N° 5 - Maggio 2014
Storie dei lettori
  Al monastero “Regina Pacis”
di Paola G. Vitale




Il pullman dell’incontro, come io lo chiamo, è arrivato puntuale e a noi cinque di Luni Mare si sono poi aggiunti i quattro di Fiumaretta, poi via per  la località Pagliari, fermandoci sul lato opposto ai cantieri della Marina Militare di S. Bartolomeo in prossimità di La Spezia. Salendo in processione per i ripidi tornanti, tra ville e pini, siamo giunti al monastero “Regina Pacis” delle suore carmelitane di clausura. Ho potuto intravederne alcune attraverso la leggiadra grata che le separa dall’accogliente, luminosa chisetta. Sulla stessa grata è posto il tabernacolo come sole raggiante. Walter ha saputo che le suore sono una decina e quella residenza è frutto di una donazione della propria villa da parte di un generoso medico.
La chiesa è stata una gradevolissima sorpresa per me, tanto che ho desiderato in cuor mio, la stessa armonia per l’erigenda (chissà quando!) chiesetta di Luni Mare. I numerosi sacerdoti hanno reso possibile l’accesso ai sacramenti del perdono e l’omelia del Vescovo ha invitato caldamente all’unità e alla preghiera.

Il raccoglimento e l’emozione profonda non sono scomparsi in me, al termine della celebrazione e del rinfresco seguente. E’ rimasta in me una misteriosa “pienezza” che auguro sia in ciascuno dei partecipanti.

            Grazie, grazie davvero a tutti, per questo bel dono.



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  Un caro ricordo di Giuseppe Franciosi
di Enzo




 Erano le ore 22,30 di sabato 22 febbraio quando è squillato il mio telefono. Immediatamente ho capito che era successo qualcosa di grave al mio amato Giuseppe. Non mi sbagliavo: era Piergiuseppe che mi comunicava che era avvenuto l'irreparabile. Giuseppe era stato ricoverato il giorno prima presso l'ospedale di Pontremoli per sopravvenute difficoltà respiratorie, ma niente faceva presagire un epilogo così rapido. Si vede che nostro Signore ha ritenuto che quanto aveva dato nella sua lunga vita bastasse per garantirgli il premio eterno e per esaudirlo nel suo grande desiderio che manifestava a tutti ed in ogni momento: andare a raggiungere la "sua" Giulia. Certo, da quando Giulia lo aveva lasciato, lui non aveva smesso un solo istante di vivere nel suo ricordo. Ecco perché la sua partenza è arrivata all'improvviso, ma con tanta rassegnazione cristiana.
Giuseppe era nato il 19 marzo 1922 e quindi stava per compiere i 92 anni, ma ci è mancato drammaticamente anche perché nessuno di noi si aspettava questo distacco così repentino. I funerali hanno fatto toccare con mano l'eccezionale affetto e la grande stima corrisposti da tutta la popolazione che è corsa in massa, riempiendo la bella chiesa di San Martino e anche il piazzale antistante. Unanime anche la partecipazione dei parroci e diaconi della vicaria, compreso don Ercole Garfagnini, giá parroco di Casano e principale artefice della costruzione della chiesa di S. Giuseppe. Toccante l'omelia del cugino don Domenico Lavaggi che ha ricordato di aver conosciuto e frequentato Giuseppe quando stava a Monterosso, ospite del "Barba", suo omonimo zio, don Domenico Lavaggi, parroco. Era il 1937 quando don Domenico aveva poco più di 5 anni. Giuseppe era studente nel Seminario della Congregazione della Missione di San Vincenzo de' Paoli a Scarnafigi  e venne, durante una vacanza, a trovare il "Barba" e nonna Giulietta la quale sognava per Giuseppe una vita da missionario nella Congregazione Vincenziana. Ma Giuseppe, rendendosi conto di non essere tagliato per questa missione, lasciò il Seminario e si laureò in lettere antiche, iniziando una nuova missione: prima di tutto fu missionario tra i ragazzi e quindi fra la gente di San Martino e San Giuseppe. Inoltre fu missionario in politica, ricoprendo per anni numerosi incarichi a livello provinciale e comunale. Ora potrà sedere accanto al suo "Barba", alla sua amata Giulia ed a quanti gli hanno voluto bene e di lassù ci assisterà in questo nostro peregrinare. Visibilmente commosso don Domenico, dopo aver tratteggiato la figura di Giuseppe, ha voluto ricordare anche alcuni passi dell'ultima cena di Gesù, terminando con la domanda di Tommaso: "Non sappiamo dove vai e come possiamo conoscere la via?". Gli rispose Gesù: "Tommaso, io sono la Via, la Verità, la Vita. Nessuno viene al Padre, se non per mezzo di me". Giuseppe la via la conosceva benissimo, secondo don Domenico.

