N° 4 - Aprile 2011
Spiritualità
  Segni e simboli cristiani
di Antonio Ratti


 
 

ATTEGGIAMENTI  E  GESTI.       

Nella liturgia vi sono gesti e atteggiamenti particolari che aiutano a capire e partecipare al meglio a ciò che si sta facendo insieme al celebrante e - dobbiamo riconoscerlo - che imprimono vivacità e maggiore interesse alla celebrazione. In primis, la sacra liturgia è il culto comunitario alla maestà divina, tuttavia rappresenta anche un grande valore pedagogico per il credente. Sono gesti che sottolineano l’armonia che deve esistere tra il corpo e l’anima e che favoriscono la comunione con il celebrante e gli altri fedeli presenti. “L’atteggiamento comune del corpo, da osservarsi da tutti i partecipanti, è segno dell’unità dei membri della comunità cristiana riuniti per la sacra liturgia: manifesta infatti  e favorisce l’intenzione e i sentimenti dell’animo di coloro che partecipano. (OGMR 42)* I gesti hanno un valore grande che, perché  tratti dalla Sacra Scrittura e dalla tradizione della Chiesa, aiutano a metterci in comunione con il popolo di Dio che è vissuto e ha pregato prima di noi. Si crea così una vera e sostanziale comunità nel segno della continuità spirituale e temporale. “Nella celebrazione liturgica la Sacra Scrittura ha un’importanza estrema. Da essa infatti attingono le letture che poi vengono spiegate nell’omelia e i Salmi che si cantano; del suo afflato e del suo spirito sono permeate le preghiere, le orazioni e i carmi liturgici; da essa infine prendono significato le azioni e i simboli liturgici.” (SC 24)** I gesti vanno eseguiti bene con il giusto stato d’animo e pensando a ciò che viene fatto. Va evitata la meccanicità che può subentrare con l’abitudine e la ripetitività che possono indurre anche alla superficialità. Se compiuti bene e compresi nel loro intrinseco significato, i gesti parlano e rappresentano vere e proprie catechesi.

*Ordinamento generale del Messale Romano

**Sacrosanctum concilium

 

ASSEMBLEA.   

Dal greco ekklesìa (assemblea del popolo) e dall’ebraico qàhàl (assemblea liturgica), l’assemblea nell’Antico Testamento indica Dio che convoca la gente, perché gli renda il culto dovuto (Es 5,3) e la costistuisce popolo eletto: “Ora, se vorrete ascoltare la mia voce e custodirete la mia alleanza, voi sarete per me la proprietà tra tutti i popoli, perché mia è tutta la terra. Voi sarete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa.”(Es 19, 5-6) Nel Nuovo Testamento è Gesù a indicarci come si costituisce un’assemblea: “Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro.” (Mt 18,20) E’ il battesimo che dà origine all’assemblea, perché con esso diventiamo figli di Dio : “noi tutti siamo stati battezzati in un solo Spirito per formare un solo corpo, Giudei o Greci, schiavi o liberi; e tutti ci siamo abbeverati ad un solo Spirito.” (Paolo, 1 Cor 12,13) E’all’interno dell’assemblea riunita nel nome di Cristo che acquistano valore di sostanza i gesti, poiché essa è Chiesa, il vero tempio dei credenti, che vivono con gioia la propria fede partecipando attivamente e comunitariamente alla liturgia. L’assemblea deve partecipare al rito con spirito attento, così da essere un cuore e un’anima soli nella lode a Dio-Creatore. L’apostolo Pietro nella sua prima lettera si rivolge così ai credenti: “Voi siete la stirpe eletta, il sacerdozio regale, la nazione santa, il popolo che Dio si è acquistato perché proclami le opere meravigliose di Lui che vi ha chiamato dalle tenebre alla sua ammirabile luce.”(1 Pt 2,9 ) Infine l’assemblea è una comunità di fedeli che si distingue per lo spirito di servizio, di collaborazione e di solidarietà e che deve far emergere la sua ministerialità che si esprime in ruoli diversi: lettori, accoliti, cantori, catechisti, ministranti, ecc.

 

SEGNO DELLA CROCE.     

