N° 3 - Marzo 2014
I nostri poeti
  Amore lontano
di M. Franca Alieta Serponi



 

E’ sera:

sola cammino in riva al mare

sui sassi consumati dal mare

come la vita ha fatto coi miei giorni.

Seguo le stelle che luccicano

nel cielo d’estate;

la voce del mare in sottofondo

mormora una dolce canzone d’amore.

Un gabbiano insonne urla

la sua gioia di vivere

alla luna, alla brezza leggera

che porta sogni e desideri.

O stelle luminose,

andate a ritroso nel tempo,

cercate il mio amore lontano

e riportatelo a me:

lo legherò con catene

intrise di baci,

con carezze ed abbracci,

e poi, come in sogno,

salirò la scala invisibile

che porta alla luna,

e lì, nella luce del cielo,

sarà l’eterna felicità.

 

                           


  Cred’m, Nicola
di Mario Orlandi



 

La corpa la n’è la mia

sa son scapà:

la coriera, l’aqua,

la com’dità d’ogidì

la manchev’n…

e quest t’l sé, Nicola.

Studiar a Carara,

lavorar a Masa o a Spezia

gh’er ‘n sacrificio groso…

 

Al so:

te t’ofriv giogo,

divertiment’ e vita

da secoli,

e me, come tanti,

a t’ho abandonà.

 

Ma, cred’m, Nicola,

ho perso

pu ch’a n’ho guadagnà:

l’amicizia gh’è solo n’t’la carta,

la gioia e i dolori

gh’en come la rogna

che ognun i s’li grate,

la festa e i av’nimenti,

i scor’n veloci

e senza scosa…

 

A son scapà

con ‘na scusa,

mo arvegn da te

con cento e mil motivi

chi rend’n omi i omi,

amici i amici,

vera la v’rità…

 

Arvegn da te

e a port tanti amici,

tanti amici to, VERI,

p’r stimolar la modernità

r’sp’tand la storia,

quela vera e sana,

ch’là t’ha visto

grando fra i grandi,

onorà e r’sp’tà

p’r la parola

che ‘na vota dà

t’ sav r’sp’tare.

 

Me, come tanti tu figh’oli,

a son un che la parola

i la manten

p’r v’derte arfiorire

e viv’r  fra i grandi,

p’rché… a scian sta

e a scian con te: a scian Nicolesi.

                       

 

CREDIMI, NICOLA – La colpa non è mia se sono scappato: la corriera, l’acqua, le comodità d’oggidì mancavano… e questo tu lo sai, Nicola.  Studiare a Carrara, lavorare a Massa o a Spezia era un sacrificio grosso… Lo so: tu offrivi gioco, divertimento e vita da secoli, e io, come tanti, ti ho abbandonato. Ma, credimi, Nicola, ho perduto più che non ho guadagnato: l’amicizia è solo nella carta, le gioie e i dolori sono come la rogna che ognuno se la gratta, le feste e gli avvenimenti scorrono veloci e senza scosse. Sono scappato con una scusa, adesso ritorno da te con cento e mille motivi che rendono uomini gli uomini, amici gli amici, vera la verità… Ritorno da te e porto tanti amici, tanti amici tuoi, veri, per stimolare modernità rispettando la storia, quella vera e sana, che ti ha visto grande fra i grandi, onorato e rispettato per la parola che una volta data, sapevi rispettare. Io, come tanti tuoi figli, sono uno che la parola la mantiene per vederti rifiorire e vivere fra i grandi, perché… grandi siamo stati e siamo con te: siamo Nicolesi.

 

            Con questa bella e struggente dichiarazione al suo paese natale concludiamo la pubblicazione delle poesie dell’amico Mario, tratte dal libro Pane per la memoria. Chi lo volesse lo può trovare nelle cartolerie del nostro territorio o richiederlo direttamente all’Autore.

La Redazione ringrazia sentitamente Mario e lo invita a “passarci”, se vuole, qualche altra poesia.



  Parole mancate
di Roberto Bologna (1985)



Le parole mancate

al momento giusto

un giorno mi saranno facili.

Mi usciranno dalla bocca

Senza paura,

e come onde

d’un mare in burrasca

si frantumeranno sugli scogli.

 

Un ragazzo in costume

in cerca di conchiglie

troverà un amore sulla sabbia,

e non capirà.

 

Mi uscirà dalla bocca

un sorriso maturo

e dagli occhi

una lacrima in silenzio,

e, come pioggia

in un giorno di primavera,

cadrà su un fiore.

 

Un ragazzo a piedi nudi

in cerca di lumache

troverà un dolore nel giardino

e condannerà

una vespa innocente.

 

                          

  UN MISTERIOSO BURATTINAIO
di Maria Giovanna Perroni Lorenzini (da La casa sepolta, ed. Albatros)



 

Poveri burattini

Poveri burattini appesi ai fili!

Che botte che vi date e con qual foga!

Che passioni mostrate e che furori!

Sembra che odi e amori siano veri,

forse, a voi stessi che li recitate.

