N° 4 - Aprile 2011
Storie dei lettori
  Vivere la fede ed amare la vita
di Paolo Sanguinetti


 

 

 

Si è svolta, domenica 27 febbraio  u.s. la XIV Assemblea diocesana sul tema: "L'impegno educativo dell' Azione Cattolica: VIVERE LA FEDE E AMARE LA VITA". Ci troviamo a riflettere sui 150 anni dell'unità d'Italia, appuntamento che ci vede particolarmente partecipi perché parte integrante del nostropaese. L' A.C. è stata infatti tra le primissime realtà dello stato unitario ad avere una connotazione  nazionale  sempre attenta all'impegno di formare le coscienze e capace di offrire alle persone di ogni età e condizione di vita un cammino di attenzione al prossimo ed al bene comune cercando di rendere consapevole l'uomo della necessità di prepararsi spiritualmente, intellettualmente, moralmente, tecnicamente per divenire capace di attuare concretamente quei principi di convivenza umana in cui è chiamato a vivere.

E' per questo che la nostra riflessione, che parte dal cammino unitario nazionale, oggi si ferma a  guardare alle vicende del Paese e a sottolineare alcune ripercussioni di natura educativa forse sinora sottovalutate. Bene ha fatto il Cardinal Bagnasco, al Consiglio Permanente della CEI, ad evidenziare il disastro antropologico che si compie a danno dei giovani e di quanti sono nell'età in cui si fanno le scelte definitive per il futuro della propria esistenza. C'è una rappresentazione fasulla dell'esistenza, c'è il tentativo di mettere in primo piano il successo basato "sull' artificiosità, la scalata furba, il guadagno facile, l'ostentazione e il mercimonio di sé".

Il rischio è che le recenti vicende che trovano ampio spazio nei media, facciano emergere la desiderabilità di stili di vita per i quali "il potere può tutto". Per questo motivo torniamo ad esprimere alcuni concetti, non sui risvolti politici, ma su quelli, appunto, educativi.

NON E' EDUCATIVA  l'immagine della donna emersa in numerosi racconti giudiziari e mediatici, nei quali è stata violata la dignità, la libertà e l'uguaglianza.

NON E' EDUCATIVA  l'immagine dell'uomo incapace di riconoscere nel corpo della donna e nel proprio un dono straordinario di Dio.

E' EDUCATIVO  ridire la bellezza vera di ogni età e di ogni soggettività, il senso profondo dell' essere uomo e dell'essere donna.

NON E'EDUCATIVA  l'idea che i giovani e gli adolescenti, per realizzarsi, debbano mettere da parte i propri talenti, seguendo tristi scorciatoie. E' difficile costruire un mondo diverso e migliore se l'unico insegnamento ai giovani è quello di cercare i favori del potente di turno.

E' EDUCA TIVO  valorizzare e dare sempre più spazio ai giovani talenti dello studio, della ricerca, dei mestieri e delle professioni, ai giovani del volontariato e del servizio gratuito agli altri.

NON E' EDUCATIVA  la percezione che sul sistema della giustizia si addensi l'ombra della manipolazione di parte. Diseduca al valore dell'informazione assistere sui media ad una guerra frontale tra politici di parte avversa o magistrati o uomini di cultura.

E' EDUCATIVO  riaffermare il senso della deontologia e dell'imparzialità in professioni, ruoli e responsabilità pubblici, fondamentali per la democrazia.

NON E' EDUCATIVO  coinvolgere nei conflitti giudiziari, mediatici e politici le istituzioni della Repubblica.

E' EDUCATIVO  tenere le istituzioni fuori dalla bagarre, restituirle alla loro credibilità pubblica e alla loro funzione di servizio, facendo in modo che possano essere punti di riferimento saldi.

NON E' EDUCATIVA  la passività dell'opinione pubblica.

E' EDUCATIVO  l'esercizio di una cittadinanza attiva e operosa.