Certamente è difficile riassumere le grandi virtù dimostrate da Giuseppe nella sua lunga vita. Io l'ho conosciuto quando si era fidanzato con Giulia, una delle mie sei sorelle e mi ha sempre voluto un bene infinito, ovviamente pienamente ricambiato. Era il 1° giugno del 1949, nella nostra casa c'era grande attesa: Giulia avrebbe presentato alla famiglia il suo futuro compagno di vita. Noi abitavamo a Quarazzana, un piccolo paese del fivizzanese che in quel momento non era collegato con la strada carrozzabile. Ebbene Giuseppe sarebbe arrivato con la sua fiammante Lambretta ad Agnino, un paese che dista circa 4 chilometri da Quarazzana. Quindi Giulia ha dovuto andare ad attenderlo e, secondo le migliori tradizioni paesane, non doveva essere sola. Quindi a me è toccato il gradito compito di accompagnarla e da allora io sono diventato il suo "guardiano" nelle varie occasioni. Noi eravamo una grande famiglia, di antiche e cristiane tradizioni che avrebbero per sempre segnato tutta la nostra vita. Quanti ricordi meravigliosi, come il giorno del matrimonio di Giuseppe e Giulia! Giulia era molto generosa e legata a tutti noi ed ha voluto celebrare il rito matrimoniale insieme a quello di un'altra sorella, Sabinetta, e quindi, come potete immaginare, la cerimonia è stata veramente sensazionale. Fra l' altro Giuseppe, che è stato sempre un fervente devoto di Maria Santissima, ha voluto sposarsi proprio l' 8 settembre, festa della Madonna del Mirteto.
Era il 1951. Io avevo frequentato le scuole medie a Fivizzano, abitando nella canonica di Pognana dove era parroco lo zio don Luigi. Ora bisognava programmare il mio futuro scolastico. I miei professori ritenevano che avrei dovuto frequentare il liceo, ma questo avrebbe comportato un grosso impegno finanziario e francamente per me, ultimo di 9 fratelli, non si sarebbe profilato un futuro agevole. È a questo punto che Giuseppe e Giulia sono entrati prepotentemente nella mia vita ed hanno segnato il mio destino. Ricordo ancora quei momenti decisivi: stavamo consumando la cena, quando è stato affrontato il problema del mio futuro scolastico. Sarebbe stato un vero peccato non farmi continuare gli studi, visti anche i giudizi molto lusinghieri dei miei insegnanti. "Ma che problema c'è, vero Giuseppe?". Giulia aveva già individuato la soluzione: "Enzo viene da noi a Casano e cosí potrá frequentare il liceo a Carrara". È stato proprio in quel momento che io ho trovato i miei nuovi genitori, Giuseppe e Giulia, che mi hanno ospitato nella loro casa per tutto il periodo scolastico (liceo ed università), ed anche dopo hanno voluto che io mi considerassi da loro come a casa mia. Anche in occasione del mio matrimonio hanno voluto che la festa si svolgesse a casa loro. Io per loro ero un figlio e loro per me erano i miei nuovi genitori, facendosi anche carico di tanti sacrifici. E vi posso garantire che quelli non erano tempi facili per nessuno! Lì ho trovato anche una nuova sorella, Maria, che nel frattempo era rimasta orfana di madre ed è vissuta col fratello Giuseppe e Giulia fino al suo matrimonio. Povera Maria! Quanti sacrifici ho richiesto anche a te! Quanti rammendi ai pantaloni e quanti colletti di camicie mi hai rivoltato!  Eppure erano comunque tempi bellissimi, perché in famiglia si respirava un'atmosfera di grande fraternità ed entusiasmo. Poi l'arrivo del nuovo "fratellino", Piergiuseppe, che per me non è stato mai un nipote ma un vero fratello. Quanti ricordi meravigliosi! Io praticamente avevo trovato una nuova famiglia che adoravo ed  in essa ho trovato i modelli che mi avrebbero ispirato per tutta la vita.
Giuseppe era una persona molto colta e dotata di grande rigore morale. Senza rendermene conto da lui ho recepito gran parte degli insegnamenti che poi mi avrebbero ispirato per tutta la vita. I suoi principi ferrei lo hanno ispirato in tutti i campi in cui ha profuso le sue eccezionali energie, non sprecando neanche un minuto della sua lunga vita. Si è infatti impegnato con tutte le sue forze per far affermare i principi cattolici e democratici che hanno contraddistinto il suo tempo. È stato per tanti anni membro del Comitato Provinciale della Democrazia Cristiana della Spezia, di cui è stato a lungo anche segretario della sezione di  Casano. Per molte legislature è stato anche consigliere e capogruppo della D.C. al Comune di Ortonovo, impegnandosi sempre per l'affermazione dei principi democratici e religiosi. Quante battaglie politiche e quanti comizi memorabili! Poi sono arrivato io e Giuseppe ben volentieri mi ha ritenuto suo erede naturale nell' impegno politico volto a dare il nostro piccolo contributo alla soluzione dei problemi dei cittadini. D'altra parte lui impegnava gran parte delle sue energie nella Scuola Media di Ortonovo della quale è stato per tantissimi anni Preside, cercando sempre di coinvolgere nella gestione scolastica anche i genitori. Come dimenticare i numerosi ed impegnativi campeggi estivi in varie località montane, proprio per far vivere momenti di intensa comunione familiare? E quanti spettacoli musicali e teatrali! Giuseppe sapeva di avere sulle sue spalle grandi responsabilità a livello formativo, culturale, civile e morale e ritengo che abbia adempiuto in maniera encomiabile a tutte queste gravi incombenze. Per questo ritengo che, con la sua partenza, oggi siamo tutti più poveri perché nella società c'è assoluto bisogno di simboli e di esempi virtuosi di grandi protagonisti della vita civile. Ed ecco perché noi oggi ci sentiamo un po’ tutti orfani.
Caro Giuseppe, ora tu sei con la tua Giulia, la nostra Giulia, a rendere gloria al buon Dio, a Maria Santissima, al suo divin Figlio ed a tutti i Santi di cui voi eravate grandi devoti e vi chiediamo di non dimenticare, nelle vostre preghiere, noi poveri peccatori, nella speranza di poterci ricongiungere tutti, a gloria di Dio Onnipotente.



