N° 7 - Luglio-Agosto 2018
I Vangeli del mese di Luglio
di Claudia Pugnana

           

Dom. 1/7/18 – XIII° Dom.T.O.- Anno B (Mc 5,21-43)

Nel brano evangelico di oggi troviamo la narrazione di due miracoli operati da Gesù nel villaggio di Cafarnao che sorge sulle rive del lago di Tiberiade, detto anche, per la sua vastità, Mare di Galilea.
Gesù è circondato da “molta folla” viene avvicinato da un uomo, Giairo, uno dei capi della sinagoga locale.
I compiti dell’Archisynagogos Giairo erano quelli di guidare spiritualmente e praticamente la comunità religiosa del villaggio: sceglieva le persone che dovevano guidare la preghiera o leggere la Torah in sinagoga e si preoccupava della manutenzione dell’edificio del culto.
Giairo, inginocchiandosi davanti a Gesù, lo implora di andare a casa sua per guarire la figlioletta moribonda. Gesù accoglie la richiesta e tenta di andare verso l’abitazione dell’ebreo ma la “molta folla” che lo circonda lo rallenta. Nella calca una donna che soffriva di emorragie ha un progetto: vuole toccare il mantello di Gesù perché crede che, toccandolo, guarirà. La sua malattia per la cultura ebraica la rendeva impura e pertanto non poteva partecipare alla vita sociale. Dopo aver tentato di guarire affidandosi alla sapienza dei medici e spendendo tutti i suoi averi senza avere alcun vantaggio, cerca l’aiuto in Gesù. Il suo agire ci appare come un gesto superstizioso, come un rituale magico, come un ultimo tentativo, quasi dicendo:” … proviamo anche questo …”
Ma Gesù non si offende pur essendo considerato l’ennesimo tentativo: la donna tocca il mantello e immediatamente guarisce.
La guarigione avviene anche se “scippata”, anche se Gesù alza la voce chiedendo: “Chi mi ha toccato il mantello?” avendo sentito la potenza guaritrice uscire da Lui … La guarigione c’è perché Gesù è Amore! Tutta la Sua Persona, anche inconsciamente, fa solo il Bene …  perché Lui È il Bene! La fede ottiene il miracolo e Gesù lo sancisce con la frase:” ... Va in pace e sii guarita dal tuo male”.
Eccoci poi davanti alla scena solenne della ragazzina ormai morta, che però Gesù definisce dormiente. L’evangelista vuole farci capire che con Cristo la morte diventa un sonno da cui Egli ci “risveglia”: questo è il significato del comando di Gesù “Talithà kum!” (Fanciulla alzati … dal sonno!).
Il risveglio della fanciulla è paragonato alla resurrezione di Gesù, infatti la traduzione greca del testo utilizza lo stesso verbo “alzarsi”.
Dopo averla svegliata Gesù la affida alle cure della famiglia e ordina “Datele da mangiare!” a sottolineare che a Lui toccano i prodigi e agli uomini la soddisfazione dei bisogni primari: a Lui la straordinarietà, a noi la quotidianità.

 

Dom.  8/7/18 – XIV° Dom. T.O.- Anno C (Mc 6, 1-6)

Gesù fa ritorno a Nazareth, “nella sua patria”: la Sua presenza, la Sua predicazione e i Suoi miracoli suscitano sorpresa tra i suoi concittadini, i quali manifestano però anche un certo sarcasmo nei suoi confronti.  Agli occhi dei nazareni egli è soltanto un tekton, in greco “un lavoratore del legno”, della pietra e del metallo (termine generico per indicare gli artigiani, i carpentieri e i muratori) che usa le mani per lavorare, non per compiere prodigi!!!
Egli è “il figlio di Maria”, una donna nota nel villaggio (è curioso che non venga citato il padre) e ha “fratelli “e “sorelle” in paese (secondo il linguaggio orientale con questi termini si indicano solitamente i “cugini”).
…. UNA CURIOSITA’: per le Chiese orientali Giacomo sarebbe il fratellastro di Gesù, un figlio avuto da Giuseppe in un precedente matrimonio ….
A questa freddezza pregiudiziale Gesù reagisce con un proverbio popolare dal significato evidente: “Un profeta non è disprezzato che nella sua patria …” Gesù, dandosi il nome di profeta, accomuna la Sua vita a quella dei profeti che l’hanno preceduto, a tutti coloro che hanno tentato, prima di Lui, di far conoscere il vero volto di Dio …. ma sono stati rifiutati ed uccisi. Egli sente già pronunciata su di sé la medesima condanna da parte di quelle persone per la cui salvezza è venuto. Ma al Suo amorevole progetto di formazione la maggioranza del popolo reagisce indispettito, ritenendolo un’empietà e una degradazione della figura del Messia…Il Messia, secondo la fede ebraica, deve essere Qualcuno superiore, totalmente diverso e sconosciuto all’uomo, per niente coinvolto nelle bassezze umane…
Un Dio così prossimo all’uomo rende inquieti i compaesani di Gesù, che preferiscono un Dio nascosto dal velo del Santo dei Santi, dentro il Tempio di Gerusalemme o abitante lontano, nell’alto dei cieli.
Comunque nonostante questo atteggiamento di rifiuto Gesù non si scoraggiò: guarì alcuni malati (“pochi” … dice San Marco, con un velo di tristezza, come per comunicarci che se rifiutiamo la persona di Gesù rifiutiamo il Suo amore e la salvezza …) e continuò la sua missione nei villaggi vicini.