Ma altro è il desiderio che vi muove

e che vi scaglia gli uni agli altri addosso:

è impazienza del laccio che vi serra;

è voglia d’esser iberi un istante

da quel destino impostovi dall’alto,

piccoli mimi di un copione trito,

che da millenni è ripetuto e noto.

Ed intanto il padrone, tutto lieto

dell’applauso, sogghigna e i soldi intasca;

e voi, laceri e pesti, insieme ammucchia.

 

 

 

                Mia madre è rimasta per me un enigma: non sono infatti mai riuscita a capire come, con tante doti (aveva ad esempio decoro, fondamentale onestà, mancanza di invidia, disinteresse verso il denaro, capacità di sacrificarsi non solo per i suoi cari, ma anche per persone o animali che avessero bisogno di lei) non fosse poi capace un comportamento più riservato nei confronti delle intimità delle persone che erano suoi famigliari, verso le quali, ad ogni minima mancanza, diveniva subito icastica e pungente. Forse l’errore stava proprio nel suo dare tanto; e siccome tanto dava, altrettanto pretendeva. Ma il suo dare tanto dipendeva forse da passionale attaccamento di bambina, che non da quel sentimento di persona adulta, che ama, ma di un’amicizia razionale e controllata, come quella di cui tanto bene parla Cicerone nel suo De amicitia. Il fatto è che la saggezza di questo tipo di affetto le era sconosciuta. I suoi, più che amicizie, furono amori violenti e irrazionali, come si possono avere nell’adolescenza. E infatti più o meno a quell’età lei si era fermata. Non aveva voluto crescere oltre, non aveva accettato la sua età adulta. Spesso, da vecchia,  diceva che dentro si sentiva ancora un’adolescente. E in realtà lo era; capricci e tutto.
In qualche modo era questo l’atteggiamento che più la rendeva simile a suo fratello, lo zio Mino. Diverso il sesso e quindi la vita, le esperienze, il comportamento. Ma in sostanza entrambi continuarono fino alla vecchiaia a vivere come due bambini, o, al massimo, come due adolescenti. Sono però convinta anche che, sia pure solo sotto certi aspetti, e nonostante l’evidente serietà nel lavoro e in altri campi, un po’ adolescente era rimasto anche mio padre. Ed io, che adolescente ero veramente, già allora mi sforzavo di scoprire quale o quali potessero essere state le cause di tale evidente interruzione nella crescita di tutti loro. Importante fu certamente il fatto che non si aiutarono a maturare minimamente per mezzo degli studi. Mio padre lo fece, ma solo troppo tardi e, anche se già vecchio, ne ebbe sicuro giovamento.
Nella poesia sopra riportata parlo di burattini. Quando l’ho composta, stavo appunto pensando ai miei e alle loro lotte. Il paragone potrebbe sembrare irriverente, anche se in quel momento io non li vedevo come inerti marionette dei teatrini da bambini o pupi siciliani; ma avevo in mente i burattini di Mangiafoco nella favola di Pinocchio; burattini incapaci di movimento autonomo, ma senzienti e parlanti, umani cioè in tutto il resto. E il burattinaio? A lui non riconoscevo nemmeno l’umanità di Mangiafoco, che nasconde dietro l’aspetto terribile un cuore addirittura troppo sensibile; ma di lui, ora, non saprei dire esattamente di chi o di che cosa sia la personificazione: questo è un compito superiore alle mie forze. E’ il fato cieco, inesorabile, il solito diavolo che ci ha messo la coda? Forse sì, se si pensa ai terribili fatti di quell’epoca tragica. E’ la personificazione di un’educazione rigida e austera, che servì solo a plagiare gli individui più deboli, come mia madre e forse anche mio padre; oppure li indusse a una vana ribellione, la quale esaurì le loro forze, contro dei pregiudizi inculcati come verità indiscutibili, come credo sia accaduto per zio Mino? E’ possibile. O è la punizione, legittima, della storia, che si riversava, oltre che sui miei, su tutta una classe che, vinta dagli eventi, non sapeva fare altro se non tenersi attaccata alle rovine del crollo, senza minimamente adattarsi ai cambiamenti? Sembra vero anche questo. Forse queste ragioni sono valide tutte; e sono state da me, poeta, concentrate nella figura di quel burattinaio. Forse ne esistono anche altre di ragioni, che io non so individuare chiaramente; ma ricordo bene, quando scrissi quella poesia, il burattinaio colpevole al posto dei burattini, era vivo e presente innanzi a me, lo conoscevo bene, e non avevo alcun dubbio su chi o che cosa potesse mai essere.

 

                                       

  Signore, ascoltami
di Marisa Lisia




Perché, o Signore mio,

questa mia prepotente giovinezza

rimane ancora in me

ormai vegliarda

e forse inadeguata?

Mutilate le mie ali

agisce in me potenza.

Fammi custode dei tuoi

silenziosi richiami

e fammi essere

una tenue sorgente di luce

per i miei fratelli più piccoli.

L’anima mia cerca

l’anima tua, Signore,

e sul tuo cuore

il mio cuore, pago,

tace,

in accorato ascolto.

 

                  


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