E' dunque  EDUCATIVO  valorizzare il tanto che di buono, operoso, lungimirante, concreto offre ancora oggi il nostro Paese. Ci sono realtà, civili ed ecclesiali, che ogni giorno si sforzano di veicolare queste idee per costruire davvero un tessuto di valori positivi e condivisi. Ci sono agenzie educative, come la scuola, in cui si cerca di formare anche ad una vita civile consapevole. Ci sono famiglie che cercano di dare una cornice di riferimento etica ai loro figli. E' per questo che ci appelliamo a tutti i protagonisti delle attuali vicende perché recuperino il senso della misura, del decoro, del rispetto. L'Italia necessita di giovani sereni, coscienziosi e operosi; di adulti sobri, responsabili e aperti. Su italiani come questi, si può costruire un domani migliore.

 

 

 

  Magia e la strega (Parte finale)
di Maria Giovanna Perroni Lorenzini


 

 

Col tempo la gatta e la padrona erano venute ad assomigliarsi sempre più. Ed i vicini di casa non facevano distinzione: adoperavano gli stessi scongiuri per entrambe. Solo che, se vedevano la gatta da sola, facevano meno complimenti e le tiravano anche qualche sassata. Tanto che Magia usciva solo per fare i suoi bisogni e rientrava frettolosamente.

 Anche la padrona non usciva quasi mai: solo talvolta, la mattina presto, si recava in un vicino supermercato per comprare le poche cose che le servivano. Sapeva di essere generalmente molto poco amata e che era meglio non farsi vedere troppo in giro. Solo nei casi di bisogno, in cui la si sentiva utile, si ricorreva a lei.

 Quando c'era un visitatore, Magia perdeva la seggiola; e allora saliva su un angolo del tavolino e stava ad ascoltare attentamente ogni parola. Così, fermissima com'era, e con il suo pelo ritto, sembrava impagliata. Solo gli occhi verdastri, che andavano incessantemente da uno all'altro degli interlocutori, rivelavano che era viva. E con questo suo aspetto di animale magico e diabolico accresceva la fede dei clienti. E la padrona, in quei momenti, era particolarmente contenta di averla.

 La strega, però, non accarezzava mai la gatta. Né Magia faceva mai moine alla nuova padrona. Troppe delusioni avevano sofferto entrambe. Troppo grande la sfiducia negli altri ed anche in se stesse. Inaridita quindi la voglia di esprimere i propri sentimenti. Ma tra le due c'era un reciproco rispetto. E, a mano a mano che gli anni passavano, il reciproco attaccamento, seppur inespresso e silenzioso, diveniva sempre maggiore. E così pure la capacità della mutua comprensione. Ma la strega  ormai diveniva sempre più vecchia e malandata. Mentre Magia ancora si salvava. E spesso la donna si trovava a pensare a quello che sarebbe stato il destino della sua compagna, se lei fosse morta per prima. Non si faceva illusioni: i vicini avrebbero cacciato via la gatta o l'avrebbero uccisa, certo anche con soddisfazione. Nessuno avrebbe voluto una bestia come quella. Una gatta nera di strega!.

Così lei avrebbe dovuto pensare anche all'animale, quando si fosse accorta che era ormai necessario rifugiarsi in un istituto di mendicità o ricoverarsi, per i suoi mali, in un ospedale. Si augurava, ma solo per la gatta, che non le capitasse una morte improvvisa. Questa evenienza le avrebbe impedito di fare ciò che aveva deciso da tempo ormai: di sciogliere, cioè, nel latte della bestia quella polverina che lei sapeva e che conservava. Grazie a questo rimedio la vecchia micia non avrebbe provato il dolore e lo smarrimento per un altro abbandono; non avrebbe provato di nuovo la fame e la sete. Lei era sicura che, per il bene della sua compagna gatta, avrebbe trovato questo coraggio; poi le sarebbe rimasta accanto fino all'ultimo. Dopo, avrebbe accettato la sua fine, qualunque fosse stata. 

