N° 10 - Dicembre 2013
Spiritualità
  La Comunione e la Missione
di Don Ercole Garfagnini




Caro Doretto,

ecco l’articolo che tu mi chiedi per il bollettino interparrocchiale “Il Sentiero”! Esprimo tutto il mio apprezzamento per una iniziativa così laica, gestita da laici, per i laici, e, nel contempo, così ecclesiale perché ogni articolo svela di ciascuno la gioia della fede. A cinquant’anni dal Concilio Vaticano II, purtroppo, bisogna prendere atto che il ruolo dei laici nella Chiesa non è stato ancora preso nella debita considerazione, e la visione della Chiesa come popolo di Dio, dove ogni battezzato scopre e vive una particolare vocazione, è ancora disattesa. La Chiesa è ancora troppo clericalizzata, da una parte per la tentazione del potere di coloro che una volta erano classificati tra i membri della “Chiesa docente” e dall’altra dai fedeli della “Chiesa discente” - i laici - perché a loro fa più comodo aspettarsi tutto dal Parroco, tutto dal Vescovo o dal Papa. La mentalità che istintivamente affiora è questa: “Programmino tutto loro e noi, se ci sarà possibile, daremo loro una mano! Ma nel contempo già si pensa a dar loro il voto in condotta”.
Ovviamente ho voluto estremizzare la valutazione. Fortunatamente anche se lentamente (ma Papa Francesco con i suoi gesti e con la sua testimonianza ci obbliga ad accelerare il nostro passo) la Chiesa, che siamo tutti noi, scopre e vive la propria identità nel camminare e nell’operare su due gambe e con due braccia: la comunione e la missione. In queste due parole c’è tutta la dinamica e l’essenza della vita cristiana che ha come cuore lo Spirito Santo.
E’ solo lo Spirito Santo - spirito di amore, di vita e di unità - che può compiere il miracolo della comunione.

Al rapporto di comunione tra noi, frutto di amore vicendevole, non possiamo arrivare da soli, non lo si può conseguire tramite procedura democratica di una maggioranza. L’unità per la quale Gesù ha pregato è la piena comunione con Dio e tra noi; perciò è puro dono che scende dall’alto. E’ frutto della preghiera e della Parola di Dio vissuta assieme, da un gruppo, da una parrocchia, da una associazione, da un movimento. E’ una comunione che ha come movente, anima e finalità una persona: Gesù! E’ una comunione non chiusa, non autonoma, non abbandonata allo spontaneismo dei singoli, ma aperta alla accoglienza gioiosa di Gesù in mezzo che spegne in ciascuno la luce del proprio io per accendere della Sua luce tutti noi, onde vederci ed amarci come Lui ci ama… fino a dare la vita gli uni per gli altri. In realtà Gesù sempre ci chiede per il prossimo benevolenza, perdono, aiuto, ascolto; e quindi solo particelle di vita. E’ una comunione che non può mai essere contro nessuno - perché Gesù è morto e risorto per tutti - ed è sempre per la gloria di Dio e per la gioia della Chiesa. E’ una comunione che, calamitando la presenza di Gesù, costruisce sempre un’unità particolare con chi nella Chiesa più lo rappresenta istituzionalmente: Papa, Vescovo. E’ una comunione che, frutto di amore reciproco, faceva così breccia ai pagani dei primi tempi della Chiesa da dire dei primi cristiani: “Guardate come si amano!”.
Dovrei qui aprire il discorso sulla missione. Proseguo, invece, sulla realtà del “Gesù in mezzo” come da una promessa : “Quando due o più sono uniti nel mio nome io sono in mezzo ad essi” (Mt. 18,20). E’ un dono straordinario essere in contatto con qualcuno che non vuole altro che vivere con me nella realtà di Gesù in mezzo a noi (fortunata quella parrocchia dove ci sono cristiani con queste esigenze). Il primo passo lo devo fare io: vivere in maniera tale che l’altro trovi in me l’amore di Cristo. Devo avvicinare gli altri in modo che avvertano che il mio comportamento non viene guidato da simpatia o antipatia, ma che accolgo tutti come il Signore stesso. Gli altri, perché vivo la parola di Gesù, sperimenteranno che seguo la Sua voce invece delle mie idee e dell’opinione degli altri.