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  PERLINA (1)
di Carlo Lorenzini




 

- Perlina, sei sempre la solita... Non cambierai mai... Sempre in disordine... Il grembiulino senza il fiocco, tutta spettinata, i quaderni e il sillabario sciupati da far vergogna, macchie d’inchiostro dappertutto. E poi, quel che più conta, non sai la poesia... Non studi... Ti verranno le orecchie d’asino come a Pinocchio.
Mentre la maestra si esibiva in questi rimproveri, Perlina era in piedi, silenziosa, i capelli neri e ricci, abbondanti, spettinati, il viso a guardare il banco e a guardare nel libro di lettura, veramente in cattive condizioni, aperto alla poesia Egoismo e carità *. Ogni tanto il viso lo alzava, per guardare la maestra, quando questa le diceva: “E poi quando ti rimprovero, guardami!”; oppure per guardare verso la compagna a cui di volta in volta si riferiva l’insegnante, per metterne in evidenza la diligenza, l’ordine, la precisione, lo studio. Diceva: “Guarda il grembiulino di Stefania!, “Ammira i libri e i quaderni di Assunta!”; “Prendi esempio da Cristina, per imparare come si studiano le poesie!”. Poi disse: “Faglielo sentire tu, Cristina, come si studia e come si recitano le poesie”. E Cristina si alzò in piedi: una capigliatura castano-chiara, che le scendeva sulle spalle abbondantemente; anche gli occhi aveva del colore delle castagne; il viso lo aveva candido; il suo grembiulino bianco, col fiocco rosa e il baverino, erano immacolati; si alzò in piedi e disse o meglio recitò “Egoismo e Carità di Giacomo Zanella, poeta di Vicenza  (1820 -1888). E’ il poeta che scrisse anche Sopra una conchiglia fossile”. Poi aggiunse: “E’ un paragone fra l’alloro, egoista e disutile; e la vite, caritatevole e utile”. Poi riprese coi versi della poesia: ‘Te, poverella vite, amo, che quando fiedon le nevi i prossimi arboscelli…”; e dicendo intonava la voce, muoveva le mani e tutto il corpo, atteggiava il viso al ritmo e al sentimento che esprimevano le parole; e quando fu là dove dice: ‘tenera, l'altrui duol commiserando, sciogli i capelli’, piegò il capo verso la spalla destra, come una devota in preghiera; alzò una mano verso la testa a indicare la cascata dei capelli compostamente sciolti e intonò la voce a compassione. Quando la maestra la invitò a smettere, lei si guardò in giro per godere dell'approvazione delle compagne. Intanto la maestra diceva a Perlina: “Hai visto come si viene a scuola e come si studia?”.  Infine la fece uscire dal banco e la fece stare in piedi dietro la lavagna, per punirla di questa sua negligenza e di questo suo disordine.
Dietro la lavagna Perlina, a parte il disagio di dover rimanere in piedi, ebbe modo di riflettere che, in fondo, aveva ragione la maestra: se studiasse di più, invece di dormire... Ma non era una cosa facile... Il fatto era che per aiutare i genitori a tirare avanti in quel fazzoletto di terra tutta sassi, doveva darsi da fare anche lei; lei aveva il compito di pensare agli animali; quindi a cominciare dal mattino, doveva alzarsi molto presto, perché il pollaio, quando era il momento di partire per la scuola, doveva aver mangiato ed essere in ordine. Il pomeriggio, poi, fra una cosa e l'altra, calava la sera che lei era ancora in faccende. Poi finalmente poteva mettersi al suo tavolinetto per