 

Dom. 15/7/18 – XV^ Dom. T.O. Anno B - (Mc 6,7-13)

Il Vangelo di oggi ci parla della prima missione dei Dodici.
Il Maestro li chiama vicino a sé prima di inviarli a due a due per sottolineare il fatto che l’evangelizzazione è un atto comunitario che ha la sua origine in Gesù.
(Il numero due ha un significato simbolico e ovunque compaia nella Bibbia richiama la presenza dell’altro, del prossimo problematico, come è l’ebreo per il cristiano e …. il cristiano per l’ebreo! Due devono essere i testimoni affinché la testimonianza sia valida - Dt 19,15-).
Il loro compito primario sarà quello di cacciare gli spiriti immondi che tolgono all’uomo la libertà. Quando l’uomo avrà il cuore puro potrà essere evangelizzato e, se malato, guarito.
Secondo l’evangelista Marco Gesù compie quattro esorcismi: prima per un ebreo, quindi per un pagano, poi per la figlia piccola di una pagana (7,24-30) e per il figlio piccolo di un ebreo (9,14-29). Con la storia di questi quattro incontri vittoriosi sul male si vuole sottolineare il fatto che Gesù purifica gli appartenenti alla sua generazione e quelli delle generazioni future; il suo operato è universale (il quattro nella cabala ebraica corrisponde al mondo poiché quattro sono i punti cardinali, e a tutto il creato poiché quattro sono gli elementi fondamentali: aria, acqua, terra e fuoco).
Il missionario viene dispensato dal preoccuparsi delle sue necessità materiali, perché a soddisfarle ci penserà Dio stesso. Il missionario avrà soltanto i sandali e un bastone: i sandali per proteggere i suoi piedi dalle asperità (pietre aguzze, spine, scorpioni …) che potrebbero ostacolarlo negli spostamenti, il bastone per appoggiarsi nel momento della stanchezza, ma da usare anche per difendersi.
Gesù invita i suoi inviati a cercare una casa e lì istituire un punto d’incontro nel quale accogliere le persone, pregare insieme al gruppo e organizzare la vita della comunità: la modalità usata per la missione in Galilea sarà il modello della prima Chiesa, dopo la Pentecoste.
Nel caso in cui una città non li accolga o, pur avendoli fatti entrare, non li ascolti, i discepoli devono manifestare la loro disapprovazione con un gesto ben noto a tutti gli Israeliti: dovranno scrollare la polvere dai loro piedi.
Quando gli Ebrei rientravano in Palestina da una qualsiasi terra pagana avevano l’obbligo di scuotere dalle loro vesti e dalle loro calzature la polvere raccolta lungo il cammino per non contaminare la Terra santa.
L’ascolto della Parola di Dio annunciata dagli Apostoli ha il potere di purificare qualsiasi uomo e qualsiasi nazione, ma condannerà all’impurità quanti non la accoglieranno.
Iniziando la missione scacciano i demoni e guariscono i malati. Si parla anche di un’unzione che aiuta il malato a guarire.
L’olio veniva usato nell’antichità poiché lascia un segno indelebile e dà forza con il suo altissimo potere calorico.
Nel popolo ebreo venivano unti i Re, i Sacerdoti e i Profeti …. oggi nella Chiesa cattolica vengono unti i battezzandi, i cresimandi, le mani dei sacerdoti e i malati con l’intenzione di consacrare a Dio le persone, le mani … e di dare la forza al malato per superare la crisi.
 

 

Dom. 22/7/18 –XVI^Dom.T.O. – Anno B- (Mc 6,30-34)

I discepoli sono invitati a partire di nuovo, perché la missione deve raggiungere il suo pieno compimento. La conversione che hanno predicato ora deve attuarsi in una vita di comunione diversa e nuova: chi si converte deve conoscerne il programma e gli scopi.
Ma prima della nuova esperienza Gesù invita i suoi a ritirarsi in un luogo deserto per riposare un po’. Il riposo non è soltanto la sospensione del lavoro ma anche il possesso e il godimento dei suoi frutti.
Nella Bibbia troviamo molti riferimenti al concetto di riposo che
per Dio Creatore è il giorno del godimento dei prodotti del lavoro fatto nei sei giorni precedenti Gn 2,2 e Es 31,17), per l’uomo è libertà (Dt 5,15) e festa e delizia (Is 58,13), per il popolo ebreo è la terra promessa da Jahwè e sognata dal popolo schiavo in Egitto e errante nel deserto, per i Cristiani è il cielo e la comunione con Dio (Ap 14,13).
Gesù e i discepoli si spostano con una barca verso un luogo deserto, ma alcuni li vedono partire, altri vengono a sapere che si stanno spostando e una gran folla si raduna nel luogo dove stavano andando. Gesù vede coloro che si sono radunati e comprende i loro bisogni: l’evangelista Marco li definisce “pecore che non hanno pastore”.
Il Maestro dà inizio alla sua opera di Pastore e il dono della Parola è la prima cura che utilizza per consolare le sue pecore, poi darà il pane da mangiare. Il primo contatto di Gesù con la folla risponde al bisogno vicendevole di conoscersi. Non sappiamo il contenuto del discorso di Gesù ma sappiamo che ha parlato a lungo e la folla lo ha ascoltato. Prima di sfamarli, e lo farà col prodigio della moltiplicazione dei pani e dei pesci, Egli vuole ricostruire la loro umanità vera, trascurata e deturpata dal cercare di soddisfare i bisogni primari.
Troviamo lo stesso modo di agire nel racconto di Marta e Maria (Lc 10,38-42), quando Gesù loda Maria che ascolta il Suo insegnamento anziché preoccuparsi dei preparativi per il pranzo, e nell’incontro con i discepoli di Emmaus (Lc24,13-35), quando, prima di spezzare il pane, “spiegò loro la Legge e i Profeti”.
Nella liturgia della Santa Messa abbiamo la stessa sequenza di azioni: celebriamo prima la Liturgia della Parola e poi la Liturgia eucaristica.  


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