N° 5 - Maggio 2019
IL CROCIFISSO
di Domenico Lavaggi (prete e vostro conterraneo)


Perché questo titolo? Lo scoprirete leggendo questa mia esperienza.Trentatré giorni dopo essere stato ordinato prete il vescovo mi mandò a Levanto come coadiutore-curato del parroco di S. Andrea. Arrivai il giorno di domenica 1 agosto del 1954 e subito il parroco mi affidò, come servizio pastorale, la cura degli adolescenti dell’azione cattolica. Al primo incontro un ragazzo mi disse: “non creda che tutti i giovani di Levanto appartengano a questa associazione e neppure all’associazione Araldini dei Padri Francescani! La maggior parte di essi sono liberi per le strade ed i locali pubblici”. Ricordando l’esempio di “Barba” Domenico, che andava a trovare i pescatori a Fegina perché la domenica non potevano frequentare la chiesa dovendo andare a pesca, mi misi a caccia dei ragazzi di strada; ne trovai un gruppo che divideva il proprio tempo giocando a “calcio balilla” in un bar presso la Pubblica Assistenza Croce Verde e la spiaggia; un secondo gruppo giocava a pallone ai giardini pubblici, disturbando gli anziani che sedevano al fresco e i bambini più piccoli intenti ai loro giochi. Mentre cercavo i ragazzi incontrai un uomo, anche lui in cerca di qualcosa: si chiamava Pietro Rosa, pittore di La Spezia, che cercava angoli caratteristici o soggetti speciali per i suoi quadri. Nel 1964 il Vescovo mi affidò la cura pastorale della parrocchia di S. Teresa di Gesù Bambino, nei quartieri popolari e periferici di La Spezia. La casa canonica, al piano terra, era composta da studio parrocchiale, cucina ed una grande sala che immaginai fosse adibita a sala da pranzo, ma quando arrivarono da Serravalle mia madre e mio fratello, decidemmo di mangiare in cucina, essendo l’unico locale riscaldato e, guardando quella che secondo me era la sala da pranzo, notai che aveva una grande parete nuda. Pensai che in quella parete disadorna ci sarebbe voluto un quadro per abbellirla, così pensai a Pietro Rosa, il pittore che avevo conosciuto a Levanto. Gli telefonai e lui prontamente venne. Guardando la parete in argomento anche lui disse che ci sarebbe voluto un grande quadro e subito realizzò uno schizzo su carta da disegno che raffigurava una famiglia di pescatori seduta sulla spiaggia. Il soggetto mi piacque immediatamente perché mi ricordava la mia vita di giovane prete. La chiesa di S. Teresa era simile ad un capannone di fabbrica, in linea con l’ambiente, e notai che era completamente disadorna, l’unico addobbo era un grande crocifisso posto sopra l’altare. Il mese successivo Pietro Rosa mi telefonò dicendomi che il quadro per la canonica era terminato ed era esposto in un negozio di via S. Agostino a La Spezia. Andai a ritirarlo e, mentre uscivamo per metterlo in macchina, passò un signore anziano che disse a voce alta: “finalmente Rosa si sveglia!” Notando la bellezza ed i colori del quadro, ingolosito, parlai con Rosa e lo portai in chiesa dicendogli “desidero una grande pala da mettere sull’altare sotto la croce; deve rappresentare il Cristo deposto dalla croce”. Insieme andammo in un negozio della città per acquistare la tela. Lui la ordinò larga 4 metri e alta 2 in quanto aveva in mente una scena grandiosa; il passo successivo fu di ordinare, dal falegname, una cornice in legno di noce. Passati alcuni giorni mi invitò nel suo studio di Via Lunigiana in un locale ricavato da una casa contadina. Quando arrivai vidi che la tela era stata messa nel telaio e Rosa stava disegnando a carboncino le figure che poi avrebbe dipinto. Così, ogni pomeriggio, andavo ad assistere alla nascita del quadro, apprezzandolo ogni giorno di più e, mentre dipingeva, io gli raccontavo ciò che il Vangelo dice a proposito della scena in questione. Nel quadro sono presenti le figure di Gesù deposto, simile a qualunque uomo deposto, morto sul lavoro, sulla strada o in