“Gesù in mezzo” io lo vedo come il fine di ogni azione pastorale. Perché ne parliamo così poco? Gesù Eucaristia, dopo la messa domenicale, Lo lasciamo in Chiesa chiuso nel tabernacolo. Con noi e tra noi possiamo godere, lungo la settimana, solo di “Gesù in mezzo”. Quanti cristiani che non vengono più raggiunti dalla omelia domenicale del parroco possono essere rivitalizzati ed edificati da quanti vivono questa esperienza dal “Gesù in mezzo”! Quando riusciamo a portarlo tra noi, è Lui poi - tramite noi - a inventare modi e tempi per testimoniare e svelare se stesso e le sue parole a tutti quelli che incontriamo.
Crescerà nei prossimi anni il numero di parrocchie senza sacerdote (giorni or sono ho scoperto che tra i 115 parroci della nostra diocesi, 26 oltrepassano gli 80 anni). Là dove le persone vivono in modo di avere Gesù tra loro, avranno nella parrocchia una sorgente viva e rafforzerà la parrocchia nelle situazioni sempre più difficili. La Chiesa continuerà a vivere solo dove Gesù vive in mezzo ai credenti. Ma noi, cristiani praticanti, siamo pienamente credenti, investiti di quella luce di Spirito Santo apertasi dal Concilio Vaticano II?.

 

                                                                                 


  “Per noi uomini e per la nostra salvezza discese dal Cielo”
di Un’assidua lettrice




18.11.2013 – Ieri, mentre stavo recitando il Rosario per prepararmi mentalmente e nel cuore alla Santa Messa (solo da qualche anno ho capito quanto è importante anche il momento prima della sua celebrazione), mentre recitavo il “Credo” mi sono soffermata su questa frase e ho iniziato le solite riflessioni che ora voglio fare sempre più spesso. Pensavo a quanto è stata lunga, troppo lunga, la mia vita senza mettervi al centro Colui che è sceso anche per me dal Cielo, per dare anche a me l’opportunità di salvarmi, camminare quotidianamente con Colui che mi ha creata e fatta cristiana (col Battesimo) e vivere seguendo il Suo Vangelo. Ma il Vangelo come possiamo viverlo, se non lo conosciamo, o se lo conosciamo solo come tornaconto?
Subito dopo mi sono venute alla mente le parole che si sono radicate in me la prima volta che ho partecipato (nel 2010) a quel “santo pellegrinaggio” a Medjugorje: “Insegnaci, Signore, a perdonare come Tu ci hai perdonato. Insegnaci, Signore, ad amare come Tu ci hai amato. Signore Gesù, pietà di me”. Colui che è disceso dal Cielo per ciascuno di noi ci insegna a perdonare e ad amare, mi ripeto, attraverso il suo Vangelo. Allora leggiamolo, meditiamolo e, soprattutto, cerchiamo di metterlo in pratica: è il manuale più prezioso che esista, perché ci indica la Via, la Verità e la Vita. Tutto questo lo potremo sintetizzare ogni giorno con la recita e la meditazione del Rosario che, come ha detto ieri Papa Francesco all’Angelus, è la “nostra medicina”.
Se impariamo a riflettere attraverso le parole che Gesù ci dice nel Vangelo, ci rendiamo conto se nelle nostre azioni quotidiane stiamo seguendo la Sua strada o un’altra; ma se non lo conosciamo, come possiamo sapere se siamo veramente sulla buona strada, o meglio, se camminiamo con Gesù? Questa mancanza o disinteressamento ci porta, a volte, in strade sbagliate o ci fa mettere al primo posto falsi idoli che ci allontanano da Lui e, quindi, dalle persone che Lui ci ha messo accanto. Ecco perché dobbiamo mettere al centro della nostra vita Gesù, con l’aiuto di Maria, sua e nostra Madre, e tutti gli altri strumenti messici a disposizione, compresi i nostri bravi sacerdoti.

