N° 8 - Ottobre 2012
I nostri poeti
  AUTUNNO
di Ugo Ventura


 

 

Dopo la dolce primavera,

e la calda estate,

tu porti le fredde

ombre della sera.

Il tuo passare

è fonte di ricordi

e di timori.

Le foglie ingiallite

che il tuo vento spazza via,

portano lontano i pensieri,

segnano il volto

di rughe e sofferenza.

 

                                    

  DA GRANDE
di Archimede Parodi 11.2.2004


 
 

Da grande voglio essere ARIA,

voglio spaziare in ogni luogo,

voglio toccare e non essere toccato,

voglio immergermi nelle persone che amo

per dar loro la forza,

per dar loro amore,

per dar loro vita

senza chiedere nulla in cambio,

se non un sorriso,

un pensiero.

                                      

 

  ‘L BALO DATO
di Mario Orlandi


 
 

‘N t’l Popolo,

pien come n’ovo,

i genta i s’alarg’n

curiosi

p’rché ‘Ndrè e la Sevè

i fan “balo dato”.

La musica la raleg’r tuti

e i do bal’arin,

contenti d’l valz’rin,

girand avanti e ‘ndré,

i sgrenz’n i ragazi alineà

in prima fila coi och’i spalancà.

La richiesta d’ bis e aplausi

i spingev’n altri a provar l’emozion

d’l balo riservato, d’l balo dato.

Sol Gavana i bal’ev da lù

alzand e abasand la man:

gh’er ‘l pù caratteristico e belo

e i f’niv lanciand ‘l capel’o.

                                       

 

 

IL BALLO DATO (RISERVATO) – Nel Popolo*, pieno come un uovo, le persone s’allargano curiose perché Andrea (Musetti) e Severina, sua moglie (venivano dal Biotanello) fanno “ballo dato”. La musica rallegra tutti e i due ballerini, contenti del valzerino, girando avanti e indietro, sfiorano i ragazzi allineati in prima fila con gli occhi spalancati. La richiesta di bis e gli applausi spingevano altri a provare l’emozione del “ballo dato”. Soltanto Gavana (veniva da Fossone) ballava da solo alzando ed abbassando le mani: era il più caratteristico e bello e finiva lanciando il cappello.

 *Il Popolo era la Casa del Popolo: alcuni vani del palazzo Cervia, nel Borgo di Mezzo, adibiti a cantina e sala da ballo, con musica riprodotta o con orchestrine. Restò per anni l’unica sala da ballo funzionante ogni domenica e festività per tutta la Valle del Parmignola, nell’immediato dopoguerra.

 

 
 

  MADRE DEL MONDO
di Anna Maria De Ghisi


 
 

Tra i silenzi di Santuari rimani

nell’incantevole attesa di donare gioia

a chi stanco dell’oscurità presente

brama riavere serenità di spirito:

sa che attraverso Te,

raggiungibile è l’Onnipotente

perché Tu non volesti

vane felicità, facili ricchezze,

ma paziente seguisti

il crescere del germoglio,

la fatica del ramo,

il sudore della conquista.

L’uomo che viene qui a parlarti

vuole ancora gioire di semplici cose:

del profumo d’un fiore,

d’una limpida sorgente,

dell’umile pane.

Poter intendere la tristezza d’un amico,

la necessità di un infelice.

E, come un bimbo alle sue prime sillabe,

non stancarsi di ripetere:

“Madre, fa’ che anch’io possa ritrovare

l’amore degli anni verdi,

la giovane fede,

questa Tua tenerezza

per un convivere umano”.

 

                                 

 

  ERA L’ORA…
di Padre Maurilio Montefiori


 
 

Era l’ora in cui,

 anche nel cielo,

scoppiano a mille

le stelle.

 

E lanciava i suoi

dardi infuocati,

sitibondo il grido

che chiamava a raccolta.

 

Saliva come un antico pianto

la voce che turbava

i firmamenti.

E splendeva la nudità

 

inchiodata della Croce

a misurar tra gli astri

quell’amore

ancorato all’eterno.

 

Fummo con loro

al momento del terrore;

vedemmo nel sangue

il sereno di Dio.

 

(In ricordo dei martiri Passionisti di Saimiel in Spagna)

 

 
 


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  RIO SECCO
di Paolo Bassani


 
 

A te

correvo dopo il temporale

quando al lieve fremito del vento

ancora la pioggia

lucente

cadeva dai fiori e dalle foglie.

Solitario

m'incantavo al sordo rumore

e torbido impeto dell'acque.

A te

venivo con mia madre

nei giorni di sole

a empire la secchia

con il vecchio mestolo di rame.

Limpido

nella freschezza del mattino

lasciavi trasparire

profondità di ghiare

nel tremulo riflesso

d'un volto sorridente

stampato nel sereno.

Attraversarti

saltando di pietra in pietra

era la mia gioia di bambino.

A te

vorrei tornare un giorno;

trovare ancora

nel tuo riflesso puro

intatta

l'immagine del volto sorridente

e la serenità del cielo;

saltare di pietra in pietra:

attraversarti ancora.

Vorrei tornare

prima che scivoli sull'acque

inesorabile

l'ombra lunga dei castagni.

Vorrei, vorrei tornare adesso!

Ma ho paura

di non trovarti più.

                                 
                                    
 

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