N° 6 - Giugno 2022
PIETRO E PAOLO
di Antonio Ratti

Con un’espressione tipica del mondo del calcio, per la Chiesa Pietro e Paolo sono i gemelli della fede: tanto identici nella dedizione esclusiva e nell’impegno totale a diffondere ovunque la fede in Cristo, quanto diversi nel carattere e nella preparazione culturale. Entrambi raggiungono mète altissime di fede e di appartenenza a Cristo attraverso percorsi personali opposti: per Paolo la fede è razionale, per Pietro la fede è la ragione del cuore, cioè l’accettazione di un sentimento intimo di chi sa solo che senza Gesù la sua vita non ha sbocchi convincenti. E alla base della sua azione missionaria c’è questa certezza di futuro eterno promesso da Gesù che vuole trasmettere. Paolo, con la sua notevole cultura biblica, ha la consapevolezza che la parola di Gesù è veleno letale per la fede ebraica smontata pezzo a pezzo nella sua essenza e ricostruita con un collante nuovo, inusuale e difficile da accogliere: l’amore del Padre verso le sue creature alle quali dona il Figlio unigenito, non più l’autorità assoluta sui sudditi (l’obbedienza supina di Abramo che accetta di sacrificare il suo unico figlio). Per questo Paolo combatte a Gerusalemme con così grande determinazione i primi cristiani da essere inviato a Damasco per distruggere quella comunità di infedeli-traditori del Dio di Abramo e di Mosè. L’intervento divino sulla via di Damasco è la brusca chiamata a invertire la rotta e a diventare l’apostolo delle genti. E lo fa per tre anni in modo autonomo prima d’incontrare Pietro, Giacomo, Giovanni e gli altri Apostoli a Gerusalemme nel 49-50 d.C. in quello che viene definito il primo concilio della Chiesa, dove si discute animatamente, prima che diventi patrimonio di tutti senza riserve, l’universalità del messaggio di Gesù, liberando la Chiesa nascente dal cordone ombelicale con l’ebraismo ( non è necessario accettare l’ebraismo prima di poter diventare cristiani: è il Battesimo, non la circoncisione, che rende cristiani ). Paolo è il grande paladino dell’autonomia della Chiesa di Cristo dalla tradizione e dalla ritualità ebraica. Durante i suoi interventi in quel consesso sicuramente non sarà apparso a tanti gradito né simpatico, non solo per i contenuti teologici e organizzativi, ma anche per la foga appassionata, dove non c’è assolutamente polemica, con cui sostiene il dovere di portare le parole di salvezza lasciate da Gesù indistintamente a tutti i popoli del pianeta. Paolo potrà sembrare ruvido, ma conosce una sola legge, quella del tutto o niente: barcamenarsi  e vivacchiare non gli appartengono. E si spende tutto per Colui che gli ha fatto il dono di aprirgli gli occhi in modo burbero e spicciativo facendolo cadere da cavallo, ma che gli ha fatto conoscere  la realtà eterna dell’amore di Dio. La sua vita ha un senso e un valore soltanto nel dare al maggior numero possibile di “altri”, ciò che gli è stato donato per grazia divina e non per merito suo. La teologia paolina trova il suo punto focale nel mistero pasquale di Cristo morto e risorto. La Pasqua è la sostanza indispensabile e necessaria della visione che Paolo ha della salvezza e dell’uomo. E’ proprio attraverso la morte e la resurrezione del Figlio, che il Padre porta a compimento l’opera salvifica ristabilendo l’uomo peccatore nel giusto rapporto con Lui. All’uomo “vecchio” - la cui esistenza è segnata da una osservanza solo legalistica dei comandamenti della Torà e dalla fragilità della carne preda del peccato – si sostituisce l’uomo “nuovo”, il quale, abbandonandosi in toto alla grazia di Dio, vive di una fede operosa nell’amore e la comunità cristiana, la Chiesa, diventa corpo mistico di Cristo e i credenti popolo di Dio.
La fede di Pietro è nata ed è lievitata, insieme a quella degli altri Apostoli, prima con stupore, poi con convinzione sempre crescente, nella quotidianità con Gesù, quasi che Gesù si fosse ritagliato il ruolo di chioccia premurosa verso questi semplici pescatori, che ha deciso di trasformare in pescatori di uomini, per i quali apre un mondo nuovo ricco di prospettive e di speranze eterne. Anche gli scritti di Paolo  riconoscono la posizione autorevole e carismatica di Pietro: lo mostrano come primo testimone della resurrezione di Gesù, come punto di riferimento della Chiesa madre di Gerusalemme, come apostolo degli ebrei e dei circoncisi. Neppure il duro confronto tra Paolo e Pietro ad Antiochia (48 d.C.) e poi a Gerusalemme (49-50 d.C.) sul rapporto tra ebrei e pagani rispetto al nascente cristianesimo, incrina la stima e il rispetto reciproco, poiché è chiaro ad entrambi che l’obiettivo perseguito è il medesimo.

E’ difficile seguire la cronologia dei loro spostamenti nel medio oriente, ma, come tutte le strade portano a Roma, anche Pietro e Paolo arrivano a Roma e a Roma subiscono il martirio tra il 65 e il 67 d.C. Pietro durante il rinfocolarsi di una persecuzione neroniana è condannato alla crocefissione, condanna umiliante prevista per i non cittadini romani, mentre Paolo, arrestato a Gerusalemme su denuncia di alcuni ebrei, essendo cittadino romano, si appella all’Imperatore ottenendo, come suo diritto, di essere sottoposto a regolare processo nella capitale dell’Impero, ma anche il suo destino è segnato a causa della sua fede cui non intende rinunciare e trova la morte sempre sotto le  scriteriate persecuzioni di Nerone.
Guardando sulla carta geografica l’area del Mediterraneo orientale che va dalla Turchia, a Cipro, alla Grecia, al Libano, alla Siria, all’Illiria ( Dalmazia ) sino a Roma i viaggi missionari di Paolo ( in misura minore di Pietro ), quasi sempre ripetuti per controllare lo stato e i progressi delle comunità, e pensando ai mezzi di spostamento a loro disposizione, mi sono domandato come abbiano fatto, ma soprattutto cosa avrebbero fatto se avessero potuto disporre dei mezzi di locomozione odierni e della tecnologia in possesso dei media.
La conclusione è d’obbligo: quando si è grandi e con le idee chiare e decise, si possono fare egualmente  cose incredibili: Pietro e Paolo ne sono uno splendido esempio cui dovremmo prestare la massima attenzione e considerazione per operare col medesimo spirito e determinazione nel piccolo mondo che  ci sta intorno.  Non ci viene chiesto niente al di sopra delle nostre capacità.



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