studiare. Davanti al caminetto acceso, se era d’inverno; presso la finestra aperta, se era nella buona stagione. Se non che, il più delle volte, causa la stanchezza, invece di studiare, il capo le si reclinava sul ripiano e si addormentava... Ma poi, per dirla tutta e  per dare ancor più ragione alla maestra, c'era anche un'altra cosa: che non era sempre e solo il lavoro a tenerla lontana dallo studio il pomeriggio; era anche Arturo: perché capitava che qualche volta lei aveva terminato presto di fare le sue faccende; in questo caso avrebbe potuto ritirarsi in casa e studiare. Ma non lo faceva; perché Arturo ancora non aveva terminato le sue; e allora lei, invece di studiare, preferiva dare una mano al suo amico.
Quando, quel giorno del rimprovero,  uscì di scuola, cercò, come sempre, Arturo, per accompagnarsi a lui nel ritorno a casa (le due famiglie, la sua e quella di Arturo, abitavano in due ambienti diversi di un unico caseggiato a metà collina, oltre il torrente, in mezzo a boschi oliveti e vigneti). E subito gli raccontò la brutta sgridata da parte della maestra e perché. “Anche noi l’abbiamo studiata l’anno scorso questa poesia”, disse lui; e aggiunse: “In fondo è vero: la vite fa l’uva che si mangia e poi con l'uva si fa il vino; ma l’alloro che fa? Niente!”. “Come niente?”, protestò lei. E le parve che anche l'alloro fosse importante. Ma poi non seppe indicare perché era importante.
Si può dire che con Arturo erano cresciuti insieme. Lui aveva un anno di più. E infatti  frequentava la quinta classe; mentre lei era ancora in quarta. E a volte ci pensava che un altr'anno doveva venire a scuola da sola. E glielo diceva anche: “L'anno prossimo dovrò andare e venire da sola. Tu non ci sarai”. “Se mi bocceranno ci sarò...”, replicava lui. Ma non sapeva rispondere altro. Anche quel giorno glielo aveva detto. E lui aveva risposto la solita cosa. Poi lei avrebbe voluto dire: “Chi mi aiuterà ad attraversare il torrente quando l'acqua è grossa?”. Ma non lo disse. Quando infatti il giorno prima era piovuto molto e l'acqua poi al mattino era alta che copriva le pietre messe in fila da una riva all'altra come passerella e che lei da sola aveva paura di scivolare, allora lui, brontolando, diceva : “Ti ci accompagno io di là”; e così, lui nell'acqua fino alle ginocchia, accompagnava lei piano piano, da una pietra all'altra, tenendola per la vita. Ma poi, dopo quella manovra, l’una e l’altro facevano silenzio, come intenti a scacciare un certo turbamento dalle misteriose origini. (Continua il prossimo numero)


* NOTA  Ecco il testo di Egoismo e carità, poesia di Giacomo Zanella (Vicenza 1820 - 1888). Odio l'allor, che quando alla foresta/ le novissime fronde invola il verno,/ ravviluppato nell'intatta vesta/ verdeggia eterno,//   pompa de' colli; ma la sua verzura/ gioia non reca all'augellin digiuno;/ ché la splendida bacca invan matura/ non coglie alcuno.//    Te, poverella vite, amo, che quando/ fiedon le nevi i prossimi arboscelli,/ tenera, l'altrui duol commiserando,/ sciogli i capelli.//   Tu piangi, derelitta, a capo chino,/ sulla ventosa balza. In chiuso loco/ gaio frattanto il vecchierel vicino/ si asside al foco.//   Tien colmo un nappo; il tuo licor gli cade,/ nell'ondeggiar del cùbito sul mento;/ poscia floridi paschi ed auree biade/ sogna contento.



