci sei tu ad aiutarmi. Io sono le tue mani che esaminano, curano e operano per sconfiggere la cecità e la sofferenza. Qui in Africa siamo circondati da sabbia, vento e polvere e la scarsità d’acqua fa sì che venga usata sempre la stessa da tutti i membri di una famiglia che si infettano a vicenda in un circolo vizioso che non ha mai fine. E’ così che si trasmette il tracoma, la terribile infezione che se non curata porta alla cecità permanente. Ogni giorno io lavoro sulla sabbia, a piedi nudi, raggiungendo in moto villaggi sperdutissimi, su sentieri pericolosi dove mi capita spesso di trovare serpenti molto pericolosi come il pitone. Ho molta paura di tutto questo ma il pensiero di salvare dal tracoma tanti bambini mi fa affrontare ogni sacrificio e difficoltà. Anche perché è terribile vedere in che stato sono loro e i loro occhi. Mi viene in mente un bambino che ho curato agli occhi e aveva la pelle così secca e disidratata da spaccarsi, e non si lamentava neanche.
Liberiamo insieme, per sempre, il mondo da questa terribile malattia.
Grazie per tutto quello che farai, tanti saluti dal lontano Zambia

       Ndalela Ndalela, Medico Oculista

                  Senanga General Hospital

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