E’ il segno della nostra identità di cristiani, perché significa fare la memoria di Cristo che attraverso la croce ci ha restituito la dignità di figli di Dio. Anticamente si usava fare un piccolo segno sulla fronte, così come suggeriva l’Apocalisse: “Un angelo gridò a gran voce ai quattro angeli ai quali era concesso il potere di devastare la terra e il mare: Non devastate né la terra, né il mare, né le piante, finchè non abbiamo impresso il sigillo del nostro Dio sulla fronte dei suoi servi”. (Ap 7, 2-3) Ed era l’occasione per ricordare il gesto compiuto sulla fronte al momento del conferimento del battesimo e della cresima. Il grande segno di croce, come lo facciamo oggi, entrò in uso nella liturgia con la riforma operata da Pio V (sec. XVI). Esso ricorda il nostro essere cristiani, poiché crediamo in Cristo, nel suo amore e nel suo sacrificio sulla croce, che diventa strumento di redenzione. Gesù ci invita anche a imitarlo senza esitazione: “Chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me.” ( Mt 10, 38 ) E’ difficile essere più chiari di così!  L’ampio gesto tracciato sul nostro corpo dall’alto verso il basso e da sinistra verso destra, che avvolge la nostra persona, ricorda che è sulla croce che si compie la nostra salvezza e la risurrezione anche del nostro corpo. Il triplice segno di croce, fatto durante la “liturgia della parola” prima della lettura del Vangelo, ha un preciso significato: la parola di Gesù, che si dona nel sacrificio della croce, deve aprire la mente alla fede, schiudere le labbra a espressioni di amore e toccare il cuore al servizio dei fratelli. Il segno di croce accompagnato dalle parole, “Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”, oltre ad essere la nostra professione di fede e il nostro biglietto da visita, ci porta dentro al mistero della Trinità, segno dell’amore di Dio, dell’offerta del suo Unigenito dato in dono di salvezza e dello Spirito Santo guida del nostro cammino che non è più un peregrinare. Mi pare che tutto questo sia sufficiente per fare bene, con convinzione e consapevolezza il segno della nostra fede in Cristo. Non imitiamo il gesto frettoloso e scaramantico dei calciatori quando entrano sul terreno di gioco: anche per loro ci sono momenti e luoghi più idonei per ricordarsi di chiedere aiuto e protezione.

 

 
 

  Georges, il lebbroso
di Padre Carlo Cencio, missionario carmelitano.


 
 

Era terribilmente malato e per di più abbandonato dai parenti. Non sono mai riuscito a conoscere la sua storia. Su di lui sembrava ci fosse una certa omertà (gli spiriti?). Lo ospitavamo noi, in un capanno in legno presso la chiesa. La moglie del catechista, Martine, era incaricata di dargli da mangiare e noi, ogni volta, gli portavamo viveri e vestiti.

Aveva dodici-tredici anni. Era sempre seminudo, piagato in tutta la zona inguinale, alle ginocchia e ai piedi. Il suo fetore si sentiva di lontano. Stava appartato e seduto per terra. L’ho cambiato, pulito e lavato da capo a piedi varie volte. Ma lo vedevo non più di una volta al mese. Come lui ce n’erano altri, però non c’era né un dispensario, né un ospedaletto per ospitarli. Del resto lui voleva la sua libertà. L’ho persino portato alla missione, tenendolo per più di una settimana, ma lui se n’è andato. Più volte abbiamo cercato di tenerlo vicino, ma lui fuggiva.

Un giorno mi portarono la notizia della morte di Georges. Me lo sono immaginato: un mucchietto di carne e ossa consunte dalle piaghe purulente e fetide, un gran dolore nello squallore della solitudine, uno scomparire nella notte della propria esistenza e di quella degli altri. Per sé e per gli altri Georges non era nessuno. Anche se ultimo degli ultimi, è piaciuto a Dio che se l’è preso nel suo paradiso (era anche stato battezzato).