  La fede è una scommessa?
di Romano Parodi




Quasi un secolo fa, Alfré (figlio di Fash’iolin, capo degli anarchici ortonovesi, morto in carcere), è a letto morente. La tisi lo sta consumando. Allo zio Gianin che lo va a trovare chiede come si deve comportare con il prete che voleva visitarlo e dargli l’Estrema Unzione. Gianin gli fa questo discorso: “O bì, mé, quand’ a vak a la caua, a port sempr d’ombredo: a ‘n s’sa mai, s’al pioa a d’o, e se no, pog malo. E ‘nka tè fa coscì: s’al serva t’ dà e sé no pog malo” (O bimbo, io quando vado alle cave porto sempre l’ombrello: non si sa mai, se piove ce l’ho, e se no, poco male: E anche tu fai così: se serve, ce l’hai,  e se no, poco male). Gianin non aveva certo letto Pascal, ma questo era il pensiero dei nostri progenitori: il timor di Dio la faceva da padrone.
Pascal diceva: “Dio esiste o non esiste. Ma verso quale parte propenderemo? La ragione non può stabilire nulla, è il cuore che sente Dio, e non la ragione. La verità si conosce non solo con la ragione ma anche col cuore ed è in questo secondo modo che conosciamo i principi primi, e inutilmente il ragionamento, che non vi ha parte s’industria di combatterli”. E inoltre: “Seguite il sistema facendo tutto come se credeste, perché anche questo vi farà credere e vi farà diventare come un bambino”.
 “L’amare non esclude il comprendere, ma viene prima”, dice mons. Ravasi.
Vi ricordate la frase di Gesù? “Lasciate che i bambini vengano a me, perché a chi è come loro appartiene il Regno dei Cieli”. E poi: “In verità vi dico: chi non accoglie il regno di Dio come un bambino non vi entrerà”. Questa è una stoccata a quanti si ostinano a dire che fede e ragione coincidono. Anche sant’Agostino diceva: “Nessuno crede in qualcosa se prima non ha saputo che bisognava crederci”.
E qui s’innesta la scommessa di Pascal, poiché bisogna scegliere. Abbiamo due cose da perdere: il vero e il bene e due da mettere in gioco: la ragione e la volontà. La nostra natura ha due cose da fuggire: l’errore e l’infelicità. Infatti se Dio esiste e io ci ho creduto, vinco; se non esiste e ci ho creduto non vinco e non perdo. Se Dio esiste e non ci ho creduto, perdo; se non esiste e non ci ho creduto, non vinco e non perdo. Questo è sempre stato il pensiero corrente. Fare questa cosa è peccato e si va all’inferno e per sfuggire alla dannazione eterna si cercava di stare alle regole della Chiesa.
 Io, però, anche dopo aver ascoltato l’amico Doretto che mi dice: “Sono felice perché sono nelle mani del mio Gesù”, ho capito un’altra cosa e lo dice anche Sant’Agostino: la nostra natura deve cercare la gioia. E dove si trova? Nel credere o nel non credere? E qui non c’è proprio nessun dubbio: a non credere a nulla non c’è nessuna gioia, lo dice persino un certo Scalfari.
Quindi: “Venite a me voi che siete oppressi e io vi consolerò”. Questa è la nuova frontiera del Cristo Risorto.



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  Santa Teresa di Gesù da Avila (4) - La Santa della riforma Carmelitana
di Angelo Brizzi




 