Ma c'era ancora un po' di tempo e forse la gatta poteva morire prima di lei; lei, infatti, in quell'animale, aveva ancora uno scopo per vivere; e perciò avrebbe cercato di tirare avanti il più a lungo possibile. La bestia, dal canto suo, intuiva chiaramente i pensieri della padrona. Non per niente il suo nome era Magia. Sapeva bene che la donna stava indebolendosi sempre più. E, senza la sua padrona, Magia non voleva vivere: non avrebbe tollerato di trovarsi sola un'altra volta; neanche se, in questa solitudine, avesse avuto da mangiare in abbondanza. E, se nei suoi sogni talvolta ritornavano la bimba, la sua antica padroncina, la morbida cuccia e le mille golosità che avevano stuzzicato il suo appetito; da sveglia, sapeva che l'attuale padrona era l'unico essere umano che non le era stato e non le era nemico; per cui, nella disgrazia dell'antico abbandono, riteneva di essere stata molto fortunata: aver trovata una tale amicizia, in un mondo tanto alla rovescia.

 E così, quando la sua padrona le avesse offerto quel latte, Magia, pur sapendo cosa conteneva la tazza, avrebbe bevuto senza esitazione; e, bevendo, avrebbe guardato la sua padrona con occhi pieni di fiducia e di riconoscenza. Non si può in queste cose ingannare i sensi di un animale.

 Comunque, anche se non l'avesse soccorsa il finissimo odorato, Magia avrebbe ugualmente capito dalla sua padrona stessa che era arrivato il momento; ne conosceva, infatti, ogni atteggiamento, e del suo viso nessuna più piccola espressione le sfuggiva. Il dare della Strega e il bere di Magia: due atti d'amore eguali, fusi in un unico atto d'amore. Solo che, probabilmente, la donna non avrebbe mai saputo che lei, Magìa, la gatta di cui ignorava anche il nome, sapeva. L'animale non conosceva il modo di dirglielo.  Ma chissà che la sua padrona non sapesse intuire i pensieri di Magia; come Magia quelli della sua padrona. Non erano indovine tutte e due?   E poi, forse, la donna, di cui Magia ignorava il nome, nel darle quel suo ultimo latte, avrebbe osato farle la sua prima ed anche ultima carezza.

 

 

 

  Riflessioni di una credente che si stava smarrendo e poi si è ritrovata
di Una affezionata lettrice


 

 

 

07.03.2011.  Ieri uscendo dalla chiesa, dove ho assistito alla Santa Messa, ero molto serena e nel profondo del mio cuore sentivo una grande pace, avevo la consapevolezza di aver imparato ancora qualcosa di nuovo, che ha arricchito la mia persona interiore, o meglio la mia anima. Da qualche anno sento il dovere di non perdere la Santa Messa domenicale anche perché ho capito che se voglio andare a Messa, anche se ho molti impegni come tutti, il tempo se voglio lo trovo, non devo darmi delle giustificazioni sbagliate o meglio false, perché nel nostro Comune abbiamo diverse chiese con diversi orari che soddisfano le esigenze di ognuno di noi.

            San Giovanni Bosco diceva che nel tabernacolo c’è il ‘Padrone del mondo’, Dio, e quindi il mio dovere è verso il tabernacolo, e Dio è il solito in qualsiasi parte del mondo, perché siamo tutti sotto il suo tetto, e poi, a volte, cambiando chiesa ho incontrato persone che non rivedevo da anni, oppure ho conosciuto gente nuova dalla quale ho imparato tante cose o mi hanno fatto conoscere belle persone.

            Quando inizia la Messa “ora” ascolto attentamente (anni indietro mi è capitato più di una volta di arrivare a casa e non sapere cosa avevo ascoltato e ora mio chiedo: cosa ci andavo a fare?). Ora mi rendo conto che dentro di me arriva quella gioia di ascoltare e il desiderio di imparare come si deve vivere fuori, in mezzo agli altri, per poter rientrare nuovamente in chiesa come persona nuova e migliorata e vogliosa di imparare ancora, e questo ogni domenica viene detto, letto, attraverso la liturgia della Parola dalla prima Lettura al momento dell’omelia del parroco. Noi credenti entrando in chiesa per ascoltare la Messa ci assumiamo una grande responsabilità che poi dobbiamo mantenere in tutte le altre cose e azioni che facciamo nell’arco della settimana. Ma entrare in chiesa e arrivare a prendere il Corpo di Gesù è “tanta roba”, perché non deve essere un’abitudine come lavarci tutte le mattine, ma è una cosa grandiosa che porta allo “sposalizio” con una parola che, in tutti campi, oggi è sempre meno di moda: COERENZA.