Avevo fatto quello che avevo potuto, ma non ero riuscito a fare il miracolo come Gesù. Mi lamentavo per questo, ma Georges mi fece capire che i miracoli li facevo anch’io, anche se diversi. Infatti da Gesù “usciva una forza che sanava tutti”. Altrove troviamo scritto che “Gesù andava per tutta la Galilea, insegnando nelle sinagoghe e predicando la buona novella del Regno e curando ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo”. Cristo era il grande  terapeuta che per salvare le anime curava anche i corpi. Ai discepoli di Giovanni aveva detto: “I ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi vengono sanati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciata la buona novella”. Agli apostoli: “Andate dunque e ammaestrate tutte le genti. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, sanate i lebbrosi, cacciate i demoni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date. Battezzate nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo”.

Io non riuscivo a far camminare gli storpi con la forza di una parola (la mia fede non era grande neppure come un granellino di senape), ma li facevo muovere procurando loro una carrozzella. Quanto ai ciechi essi riacquistavano la vista perché li portavo ad una visita oculistica, o davo loro un paio d’occhiali o una medicina. Mondavo i lebbrosi con una miracolosa igiene e con straordinari sulfoni.

 

 

 
 

  LA PASQUA NEL TEMPO
di Antonio Ratti


 

 

 

Con il nome di Pasqua gli Ebrei e i Cristiani indicano le loro due maggiori solennità religiose. Diverse nelle origini, nei tempi, nel significato dottrinale, nei riti, hanno un elemento in comune: entrambe rappresentano la liberazione verso una nuova vita. Per gli Ebrei la liberazione dalla schiavitù egiziana, per i Cristiani la liberazione dal peccato e l’acquisizione della figliolanza con Dio.

La Pasqua ebraica, che dura sette giorni, comprende tre riti fondamentali: 1) il sacrificio dell’agnello, di cui si devono cuocere e mangiare le carni senza spezzare alcun osso; 2) l’uso del pane azzimo  (= non lievitato) il solo permesso durante l’intero periodo pasquale; 3) il rito delle primizie, simboleggiato da spighe che vengono offerte il sedici del mese di Nisan. La Pasqua ebraica passa ai Cristiani, che interpretano la festa dell’Antico Testamento come prefigurazione di quella del Nuovo Testamento.Tra le prime comunità cristiane non c’è uniformità nella celebrazione; infatti, secondo i luoghi e le diverse opinioni dei vescovi locali, la Pasqua cadeva in date differenti (mai il 14 di Nisan, giorno della celebrazione ebraica) e, soprattutto, la liturgia privilegiava la Passione o la Risurrezione di Gesù.

Verso la fine del II secolo il papa Vittore dispone che tutte le Chiese locali si uniformino alla Chiesa di Roma per la data e, in particolare, per considerare la passione e la risurrezione i due elementi inscindibili della missione di Cristo. Con l’introduzione del calendario gregoriano (papa Gregorio XIII, 1572-1585) si stabilisce di celebrare la Pasqua la domenica successiva al primo plenilunio dopo il 21 di marzo (equinozio di primavera). Poiché detto plenilunio avviene tra il 21 marzo e il 18 aprile, essa può essere celebrata nel limite di 35 giorni tra il 22 marzo e il 25 aprile. Il nome ebraico Pasqua, pesah, è passato in greco come pasca o phasca e nella Vulgata (traduzione latina della Bibbia) pascha. L’origine più accreditata si fa derivare dal verbo pasah, che significa passare oltre, saltare, riferendosi all’episodio biblico del passare da parte dell’angelo oltre le porte segnate dal sangue di agnello senza punirne gli abitanti. Mosè stesso definisce la celebrazione pasquale il sacrificio del passare oltre. Paolo, nella prima Lettera ai Corinzi, adopera il nome greco pasca come appellativo di Gesù che viene definito “to pasca emòn, il nostro agnello pasquale. Gli scrittori cristiani dei primi secoli pensavano che pasca fosse la derivazione del verbo greco paskein, patire, soffrire, da riferirsi alla Passione di Gesù Cristo.