            La carretera regional C 415 che dalla capitale Murcia, della Comunidad Autonoma de Murcia, unisce la città di Caravaca de la Cruz , attraversa una parte della terra Murciana che, come tutta la regione dall’aurora al tramonto, scruta il cielo in cerca di nubi che la possano bagnare; solo il sole la sovrasta, ma, dove è irrigata da canali alimentati da embalses (laghi artificiali) o dai due fiumi, il Segura e il Sangonera, quella terra esplode tutta la sua fertilità: ortaggi, frutteti, vigneti, nulla viene tralasciato del terreno e nei tratti pietrosi si coltivano i carciofi. Lungo i circa 60 chilometri che intercorrono tra Murcia e Caravaca, la strada attraversa oltre le coltivazioni, tenute come giardini, anche diversi aldeas (piccoli villaggi) composti da poche case ai margini della strada con ognuno la sua chiesetta e il campanile e due cittadine: Mula, a soli 27 chilometri da Murcia, col suo mercato ortofrutticolo punto di riferimento para los campesinos (agricoltori); poi, prima di arrivare a Caravaca, vi è Cehegin, conosciuta por las canteras de marmol, dalle quali viene estratto el gris y el rojo Cehegin (il grigio e il rosso), marmi molto conosciuti nel mercato italiano. Proseguendo oltre Cehegin, sempre sulla misma carratera, dove la campagna finisce ed inizia la periferia della città, in un terreno arido ricoperto di ciottoli bianchi e da ciuffi d’erba rinsecchita, rasente il margine destro della strada, la comunità cristiana ha piantato un cippo dipinto di bianco; a metà dell’altezza lo cinge una cintura di azulejos (maioliche) che riportano un invito al viandante: lo si prega di rivolgere un saluto alla ‘Vera Croce Santissima’ di Caravaca, lì effigiata in color rosso vermiglio su sfondo bianco; un listello azzurro la racchiude all’interno di un rettangolo e la stessa croce, a capo del cippo, è in ferro battuto.
La carretera C 415, lasciando la città, si inerpica verso le colline e, in breve, si arriva a l’Alcazar, residenza dei re moreschi. La costruzione dell’Alcazar risale ai primi anni del XIII secolo, a difesa della città di Caravaca, nata da un villar campesino in una terra a forma di conca che deve la sua fertilità al rio Caravaca con le sue acque perenni. Sull’Alcazar si narra una storia o leggenda inerente la ‘Vera Croce’ di Caravaca. Siamo nei primi anni del XIII secolo, la regione di Murcia è sotto il dominio dei Mori che avevano invaso il sud della Spagna. I loro re o governatori, di religione musulmana, vedevano nei cristiani dei nemici dello stato, quindi ogni occasione era buona per arrestare e segregare nelle prigioni degli Alcazar i cristiani. Avvenne che nelle segrete dell’Alcazar di Caravaca vi si trovasse un gruppo di cristiani con un sacerdote, il loro pastore. Quel sacerdote, oltre a innalzare preghiere al Cielo con i suoi compagni di sventura, non si stancava mai di proclamare in ogni momento, dinanzi ai carcerieri, che lui era un sacerdote di Gesù Cristo, Figlio di Dio, e che a lui e a tutti i sacerdoti Gesù aveva conferito il potere di trasformare il pane e il vino in Corpo e Sangue suo. Il dover ascoltare tutti i giorni il proclama di quel sacerdote aveva fatto crescere tra i carcerieri una notevole insofferenza, e non solo tra di loro, ma anche ai piani alti dell’Alcazar, fino all’inquilino più illustre, cioè al re, il quale decise di sfidare quel sacerdote. Lui, il sacerdote, avrebbe celebrato la Messa davanti a tutta la corte e se tutto ciò che proclamava si sarebbe avverato, lui, il re, avrebbe liberato tutti i cristiani prigionieri. Il prete chiese al re l’occorrente per la celebrazione; il re fece arrivare l’occorrente dalla terra dei cristiani e quando tutto era pronto tutta la Corte si riunì nella prigione; il sacerdote vestì i paramenti sacri, allestì l’altare, ma si accorse che mancava la croce. Allora si rivolse al re dicendogli che non poteva procedere al Santo Sacrificio per mancanza del simbolo universale dei cristiani, la croce. Il re, pensando a qualche trucco del prete, si infuriò e voleva ucciderli tutti, ma improvvisamente comparve miracolosamente sull’altare, davanti agli occhi sbalorditi del re e di tutti i presenti, la ‘Gloriosa Santissima Croce’. Il re, stupefatto, quasi automaticamente si inginocchiò, e così tutta la sua Corte e i presenti. Da quell’evento si convertirono e cedettero. Il re nel recinto dell’Alcazar fece erigere una chiesa appositamente al culto della Croce arrivata da Cielo. Fu così che, da quel lontano giorno della prodigiosa apparizione, quella piccola Croce a quattro braccia, arricchita da gemme preziose, divenne il centro della devozione popolare nella comarca Murciana, tanto da cambiare il nome della città in Caravaca de la Cruz.

La storia si mescola a volte con la leggenda, però la ‘Vera Croce’ di Caravaca è lì, da secoli adorata e glorificata da chi ha fede e crede in essa. Nella città de la Cruz gli abitanti si compiacciono di avere tre monasteri di cui il più antico è dei padri Gesuiti e due dei Carmelitani, monjas e frailes descalzados (monache e frati scalzi).