            Ognuno di noi nel momento che varchiamo quella porta e ci sentiamo di ascoltare liberamente quello che vuole da noi il Signore come ad esempio “costruirci una casa sulla roccia” (Vangelo di ieri), dobbiamo poi col nostro comportamento quotidiano metterlo in pratica; dobbiamo essere, ciascuno di noi, testimoni coerenti per noi e per gli altri: per coloro che non credono (come lo storpio che stava fuori del tempio e dobbiamo riportarlo dentro), o per quelli che credono ma non entrano in chiesa (può darsi che alcuni di loro, un po’ “vacillanti” si siano allontanati o non sono mai entrati proprio vedendo la nostra incoerenza).

            Mercoledì entriamo nella Quaresima che ci porterà diritti alla Pasqua del Signore, giorno di Amore e di Speranza per ciascuno di noi; in questo tempo di Quaresima, in questo triste momento per le brutte cose che succedono, penso che (io per prima) dobbiamo fermarci un attimo, rallentare il nostro modo frenetico di vivere, riflettere su dove stiamo andando e quali sono le cose per le quali vorremmo essere ricordati e quindi porci questa bella domanda: “Ma io che vado in chiesa e dico di credere in Dio, che testimonianza do agli altri di questo Amore immenso che Dio ha voluto offrirci con la  passione, morte e resurrezione di suo Figlio, Gesù?”.

Non sempre io riesco, purtroppo, a rispondere al Tuo Amore, anche se so che Tu, con amore infinito, guidi ogni passo della mia vita. Quindi devo essere perseverante e pormi spesso queste domande: “Riesco o per lo meno ci provo a vivere da vera cristiana? Sono coerente con me stessa nel momento che entro in chiesa e professo il Credo?”.

L’Amore che Dio ci ha fatto conoscere con la morte di suo Figlio, Gesù, Dio lo vuole da noi amandoci tutti gli uni con gli altri. Buona quaresima a noi tutti!

Volevo inoltre ringraziare tutti i parroci del nostro Comune, anche colui che il 10 novembre scorso abbiamo perduto qui su questa terra: don Lodovico; dalle sue omelie ho imparato tanto. Ma soprattutto don Andrea che stimo molto e al quale voglio tanto bene perché anche lui con le sue omelie e il suo comportamento coerente mi ha fatto tornare sul cammino “dell’Essenziale” e mi ha fatto trovare la vera serenità. Ora sono certa che posso essere utile agli altri e da questi ricevo tanta gratitudine e tanti insegnamenti. Ora devo solo cercare di non smarrirmi di nuovo e lo farò tenendo sempre sulla mia fronte quel “pendaglio benedetto” che mi ricorda quali sono le cose essenziali, durature in questo mondo e nell’altro e quelle effimere.

Buona santa Pasqua a tutti noi.

 

 

 

  SIAMO VERAMENTE INFORMATI?
di Walter


 

 

 

 

            Sabato 5 marzo, 1° sabato del mese, siamo andati al Santuario della Madonna dell’Acquasanta, a Marola dove il vescovo Francesco ha presieduto la processione e quindi la Santa Messa. All’omelia tra le altre cose ha detto: “L’epoca dei martiri - coloro che hanno detto sì alla croce - non è finita”. E ha ricordato che alcuni giorni prima (giovedì) era stato ucciso Shahbaz Bhatti, l’unico ministro cristiano del Pakistan. Aveva difeso Asia Bibi, la donna cristiana, madre di cinque figli, condannata a morte per blasfemia e aveva detto: “Sono pronto a ogni sacrificio per questa missione che assolvo con lo spirito di un servo di Dio.  Cercherò di testimoniare nel mio impegno la fede in Gesù Cristo”.