 La Settimana Santa è il momento più alto e pieno di significati dell’intero anno liturgico, in quanto si fa memoria e si ripercorrono la Passione, la Morte e la Risurrezione di Gesù, cioè, ciò che dà valore e senso alla nostra fede. Senza gli eventi del giovedì, venerdì e domenica la fede in Gesù Cristo sarebbe una pietosa e tragica, per il destino dell’uomo, illusione. Sulle tradizioni secolari e le consuetudini c’è solo l’imbarazzo della scelta, tanto sono fantasiose e coreografiche le abitudini locali italiane e no.

Sapere il perché delle uova pasquali ritengo sia una simpatica curiosità. Diversi sono i tentativi di dare una spiegazione all’origine dell’uso delle uova a Pasqua. La più accreditata ci porta alle abitudini e ai riti dei pagani, per i quali l’uovo è simbolo dell’origine delle cose e della vita. Gli Egiziani, durante la stagione di secca, deponevano uova di struzzo sulle sponde del Nilo, che con il calore della sabbia generavano senza bisogno della cova: ciò era ritenuto auspicio favorevole in previsione delle periodiche inondazioni fertilizzanti del grande fiume. Presso i Romani le uova sono ritenute portafortuna efficaci contro le malattie, gl’incantesimi e il malocchio.  I Cristiani, forse per combattere queste superstizioni, avevano l’abitudine di benedirle a Pasqua. E’ certo che, nell’alimentazione dei primi cristiani, le uova sono il principale alimento per il modico costo. Quando il digiuno pasquale era osservato con rigore, le uova, per il loro alto contenuto nutritivo, acquistavano particolare importanza e ogni famiglia, prima di usarle, le portava in chiesa per farle benedire. Col tempo il carattere religioso è venuto meno e l’uso delle uova è rimasto una festosa tradizione sia come piacere della tavola, sia come mezzo per fare doni. Da quest’ultimo uso trae origine l’arte di fabbricarle con sostanze dolci e di decorarle. In Francia nel XVII e XVIII secolo (1600-1700) la confezione delle uova pasquali per i nobili e per la corte reale viene affidata per la loro decorazione a grandi artisti. Oggi l’uso delle uova pasquali è solo business, cioè, affari per i produttori, anche se localmente resta la tradizione di portare in chiesa e far benedire  le uova sode durante la Messa Grande del giorno di Pasqua.

 

 

 

  Pensieri sulla sofferenza
di Doretto


 
 

COME TERRA SQUARCIATA


            E’ necessario che la terra sia squarciata per poter essere fecondata. Ecco, tu Gesù mi hai messo alla prova.

            Un giorno chiesi ad un medico: “Perché la sofferenza?”. Non mi rispose. Io credo che la sofferenza sia come l’aratura che squarcia la terra perché noi, poi, possiamo essere fecondati.

            Ecco, la sofferenza è Dio che ci mette alla prova per il nostro bene:  è dura da mandar giù!

Ma la vera sofferenza sono la paura e l’ignoranza; è completamente distaccata dalla sua causa, perché può non essere offerta. Ma se viene offerta a Dio essa si trasforma in gioia. “Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua”.

            Per chi non crede la sofferenza, la croce, sono una calamità. Gesù dice ”se qualcuno vuole”, non ce lo impone. Ma rispondere alla sua chiamata procura pace e maggior sollievo. E associata alle sofferenze di Gesù, essa diventa gioia e una strada per la salvezza di molti.

 

L’INSONDABILE GRANDEZZA DEL DOLORE


            A volte ho l’anima piena di amarezza e di sconforto. Eppure, Gesù, tu avevi previsto questa mia sofferenza. Potevi evitarmela? Ma subito ripenso al fatto che per salvare il mondo Tu stesso hai scelto, tre mille formule a Tua disposizione, quella del dolore, e hai pagato di persona in misura incredibile.

            Se il dolore non avesse in sé un potere immenso di redenzione e di bene, Tu non l’avresti scelto per l’attuazione del Tuo piano d’Amore, e tantomeno l’avresti riservato ai Tuoi amici. E’ indubbiamente una legge strana, quasi sconcertante, incomprensibile. Dammi la convinzione profonda che questa mia sofferenza non vada persa, ma che si fondi con la Tua passione e il Tuo dolore e acquisti così un valore incalcolabile.