Da soli tre anni io ho cominciato a capire meglio: a capire che Gesù è disceso per tutti noi, è morto per tutti noi; quindi anche per me e per te. Dio ci ama, è nostro Padre e nostro Creatore, ma non ha creato uomini robot, ci ha creati liberi, liberi di scegliere per quale strada camminare. Quindi, come ricordiamo nel primo mistero della Luce, istituito da Giovanni Paolo II, il nostro cammino da cristiani l’abbiamo iniziato col Battesimo col quale abbiamo ricevuto la Grazia, ma per meritarci il premio finale, il Paradiso, dobbiamo continuare il nostro cammino in maniera cristiana. Ogni premio che riceviamo qui sulla terra va meritato, quindi anche per arrivare alla nostra “liquidazione celeste” dobbiamo fare anche noi qualcosa di concreto.
Allora non perdiamo tempo (come ci dice Papa Francesco), non sprechiamo la nostra vita; d’altronde come abbiamo dovuto studiare ogni giorno, a suo tempo, per sudarci il nostro titolo di studio o come stiamo lavorando ogni giorno per avere la nostra bella famiglia, così, ogni giorno, dobbiamo lavorare per alimentare il nostro personale rapporto con Colui che ci ha dato la vita e dal quale dovremo tornare per l’eternità. Se camminiamo con Lui tutto quello che stiamo facendo di buono diventerà ancora più gioioso e ci sentiremo veramente liberi e in pace; avremo la forza di dare un taglio alle cose superflue e ricominciare una nuova vita. Assaporeremo così la nostra ri-nascita perché finalmente camminiamo con Colui che sempre ci è stato accanto anche se Lo ignoravamo e Lo tenevamo fuori dalla nostra vita, solo perché non Gli aprivamo quella “benedetta porta”, della quale ho già detto più volte.

Buon Natale a tutti noi. Questo sia per ognuno di noi un vero Natale: un ritorno quotidiano ai valori insegnatici da Gesù che dobbiamo, con responsabilità cristiana, riportare nella nostra famiglia, nel lavoro e nella nostra Chiesa. Proseguiamo tutti uniti il pellegrinaggio della nostra fede: non siamo mai soli (come mi dice il mio Padre spirituale). Buon Natale e buon cammino quotidiano di conversione a tutti noi. A ognuno di noi può succedere, se lo vogliamo, quello che è successo al cieco Bartimeo (Mc 10,46).

                                  

                                                                                                         

P.S.) Mi voglio ripetere, cari lettori. Scusatemi, non voglio insegnare a nessuno poiché io per prima ho bisogno ogni giorno di migliorarmi e di vincere le mie quotidiane battaglie per rimanere nella strada, ma ho voluto, in questi anni, solo portare la mia testimonianza di quello che mi è successo dopo quel “benedetto pellegrinaggio” in quella terra dove ho respirato per la prima volta quella vera pace interiore tanto desiderata, in mezzo a persone che, anche loro come me, stavano vivendo la solita cosa, assaporando la Pace divina.





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  Memorie e immagini
di Angelo Brizzi