(continua il prossimo numero)  


  Pasqua di Resurrezione
di Storia vera raccolta da Giuliana Rossini




            “Mamma, io voglio capire e quello che tu mi dici non mi convince pienamente. Io non sento Gesù nel mio cuore e penso di non essere pronto a riceverLo il giorno della mia Prima Comunione”.
Giovanni, nove anni, parlava molto seriamente e sembrava molto dispiaciuto nel dare quel dolore alla sua mamma. Virginia lo ascoltava costernata: già da qualche tempo Giovanni manifestava un certo disagio ed era molto recalcitrante quando si trattava di partecipare alla Santa Messa o ad altre funzioni religiose. Quella volta tacque: voleva riflettere profondamente su quella piccola bufera che le stava precipitando addosso.
Appena ebbe un po’ di tempo, corse nella vicina chiesetta e, davanti al tabernacolo, aprì il suo cuore: “Gesù, Tu lo sai, Giovanni è buono, è fatto così, ha sempre voluto andare a fondo nelle cose, non ha mai fatto nulla di importante se non ne era intimamente convinto… Aiutalo, solo Tu puoi”. Nel silenzio sentiva di doversi completamente abbandonare alla volontà del Padre; capiva di essere di fronte ad una prova che doveva affrontare con tutto l’amore possibile. D’un tratto le parve di percepire che Gesù le indicasse un’unica strada da percorrere: amare comunque Giovanni, dargli la possibilità e il tempo di capire, di chiarirsi le idee; chissà….
Tornando a casa era un poco più serena e in grado di affrontare la difficile situazione. Strada facendo, decise di chiedere l’aiuto di sua madre. Margherita era una donna decisamente positiva ed aveva un ottimo rapporto col nipotino. Quando lui era piccolo, era stata a lungo la sua compagna di gioco preferita. Trovò il tempo per essere decisamente più presente e parlare a lungo con Giovanni. Come quella volta che gli raccontò di come, quando aveva circa la sua età, andò a ricevere per la prima volta Gesù con un vestituccio che avevano già indossato le sue due sorelle prima di lei e che le era un po’ troppo corto. Ma quella mattina, mentre si recava a piedi in chiesa con la sua madrina, Margherita si sentiva una regina: Gesù sarebbe entrato nel suo cuore e dopo, per lei, nulla sarebbe stato come prima.
Giovanni l’ascoltava con interesse e talvolta diceva: “Mi piace sentire i tuoi racconti. So che mi posso fidare di te”. In quei momenti Virginia cercava di rimanere in disparte, ma le parole di Giovanni le aprivano il cuore alla speranza, le facevano percepire che stava impegnandosi a “capire”, come diceva lui. Sorrideva nel ricordare la sensibilità e la fine intelligenza del figlio di fronte agli episodi piacevoli o dolorosi della vita.
Quando aveva circa tre anni l’amato nonno era volato in cielo e lui l’aveva tempestata di domande per sapere dove era andato e perché, se sarebbe ritornato, se l’avrebbe rivisto lassù… e non era stato facile soddisfare tutti i suoi perché.
Si era nel tempo di quaresima e Virginia, pur non tralasciando mai di invitare Giovanni a partecipare alle cerimonie religiose, cercava di non dare peso ai suoi rifiuti. Aveva chiesto consiglio al parroco, il quale aveva notato le assenze del bambino anche al catechismo, ma don Franco l’aveva incoraggiata a proseguire nella comprensione e nella pazienza e ciò le era stato di grande conforto. Ed ecco, il Venerdì Santo, Giovanni, a sorpresa,  chiede di partecipare con la mamma alla funzione religiosa. Di fronte al Crocifisso si commuove profondamente. Capisce che quel Gesù appeso alla croce è morto anche per lui. Si avvicina alla mamma e le sussurra che vuole fare anche lui qualcosa per Gesù. Si fa accompagnare in sacrestia, si veste da chierichetto e aiuta il sacerdote durante la cerimonia. Per Virginia è un momento di intensa commozione, una lacrima le scivola sulla guancia: le sembra che il suo Venerdì Santo si stia trasformando in Pasqua di Resurrezione.
Tornando a casa, Giovanni, felice, dichiara di voler servire Messa la domenica successiva. Virginia non dice nulla, gli stringe la mano e gli sorride, ha il cuore colmo di gioia e ringrazia Gesù per il grande dono che le ha concesso.
Per lei e la sua famiglia domenica sarà veramente Pasqua, un giorno pieno di gaudio: Giovanni aveva finalmente ritrovato Gesù!