guerra; per questo Rosa ha sempre citato il dipinto come “l’Uomo deposto”, mentre io gli dicevo “Gesù Uomo deposto”. Devo dire una cosa che può sembrare incredibile: la figura di Gesù, uomo deposto, mi ha sempre ricordato Michelangelo per la potenza della scena rappresentata. San Paolo, nella lettera alla comunità cristiana di Filippi (città della Macedonia), scrive “ Cristo Gesù, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la Sua uguaglianza con Dio, ma spogliò se stesso assumendo la condizione di servo divenendo simile agli uomini, facendosi ubbidiente fino alla morte di croce; per questo Dio l’ha esaltato e Gli ha dato un nome che è al di sopra di ogni altro nome, perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra ed ogni lingua proclami che Gesù è il Signore a gloria di Dio Padre”. Michelangelo, nel Giudizio Universale, ha raffigurato Gesù Signore e Giudice. Rosa, nel quadro, ha raffigurato Gesù servo uomo, obbediente fino alla morte, ma con una potenza che li accomuna. Le altre figure rappresentano Giuseppe di Arimatea, proprietario del terreno in cui verrà poi posto Gesù nel sepolcro e che Giuseppe aveva scavato per se stesso e Giovanni, Apostolo ed Evangelista – l’unico apostolo presente sul Calvario e un giovane rappresentato nell’atto di spingere Giovanni che sostiene il corpo dell’uomo deposto. Questa figura mi ricorda l’evangelista Marco che scrive: “mi stavo coricando per la notte quando udii che nella strada passava una folla urlante; uscii per seguire il corteo che si dirigeva verso un uliveto al di là del torrente Cedron; tra la folla vi erano le guardie del tempio che, arrivati nell’uliveto, presero Gesù e lo legarono per portarlo via. Gridai per farmi riconoscere e un soldato cercò di catturarmi ma riuscii a fuggire rifugiandomi nei vicoli della città ed a rientrare così in casa”. A sinistra del quadro si nota la figura di una donna che rappresenta Maria di Magdala, la quale sostiene un braccio di Gesù deposto. Rosa mi disse che la giovane donna era l’immagine della propria figlia. A destra del quadro si vede un gruppo composto da una donna seduta a terra e che stringe tra le braccia un bambino piccolo e dietro di lei un uomo incappucciato, che rappresenta Niccodemo (un famoso maestro ebreo discepolo nascosto di Gesù). Vedendo la donna con il bimbo in braccio guardai Rosa meravigliato chiedendogli: “se la donna è la madre di Gesù, cosa ci fa con il bimbo in braccio? “E lui mi rispose: “lo vedi che sei poco intelligente? Non lo sai che una madre, quando perde un figlio è come se lo stringesse tra le braccia ancora bimbo?” Poi con un tono ironico aggiunse: “ma voi preti non dite che la Madonna è la madre di tutti gli uomini? E allora quel bimbo “sono me”.” Questa è la firma di Rosa nel quadro. Il vecchio alle spalle della madre tiene le mani appoggiate su di lei e sembra volerla proteggere e confortare, ma Rosa mi disse: “è lui che ha bisogno di protezione e conforto perché la donna è più forte dell’uomo!” Quando il quadro fu posto in chiesa Rosa mi disse: “la scena rappresentata è dura e triste, ma se noi abbiamo la forza ed il coraggio di salire la montagna, la striscia di azzurro che compare sulla cima del monte significa che al di là della scena esiste il sole e la luce di Dio. La pala ora si trova alle Grazie nel convento Olivetano, perché Rosa è nato in quel paese ed è giusto che là sia conservata e nella chiesa che è stata la mia parrocchia per tanto tempo e che ho amato, è rimasto quel crocifisso dal quale Gesù, chinando lo sguardo, sembra che dica “dov’è finito il mio corpo?” Il corpo di Gesù è in Paradiso con il Padre dove speriamo di essere accolti anche noi. Quando, o se, entrate in chiesa, guardate bene il crocifisso sull’altare e pensate: rappresenta il servo di Dio che ci trasporta con se verso il Padre

 





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