Se il vasto tempo come un fiume chiaro e scuro è fuggito lasciando nelle mie mani pesi impalpabili come pegni d’amore, aventi nomi di giorni, notti ed ore degli anni più felici; i figli miei (“ad illam oram”), cincie che col suono gravido dell’acqua riponevano nella mente, alla rinfusa, lo stridìo delle rondini nel cielo e le cinguettanti fragili gole di piccoli involti di piume posati sui rami di frondosi alberi, svettanti nell’aria, ritti verso il cielo, verso il Creatore. L’acqua, uscendo dal piccolo bacino sorgentizio, andava scivolando a frangersi contro dei sassi, unendo alle voci del bosco il gorgoglìo del fluire, maestoso e misterioso, attaccata al letto poggiato sulla terra.
Solo, con i pensieri rivolti al domani, in attesa con la corsa del tempo, la scelta. Il cinguettìo degli uccelli, capricci fugaci per volare via; o l’andare sicuro e fedele di acqua che corre verso il mare? Ci sono ombre e luci dietro ad ogni “ventana” (finestra) aperta sul mondo. Ombre nere con artigli, e luci azzurre di diamanti: ognuna tenta di imporre la sua regola all’evidenza degli occhi e oltre, nell’anima. Con forza mi oppongo alle ombre, andando incontro ai diamantini riflessi, per prolungare nella camera la felicità calda della notte del meritato riposo.
Lo sappiamo, ci sono vaghi indizi che ci avvisano, per difesa o per acclamazioni di gioia, provenienti da frastuoni o da canti, da invocanti grida o da varie altre situazioni, da graffi lasciati da unghie come spine o da carezze di mani, inattese. “E’ tardi”, grida l’anima. “E’ tardi”, grida il nostro essere scacciando ombre e luci, allontanandoci dal frastuono che ci circonda. E siamo soli con la nostra inconcussa sfida al sogno affannoso della vita! Quanta vita avremo ancora?

“Signore, che Tu splenda sempre al centro del nostro cuore, e tutto giri intorno a Te, in funzione di Te. Poi, non importa dove, come, se, ma…”



  DAL SANTUARIO
di P. Mario Villafuerte, fmm.




 

“ O Dio, nostro Padre, suscita in noi la volontà di andare incontro con le buone opere al tuo Cristo che viene”.

Ecco, carissimi, con queste parole, la Chiesa apre il tempo liturgico dell’Avvento, tempo che ci prepara alla celebrazione del mistero dell’Incarnazione del Figlio di Dio.
Già in questa preghiera, colletta della prima domenica, la Chiesa ci mette davanti al significato profondo dell’Avvento, cioè il tempo nel quale ascoltando e meditando le profezie sulla venuta del Messia di Dio, ogni credente è chiamato a intensificare la preghiera al Padre affinché, con l’azione del suo Spirito, muova nel più intimo di noi la volontà di andare incontro al Cristo che viene, non più nella carne ma nella sua Gloria, e a questo incontro non possiamo arrivare con le mani vuote ma piene di opere buone. E’ il grande cammino della vita, della vita di ciascuno di noi nella sua più vera vocazione, ossia  l’andare incontro con gioia a Dio in queste quattro settimane di Avvento.
La bellezza di essere cristiani è che non siamo soli, tutto il popolo credente è chiamato a vivere l’Avvento,  il Cielo non  ci abbandona, ci accompagna la Comunità dei santi e in modo particolare, Colei che ha vissuto il proprio tempo di attesa: la Vergine Maria!

È incredibile come l’Avvento può essere (o forse deve essere) vissuto con lo spirito mariano!
Non per niente la Chiesa ha inserito la festa dell’Immacolata Concezione. Ma aldilà di questa grande festa, è tutta la liturgia che, indirizzando il nostro pensiero verso l’attesa messianica, ci propone Maria come vera icona.  E’ Lei che ci indica il miglior modo di attendere il Signore: essere docili allo Spirito di Dio affinché la sua Parola prenda vita in noi e poter così comunicarlo al mondo con gioia e coraggio (come augurava Papa Benedetto).

Ora, perché la Parola di Dio possa prendere vita in noi, è necessario dedicare tempo all’ascolto e alla meditazione della Sacra Scrittura, magari partecipando alla messa feriale, e se questo non è possibile, meditando personalmente le letture bibliche del giorno, in modo particolare la prima lettura che, presa quasi sempre dal libro del profeta Isaia, presenta la fedeltà di Dio al suo popolo Israele manifestata nelle profezie sulla venuta del Messia.
Nel salutarvi, auguro a tutti un buon cammino di Avvento che si concluda nella celebrazione di un Santo Natale, vissuto nella vera fede e in unione con tutta la famiglia!

 

“…… lo Spirito e la sposa dicono: “Vieni”….. Amen. Vieni, Signore Gesù…” (Ap. 22,17.22)  

 

 

 



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