            Se mi dovesse sfuggire un gesto di rivolta, ricordami che Tu stesso sei stato crocifisso. Sì, penso che il dolore sia la moneta più preziosa ai Tuoi occhi. Rinnova in me il coraggio di accettare quanto mi riserva questa legge misteriosa del dolore che, se unito al Tuo, va restaurando nel mondo l’Amore!
 
 
 

  QUARESIMA E CRISI ECONOMICA
di Ratti Antonio


 
 

Per i cristiani il tempo della Quaresima va inteso come un tempo di ripensamento e di orientamento del vivere quotidiano. Oggi la Quaresima viene da noi vissuta in un tempo di crisi per molti - troppi -  devastante. La crisi economica ha una paternità con il DNA preciso: la profonda e drammatica crisi culturale, religiosa, sociale, civile, morale, valoriale, esistenziale. E’ comprensibile quanto sia fatica vana affrontare correttamente una crisi di enormi dimensioni e gravità senza tener conto di tutte le spinte fuorvianti e disumanizzanti, sopra citate, che ciclicamente la inducono e l’alimentano. Fino a quando i potentati economici e politici, quasi sempre collusi tra loro, non recupereranno l’etica del giusto profitto, che è l’esatto contrario di quanto accade oggi, nel mondo globalizzato, cioè, senza frontiere, si continuerà a tenere nell’incertezza la sorte della nostra civiltà e nel bisogno la stragrande maggioranza delle popolazioni. Chi ha provocato la micidiale crisi economica di cui stiamo subendo le conseguenze, senza intravvederne l’uscita certa? Un manipolo di finanzieri spregiudicati e assatanati dalla voglia di potere e di guadagni senza limiti, che gridano vendetta. Non è concepibile che una minuscola minoranza gestisca il potere economico e, di conseguenza, anche quello politico mondiale; che pochi senza scrupoli ( anche verso la propria “animaccia” ) riducano, dalle dorate e ovattate sale dei loro palazzi, alla morte per denutrizione e fame intere nazioni, se non continenti. Basta un loro battere di ciglia che il prezzo del grano, del petrolio e delle materie prime schizzi via senza controllo della politica, troppo spesso succube, sebbene dovrebbe rappresentare la democrazia al servizio dei popoli.  Gli esempi sono talmente sotto i nostri occhi per doverli esporre. Occorre che si ripensi il modello di sviluppo delle nazioni e dell’economia globale e si riveda lo stile di vita, anche il nostro. In attesa - sarà lunga e tribolata con certi atavici presupposti –  che i potenti rimeditino i loro comportamenti sulle grandi “cose” per renderle più compatibili alle esigenze di tutti, i piccoli, come noi, abbiano una maggiore sobrietà nel cibo (vedi il digiuno quaresimale), nell’abbigliamento, nei cosmetici, nelle chirurgie estetiche (o antiestetiche ! ), nelle spese non necessarie legate al tempo libero. La Quaresima, sollecitando a queste riflessioni, aiuta a vedere il povero e il bisognoso, che sicuramente sono accanto a noi, e invita a un gesto di solidarietà fraterna. Se intendiamo vivere cristianamente la Quaresima - e non solo - è necessaria una “conversione” ( = cambiamento ). Per la conversione occorre l’ascolto della Parola che suggerisce il corretto percorso. Per ascoltare la Parola di Dio è necessario il silenzio della riflessione. Periodicamente sarebbe opportuno fare il punto della situazione da parte dei cristiani, dei non cristiani e sulle cose che non attendono strettamente alla fede. Il silenzio della riflessione è come un digiuno disintossicante per il singolo e per la società del frastuono, dell’egoismo e dell’edonismo. Ormai può bastare l’indigestione di parole, di messaggi martellanti e fuorvianti, di poteri spropositati e idolatrati, del deprezzamento della vita. Solo quando avremo recuperato il valore del silenzio che medita, ci renderemo – e si renderanno – conto di poter di nuovo riascoltare e riassaporare la Parola del Signore e scorgere, finalmente, il disagio di chi non possiede nulla se non una vita tribolata e minacciata. Vivere la Quaresima serve anche a questo.

 

 

 

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