            A sentire queste parole sono rimasto sbalordito. Ma come, ascolto tutti i giorni TG di varie reti; seguo anche diversi programmi di approfondimento (così li definiscono) e di questo fatto non ho sentito alcunché: ma è possibile tutto questo? Ma che razza di informazione ci danno queste TV?

            Il giorno dopo, domenica, ho preso (come al solito) Avvenire e lì ho trovato, anche se dopo diversi giorni, un’intera pagina che parlava di quell’assassinio e inoltre due interventi del direttore, Marco Tarquinio (uno in risposta ad un lettore e l’altro in “SECONDO NOI”) che riporto qui sotto, per far capire ai lettori quanta rilevanza hanno certi fatti dai media, in particolare dalle reti pubbliche, ma anche dai tanti giornali e reti televisive commerciali.

 

            Risposta ad un lettore:

 “Anch’io non finisco di dolermi di certa incomprensibile freddezza informativa, ma ormai non ne sono quasi più stupito. I cristiani sono evidentissimamente poco “notiziabili” secondo gli sconsolanti canoni della televisione dilagante (quella che si ribattezza “televisione di successo” per il fatto di aver ormai realizzato una sistematica occupazione di spazi e tempi di programmazione). E anche per questo non entrano nei TG o ne restano ai margini anche quando le notizie che li riguardano sono terribili, coinvolgenti ed esemplari. Il caso dell’assassinio in Pakistan del ministro cattolico Shahbaz Bhatti o, meglio, del martirio (come valutano i Vescovi di quel Paese, e come tanti di noi pensano) è davvero e tristemente emblematico. Se a essere ferocemente ucciso fosse stato un paladino di qualunque altra donna condannata a morte – una statunitense o, facile pensarlo, un’iraniana-,  dolore e indignazione avrebbero tracimato. Ha invece meritato solo rapidi flash e più di qualche pesante silenzio la spietata esecuzione programmata e compiuta da fondamentalisti islamici nei confronti di un uomo politico generosamente schierato a difesa della libertà di credere di tutti e tenacemente impegnato, da cittadino del suo Paese e da cattolico, per strappare al boia tutti coloro che in Pakistan vengono investiti dall’accusa di “blasfemia” e, in particolare, una giovane donna, Asia Bibi, condannata semplicemente a causa della sua fede in Gesù Cristo…”.

 

SECONDO NOI- Napolitano silenziato, perché?

            Primo quesito. Se un Presidente della Repubblica laico e dalle radici politiche a tutti note, ancorché da sempre rispettosissimo dei valori religiosi e mai avaro di riconoscimenti per il ruoli che i cattolici hanno svolto e svolgono nella vita nazionale; se un capo dello Stato italiano con un simile identikit si affaccia a una tribuna internazionale particolarmente qualificata e solenne come il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite, per esprimere, accanto alla preoccupazione per la crisi libica, il suo personale “choc” per il delitto Bhatti consumato in Pakistan e per esprimere solidarietà a quel popolo e alla famiglia dell’ucciso; se infine uno come Giorgio Napolitano alza la sua voce a Ginevra per chiedere “speciale protezione” in favore di “gruppi vulnerabili quali sono le comunità cristiane in alcuni Paesi”: ebbene, si può e si deve definire tutto ciò una notizia degna di pubblicazione? La risposta, scorrendo l’intero panorama della stampa italiana di ieri, è no. Nessuno (a parte una fugace citazione in un servizio dell’inviata dell’Unità) ne ha parlato. Secondo quesito: come mai? Il dibattito, se lo si vuole, è aperto.(M.T.)

 

            Cerchiamo quindi anche noi, ognuno nel proprio ambito, piccolo o grande che sia, di essere veri testimoni della fede che professiamo.


  CARO DON LODOVICO
di Marta


 

 

Il 10 aprile, nel quinto mese dalla sua morte, durante la Santa Messa di commemorazione, un suo vecchio chierichetto (ora stimato professionista), Luigi Camilli, leggerà “L’inno alla Vergine”, dal Paradiso di Dante e verrà distribuita un’immaginetta  a suo ricordo.

