N° 3 - Marzo 2014
SAN GIUSEPPE
di Antonio Ratti


Chi è Giuseppe e qual’è il suo ruolo nel piano di salvezza predisposto da Dio per gli uomini?  Degli Evangelisti ne parlano solo Matteo e Luca, fornendo scarne notizie. Nemmeno si preoccupano di indagare bene sulla genealogia che porta a re Davide. Infatti, Luca sostiene: “Gesù quando cominciò il suo ministero aveva circa trent’anni ed era figlio, come si credeva, di Giuseppe, figlio di Eli ; mentre Matteo dice che “Giacobbe generò Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù, chiamato Cristo”. Sicuramente il suo è un ruolo di comprimario, ma assolutamente non marginale, perché l’accettazione di un figlio non suo è consapevole e totale. Giuseppe si pone al servizio della volontà divina come la sua sposa Maria. Durante la presentazione al Tempio, 40gg dopo la nascita, Giuseppe se ne assume giuridicamente la paternità, inserendo Gesù nella regale stirpe di Davide e impegnandosi alla sua crescita e educazione: impegni che Giuseppe svolge puntualmente. Ma andiamo con ordine.
Dopo l’annunciazione a Maria, l’arcangelo Gabriele, quasi a voler confermare la straordinarietà dell’evento che sta accadendo in lei, le dice che anche la più anziana e sterile cugina Elisabetta è in attesa di un figlio ed è al sesto mese. Maria va a trovare la cugina e torna a Nazaret dopo la nascita di Giovanni, detto il Battista. Solo ora Giuseppe si accorge della gravidanza della sua promessa sposa e, “da uomo giusto, non voleva ripudiarla, decise così di allontanarla in segreto” (Mt).  L’uomo non sa darsi una risposta all’inquietante interrogativo, finché nel sogno l’angelo gli offre la soluzione: “Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, perché quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo. Ella partorirà un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli salverà il suo popolo dai suoi peccati” (Mt).  Giuseppe fa come indicato dall’angelo, prende con sé la sua sposa, accettando il mistero della maternità e le successive responsabilità. Dopo tre mesi da Nazaret, in Galilea, si reca con Maria a Betlemme, in Giudea, per censimento della popolazione dell’Impero, indetto in Palestina dal governatore Quirinio. Qui Maria, assistita da Giuseppe, dà alla luce Gesù, “che fasciato, fu posto in una mangiatoia, perché non vi era posto per loro nell’albergo” (Mt). Dopo otto giorni, Gesù riceve la circoncisione e dopo 40 giorni tutta la famigliola si reca al Tempio di Gerusalemme per la presentazione. Forse i tre sono ancora a Betlemme quando in sogno Giuseppe è avvertito delle intenzioni omicide di Erode, così prepara e attua la fuga in Egitto. La durata dell’esilio egiziano non è noto, ma, ancora un sogno, lo avverte che può rientrare a Nazaret, dove la fanciullezza di Gesù trascorre serenamente con la mamma e il padre che esercita il mestiere di tektòn, titolo generico per indicare un addetto all’edilizia; oggi diremmo carpentiere e non il più restrittivo mestiere di falegname: all’epoca il legno era molto utilizzato per la costruzione delle abitazioni, mentre l’arredamento era poca cosa, molto essenziale e limitato.
Solo una volta la famiglia si sottrae all’anonima normalità quotidiana. Luca ci racconta che con altre numerose persone va in pellegrinaggio a Gerusalemme per festeggiare la Pasqua presso il Tempio. Sulla via del ritorno a sera Giuseppe e Maria si accorgono che Gesù, dodicenne, non è nella comitiva. Tornano indietro e, dopo tre giorni di affannose ricerche, lo trovano impegnato a discutere nel Tempio con i dottori. Maria gli domanda: “Figlio, perché hai fatto così? Ecco tuo padre ed io, angosciati ti cercavamo”. La replica di Gesù è secca: “Perché mi cercavate? Non sapevate che devo occuparmi delle cose del Padre mio?”. Da tale dura risposta, che non ammette repliche, si può desumere che Giuseppe e Maria devono essere consci, almeno parzialmente, della missione di Gesù. Tornati a Nazaret, Gesù cresce in sapienza, età e grazia e diventa adulto, sottomesso ai genitori; aiuta con impegno il padre nel suo lavoro, tanto che un evangelista lo chiama direttamente tektòn e l’altro il figlio del tektòn. A questo punto il silenzio più assoluto scende sull’intera famiglia a dimostrazione che tutto procede nella consueta quotidianità. Anche dall’inizio della vita pubblica di Gesù, intorno ai trent’anni, Giuseppe non è mai citato, neppure indirettamente, il che fa pensare che sia già morto. La conferma ci è data, quando Gesù dall’alto della croce affida la madre Maria all’apostolo Giovanni. Ho trovato il 18 d.C. come data della morte di Giuseppe, ma non ho capito sulla base di quali elementi. Completato il suo compito di “padre putativo” (dal verbo latino puto, credere, quindi “creduto padre di Gesù), probabilmente muore poco prima che il “Figlio dell’uomo” inizi la sua missione pubblica, spirando serenamente tra le braccia di Gesù. Non a caso è venerato come il patrono della buona morte.