 

                                                        



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  DIARIO
di Walter




Sabato 4 aprile 2014
Oggi, per il pellegrinaggio del 1° sabato del mese, siamo a Pagliari, presso il monastero delle suore carmelitane di clausura. Ne avevo sempre sentito parlare di questo monastero (avevo due zii carmelitani), ma non c’ero mai stato: finalmente è arrivata l’occasione. Mi aspettavo un luogo appartato e isolato, invece il monastero rimane attorniato da altre belle ville. Infatti era la villa di un medico  che l’ha poi donata al Carmelo e quindi trasformata in convento e adiacente a questo è stata costruita una bella chiesetta moderna con tante artistiche vetrate. E, proprio osservando queste vetrate, ho capito che è qui che registrano la rubrica “In ascolto della Parola”, in onda il sabato su TLS, la nostra TV diocesana. Abbiamo pregato principalmente per i tre seminaristi che domani, in Cattedrale, riceveranno dal Vescovo l’ordine del Diaconato.

Domenica 5 aprile 2014
Alle ore 14, col pullman siamo partiti da Ortonovo, destinazione Cattedrale di Cristo Re a Spezia per assistere al conferimento del Diaconato a Mikail, Manrico e Verich. Il pullman non è proprio pieno: in tanti hanno preferito la comodità della propria auto, ma, assieme, si vive di più il senso del pellegrinaggio e di essere Chiesa.

Da domenica 13 a domenica 20 aprile 2014
In questo periodo si sono svolti i riti e le celebrazioni della Settimana Santa: ne faccio una breve sintesi. Quest’anno c’è un’importante novità: tutte le celebrazioni si svolgono al Santuario per il perdurare della inagibilità della chiesa parrocchiale. E questo è senz’altro un disagio per tante persone, ma è anche vero che alcuni riti sono parsi più suggestivi in quel contesto. La domenica delle Palme il parroco, Padre Mario, ha benedetto i rami d’olivo sul sagrato della chiesa di San Lorenzo e, in processione abbiamo raggiunto il Santuario, per la Santa Messa. Giovedì: Santa Messa in Coena Domini con il consueto rito della lavanda dei piedi. Anche quest’anno non siamo riusciti a raggiungere il numero di 12 persone disponibili, come gli apostoli: pazienza, ci riproveremo l’anno prossimo. Il Venerdì Santo la Via Crucis dal paese fino al Santuario e il Sabato Santo la grande Veglia con la Santa Messa. La domenica di Pasqua la corale “Cantus Firmus” ha animato solennemente la Messa e posso dire (anche se sono parte in causa) che la celebrazione è riuscita veramente bene. Tutte queste celebrazioni sono state possibili anche perché è venuto in aiuto a padre Mario, padre Milton dalla provincia di Chieti. Il nostro parroco, infatti, deve provvedere anche alle parrocchie di S. Lazzaro e Castelnuovo.

Sabato 26 aprile 2014
 
Questa mattina - alle ore 8 - per la recita delle Lodi, nel tempietto del Santuario ci sono ben 4 sacerdoti: i padri Mario, Onildo, Milton, Gabriel e due laici Agostino ed io, più tardi anche alcune donne. E’ bello per loro ritrovarsi lì, ai piedi della Madonna, così lontano dal loro Paese, e cantare nella loro lingua il canto di adorazione al Santissimo esposto. Ed è bello anche per noi assistere ed ascoltare questi struggenti canti.

Domenica 27 aprile 2014  
Oggi alla Messa delle ore 11, al Santuario c’è una bella novità, anzi due. Il Battesimo di un bimbo, Pietro, e il coretto di ragazze e bambini, diretti da Fiammetta e Michele, che anima la liturgia. Si erano già esibiti a Natale e lo fanno anche oggi: bene, vuol dire che ci hanno preso gusto e quindi incitiamoli a proseguire e progredire.

Lunedì 28 aprile 2014
Sono quasi le ore 23, sono appena rientrato con mia moglie e altre persone da Luni Mare, dove c’è stata la visita dello stendardo della Madonna del Mirteto. Infatti, il giorno 22 scorso è iniziata la “peregrinatio Mariae” nelle parrocchie del Comune e oltre, in preparazione al Centenario della Incoronazione. Devo dire che quando Agostino aveva proposto questa “peregrinatio”, ero piuttosto scettico, invece sta avendo un bel successo. Dappertutto la Madonna è accolta con tanto calore e ogni comunità, a suo modo, organizza la serata. Domani sera si andrà a Nicola e mercoledì si concluderà ad Ameglia, dove la Madonna del Mirteto è molto venerata. Certo, nessuno l’ha detto durante la “peregrinatio”, ma si può ben dire che se la Madonna ha fatto visita ai suoi figli, cortesia vuole che questa visita sia ricambiata. Durante il mese di maggio ci saranno tante occasioni per poterlo fare.

                                                                                          


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