            Più il tempo passa e più sentiamo la sua mancanza ed ecco affiorare alla mia mente tanti particolari di vita vissuta, un percorso di tanti anni: tutti quelli che lui ha trascorso qui tra noi, prima a Nicola-Isola, poi a Luni. Ricordo il tempo dei restauri nella chiesa di Nicola; il rifacimento della pavimentazione interna ed esterna e il risanamento delle mura della piccola chiesa di Isola.  Certo, trovava anche chi gli dava una mano; in quel tempo ci fu uno, che possedeva un’Apecar che gli fu molto utile per il trasporto di cemento, calce, rena, marmi… Il Don soleva dire: “Ha lavorato più di un asino!”.

            Poi arrivò a Caffaggiola nella chiesa del Preziosissimo Sangue. L’ho visto rimboccarsi subito le maniche e vangare, potare vigne e roseti. E intanto nascevano il sagrato, il piazzale ma soprattutto il nuovo oratorio. Tutto questo seguiva senza mai dimenticare la sua missione di Parroco e quindi la cura delle anime. Ricordo quella volta che andò a comprare le piantine da trapiantare nell’orto dalla Franca. La trovò inginocchiata dentro la serra mentre sistemava dei vasetti; le disse: “Questo, Franca, è il più strano modo di pregare che ho visto: ogni vasetto una preghiera e si ottengono bei risultati!”. Anche  la Franca ci ha lasciati: amo pensare che la passione per la terra li accomuni anche lassù.

            La sua presenza la sentiamo sempre quando gli occhi si posano sul cancello della canonica; ci pare di sentire il rumore della macchina che teneva sempre un po’ accelerata; la tonaca svolazzante, il sorriso aperto; quella positività che riusciva a infondere negli animi. Don Lodovico era anche un magnifico conoscitore dell’essere umano.

Quante volte torno col pensiero a quel suo modo di trapiantare le talee, di come riusciva a farle crescere verdi, fiorite e rigogliose: “E’ veramente dotato del “pollice verde”, dicevamo noi. “No, è come  curare un’anima: io so come ‘concimarla’!”. Certo, piacerebbe anche a noi avere il proprio nome scritto “nella valle dove cresce l’anima”. A noi piace anche ricordare le sue prediche durante le funzioni dei morti: sapeva cogliere nel segno, lo spirito del defunto; si sentiva la gente che diceva: “ Che belle predica; quando muoio voglio che mi portino qui, da questo prete”.

Sono passati quasi cinque mesi da quando se n’è andato e quel che più conta è che ci ha lasciati più ricchi per il fatto di averlo conosciuto, ma un po’ più poveri per il fatto d’averlo perduto.


 

  LA MADONNA DELL’ACQUASANTA (Marola)
di Paola G. Vitale


 

 

 

            Il pullman da Ortonovo è una realtà consolidata, così questo primo sabato di marzo ci siamo ritrovati numerosi per la visita a Maria Santissima in Marola, guidati da padre Victorio, costeggiando la statale che prosegue per Portovenere. Poi, a piedi, abbiamo risalito una scalinata ed abbiamo raggiunto una piazzetta e da lì,in processione col Vescovo e numerosi sacerdoti, preceduti dalle Confraternite, ci siamo incamminati verso il Santuario. E’ stata una bella salita, al culmine della quale, si scorge una vasta collina ben popolata, che sembra sorretta da un vasto costone roccioso. Quindi si scende tra le numerose abitazioni e proprio appoggiato al costone di roccia, compare il Santuario,sobrio e dimesso al suo esterno, come se fosse un po’ dimenticato.

            Ora, devo dire che mi aspettavo di vedere una sorgente o fontanella, ma di essa non v’è traccia e il libretto del Santuario dice che la freschissima sorgente, a cui si accedeva da una comoda scala, è stata interrata e coperta da un piccolo parco giochi per bambini. Il libro dice che la chiesa attuale è sorta dove già nel 1548 esisteva un oratorio dedicato alla Madonna. L’interno del Santuario presenta un pregevole altare risalente al 1682 e benedetto lo stesso anno, il 21 dicembre.