Giuseppe, come si è capito, è il mite sposo di Maria, il capo della Sacra Famiglia nella quale nasce, per opera dello Spirito Santo, Gesù, Figlio di Dio, Padre e Creatore. Orientando la propria vita sulla lieve traccia di alcuni sogni, attraverso i quali gli angeli recano i messaggi del Signore, diventa il punto fermo della esemplare e responsabile paternità. Oggi, se prima di prendersi e lasciarsi con banale superficialità, si pensasse alla famiglia messa in piedi  e custodita con amore da Giuseppe, forse molti avvocati e psicologi familiari dovrebbero cambiare mestiere. Giuseppe non è un assente o un signor nessuno, è solo un silenzioso, scrupoloso, disponibile, obbediente esecutore dei piani di Dio, sebbene a lui siano poco comprensibili. Per l’ebreo, infatti, è fondamentale rispondere, sempre e comunque, alla volontà di Dio, senza chiedere spiegazioni, perché solo Dio sa cosa è giusto fare o non fare.
Intorno alla sua figura i Vangeli apocrifi si sbizzarriscono. Vale la pena di riportare una leggenda sul matrimonio con Maria. In quella occasione vi sarebbe stata una gara, indetta dal sacerdote Zaccaria, tra gli aspiranti alla mano della giovane, che, dopo nove anni vissuti al servizio del Tempio, a 12-13 anni ha raggiunto l’età del matrimonio. Quella gara la vince Giuseppe, in quanto il secco bastone che lo rappresenta, come da regolamento, sarebbe prodigiosamente fiorito. La leggenda vuole significare che dal ceppo inaridito del Vecchio Testamento fiorisce la grazia della Redenzione.

San Giuseppe non è solo il patrono dei “papà” come “sublime modello di vigilanza e provvidenza,” ma è anche patrono della Chiesa universale con festa liturgica il 19 marzo. Oggi è molto onorato e festeggiato in campo sociale e nel mondo del lavoro manuale, quale patrono degli artigiani e dei lavoratori tutti con festa liturgica, proclamata da papa Pio XII, il primo maggio. Papa Giovanni XXIII nel discorso di apertura gli affida il Concilio Vaticano II. Il culto di san Giuseppe nel passato ha raggiunto vette altissime e lo dimostrano il numero elevato di chiese che affermano di avere una reliquia autentica. Qualche esempio: la chiesa di Notre-Dame a Parigi conserverebbe gli anelli di fidanzamento di Giuseppe e di Maria; una chiesa di Perugia possiede solo, si fa per dire, il suo anello nuziale; la chiesa dei Foglianti di Parigi ha frammenti di una sua cintura; in una chiesa di Aquisgrana sono presenti alcune fasce che avvolgevano le gambe e i calzari; in Santa Maria degli Angeli di Firenze, i frati camaldolesi sono certi di possedere il suo bastone, non si sa se quello fiorito. La conclusione è una sola: cari papà moderni, di notizie certe su S. Giuseppe ne abbiamo pochissime, eppure sono più che abbondanti per guardare a lui come ad una guida sicura, prima di piangerci addosso per aver anteposto tutto  il resto alla cura e all’educazione dei figli. Giudici, avvocati e psicologi non dovrebbero mai mettere un dito o il naso tra un padre e un figlio: se lo fanno, un padre sbaglia o ha già sbagliato. 



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