N° 6 - Giugno 2022
CONCILIO DI NICEA (PARTE TERZA)
di Ratti Antonio

 Le decisioni prese dal Concilio a “grandissima maggioranza” (il virgolettato è per ricordare gli  spicciativi metodi di persuasione di Costantino) sono essenzialmente tre:
1) In mancanza di un’autorità verticistica, ogni provincia ecclesiastica (spesso coincidente con quella civile) aveva elaborato una propria dichiarazione di fede (es.: il Simbolo degli apostoli che nell’odierna liturgia della Chiesa latina si usa nel periodo quaresimale fino alla Pentecoste), così Eusebio di Cesarea propone di predisporre una dichiarazione di fede unica per tutti; nasce così il Simbolo niceno o Credo niceno, che contiene in sintesi tutte le verità di fede cui ogni cristiano deve fare riferimento. Recependo le deliberazioni dei padri conciliari, stabilisce la dottrina della consustanzialità del Padre e del Figlio, cioè, nega che il Figlio sia creato (genitum, non factum) e che la sua esistenza sia posteriore al Padre, ma ante omnia saecula (prima di tutti i secoli, cioè fuori dal tempo che è segno di non-infinito). In questo modo l’arianesimo che si rifaceva, come detto, al concetto aristotelico di infinità e unicità, viene negato e respinto senza appello. Inoltre è ribadita l’incarnazione, morte e resurrezione di Cristo, in contrapposizione alle teorie gnostiche, molto presenti in diverse comunità cristiane, negazioniste della crocifissione.
2) Viene dichiarata e riconosciuta la nascita virginale di Gesù, definita così nel Simbolo niceno: “Gesù nacque da Maria Vergine”. Nonostante il Vangelo di Marco sia esplicito, si ritiene opportuno ribadire il concetto teologico in un documento conciliare.
3) Viene condannato come eretico in toto il pensiero cristologico di Ario, che ritiene Gesù privo della stessa natura divina del Padre.
Il documento conclusivo porta come prima firma quella del rappresentante imperiale, il vescovo Osio, e subito dopo quelle dei due legati di papa Silvestro, a conferma che alla Chiesa di Roma si comincia a riservare un segno referenziale, ma non ancora di primato. Soltanto i due vescovi citati nella puntata precedente negano la firma nonostante le pressioni minacciose di Costantino e vengono allontanati dalle loro sedi episcopali.
 Le altre decisioni prese hanno lo scopo di uniformare e armonizzare il funzionamento delle comunità, la liturgia e la disciplina: in sostanza è il primo tentativo ecumenico di dare un segnale forte di unità anche su questioni extra dottrinali. Molto importante è l’unanimità di consenso sul metodo per stabilire la data della Pasqua finora celebrata secondo la tradizione. “Sembra cosa indegna che nella celebrazione di questa santissima festa si debba seguire la pratica dei Giudei…” (Eusebio di Cesarea). “E’ improprio seguire i costumi dei Giudei nella celebrazione della Pasqua”  (Teodoreto di Cirro).  La crocifissione e la resurrezione di Gesù avvengono in occasione della festa ebraica: per evitare che le due Pasque coincidano si decide di fissare per tutti la Pasqua cristiana alla prima domenica dopo il plenilunio successivo all’equinozio di primavera. Una lettera fatta circolare in occasione della prima festa di Pasqua con le nuove norme sulla data, annuncia con gioia la raggiunta unità di fatto dell’intera Chiesa.
Vengono stabiliti anche 20 canoni (regole o leggi ecclesiastiche) su argomenti di natura disciplinare e regolamentare. Ne cito alcuni:

1)    Proibizione all’autocastrazione, suggerita e attuata per eliminare le tentazioni della carne;

3)  Proibizione della presenza di donne nell’abitazione di un chierico (le cosidette virgines subintroductae);

4)    Ordinazione di un vescovo in presenza di almeno tre episcopi della provincia ecclesiastica e conferma del metropolita;

5)    Obbligo di tenere almeno due sinodi all’anno in ciascuna provincia;

6)    Preminenza dei vescovi di Roma e di Alessandria;

15)  Proibizione di trasferimento di episcopi e di presbiteri dalle loro città;

17)  Proibizione all’usura da parte dei chierici;

19)  Dichiarazione che le donne diacono sono da considerarsi come i laici, cioè non hanno alcun ruolo consacrato;

      20)  Proibizione di inginocchiarsi durante la liturgia della domenica e nei giorni pasquali fino alla Pentecoste.
Alcuni di questi canoni sono comuni a quelli del Concilio/Sinodo di Arles a dimostrazione di quanto sia sentita l’esigenza di fare ordine e unità. Con Nicea è si comincia a porre fine alla fase delle comunità organizzate col metodo “fai da te”: ormai l’enorme diffusione della nuova fede non lascia più spazio allo spontaneismo dottrinale, organizzativo e liturgico.
L’imperatore Costantino si fa carico di trasmettere e far pervenire il documento conclusivo, contenente il Credo di Nicea e i venti canoni, a tutti i vescovi invitandoli ad accettare le decisioni del Concilio per il bene dell’unità della Chiesa, sotto la minaccia della destituzione e dell’esilio.  Allora questi metodi erano molto in voga, perché ritenuti adeguatamente persuasivi. Paradossalmente in breve tempo gli ariani e le altre sette condannate come eretiche riguadagnano la libertà di azione e i diritti perduti, soprattutto per merito di Eusebio di Nicomedia (firmatario solo per non perdere il posto e non andare in esilio), che ben introdotto a Corte, usa tutta la sua influenza per spostare il favore di Costantino verso i vescovi ariani che vengono reintegrati nelle loro sedi episcopali, mentre i più ascoltati sostenitori dell’homooùsion vengono deposti ed esiliati: Eustazio di Antiochia, Atanasio di Alessandria (padre della Chiesa), Marcello di Ancira. Ario dal suo esilio in Illiria (Dalmazia) si prepara a tornare a Costantinopoli (nel frattempo fondata e costruita come nuova capitale dell’Impero) per essere riaccolto nella Chiesa, ma muore nel 336. Nel 337 muore anche il voltagabbana Costantino dopo aver ricevuto il battesimo, molto probabilmente, da un vescovo ariano.



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