            Il miracolo più accreditato è quello riguardante la tremenda siccità dell’anno 1702. Allora, per la fervente preghiera di una certa Chiara Mori di Marola, la Madonna fece sgorgare dalla sorgente da tempo inaridita un’acqua pura e copiosissima, che arrivò in ruscello fino al mare. Si ricorda pure lo scampato pericolo dal colera del 1835. Sopra l’altare si alza, tra due colonne unite da architrave, la bella immagine della Madonna col Bambino, incorniciata in legno che appare antico.

            Bella è stata la concelebrazione; consolante la vista di numerosi sacerdoti, diaconi e seminaristi; profonde e incisive la parole del vescovo Francesco che ci invita ad una fede più visibile, anche ad onore dei tantissimi martiri che ancora oggi, in almeno 60 nazioni, versano il loro sangue per Gesù tra tanta persecuzione.

            Buona Quaresima e Santa Pasqua a tutti.


  Diario di un parrocchiano di Casano- San Giuseppe
di Giuseppe Franciosi


 

 

 

            Oggi inizia la Quaresima; alle ore 18 sono nella nostra chiesa (San Giuseppe) per partecipare alla Santa Messa. Come è tradizione, anche quest’anno è piena di gente; sono presenti anche parecchi uomini; vengono distribuite tante sante Comunioni e alla fine ci mettiamo al centro della chiesa, tutti in fila, e riceviamo, sulla fronte, le Ceneri da padre Onildo.

Venerdì, 11 marzo 2011.

           

            Questa sera, per la prima volta, facciamo la Via Crucis; presenti quasi venti: gli altri anni si cominciava con una quindicina. Io sono l’unico uomo. Gli altri anni la croce la portava la Maria, mia sorella; pensavo che quest’anno, dopo l’incidente ad una gamba, che l’ha tenuta lontano dalla nostra chiesa per alcuni mesi, avrebbe lasciato la croce a qualche altra donna, e invece anche quest’anno sarà lei a portarla: evidentemente si è ripresa bene e questo mi fa molto piacere.

Venerdì, 18 marzo 2011.

           

            Alle ore 17 sono in chiesa alla Via Crucis. Non ho niente da scrivere perché tutto si svolge come la settimana scorsa: stesse preghiere e anche la stessa partecipazione: ci sono tante donne e io sono il solo uomo.

Sabato, 19 marzo 2011.

           

Oggi è San Giuseppe, il Patrono della nostra parrocchia. Santa Messa alle ore 10 e alle ore 18: io partecipo a quella delle 18 (la chiesa, come tutti gli anni, è piena di gente).

            Mi piace rilevare che, durante la Santa Messa, nel confessionale c’è un sacerdote a disposizione di chi vuole confessarsi. Finita la Santa Messa, un bel gruppo di noi sale al Santuario, per una cena parrocchiale. Siamo una trentina; c’è molta allegria e ci sono tanti bambini: io me li guardo tutti e li trovo tutti meravigliosi. In alto sono appesi dei palloncini: ogni bambino riesce ad accaparrarsene uno e ci gioca.

            La cucina è stata meravigliosa, per qualità e abbondanza: io ho dovuto rinunciare a parecchie cose. Fra il personale della cucina ho ritrovato alcune ex alunne della mia Scuola Media: abbiamo rievocato quei tempi lontani e mi ha fatto tanto piacere sentire che bel ricordo hanno ancora dell’insegnante di matematica, la mia Giulia.

Domenica, 20 marzo 2011.

           

            Ieri sera ho festeggiato San Giuseppe al Santuario, oggi l’ho festeggiato in casa mia con parenti, amici e con Piergiuseppe. Tutti e due oggi abbiamo festeggiato onomastico e compleanno.

Venerdì, 25 marzo 2011.

           

            Anche questa sera, alle ore 17, sono in chiesa per partecipare alla Via Crucis. Come sempre è soddisfacente la presenza delle donne, ma questa sera c’è un’importante novità che riguarda gli uomini: questa sera la loro presenza si è raddoppiata, da uno siamo passati a due; c’è stato un aumento del 100%; è presente anche un altro uomo: Enzo, mio cognato.


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