N° 7 - Luglio-Agosto 2018
Storie dei lettori
  IL ’68…… E DINTORNI……
di Millene Lazzoni Puglia



Quello della seconda metà del ‘900 è stato un cambiamento epocale, definito “Rivoluzione culturale” e passato alla storia come “Il 68”, perché quel preciso momento è caratterizzato dalla contestazione studentesca, femminista e operaia. Il tutto parte dall’America per arrivare poi in Europa: rimbalzando da Londra a Parigi, dove alla “Sorbona”, come all’americana “Columbia University”, si vive il famoso “maggio rovente”.  Poi, con effetto domino, la rivoluzione contagia Berlino, Amburgo, Roma.
In tutte le più importanti Università sorgono barricate con occupazione permanente da parte degli studenti che chiedono di poter dialogare con le strutture e i professori. Gli slogan delle manifestazioni di piazza sono per una scuola più libera, con più diritti e meno padroni, che portasse i giovani ad una maggiore libertà culturale. Naturalmente la contestazione è rivolta anche alla famiglia nella quale i giovani si sentono oppressi e non abbastanza liberi di scegliere il proprio futuro. E’ giusto ricordare che in quelle contestazioni non mancano gli scontri con le forze dell’ordine che procurano anche alcune vittime. Sebbene in un contesto totalmente diverso, forse, una di queste potrebbe essere Luigi Tenco, giovane e promettente cantautore, che si suicida poiché non accetta la sconfitta della sua molto innovativa canzone (ancora oggi cantata di frequente) a vantaggio di una “vecchio stile.”  Era il Festival di Sanremo del 1967.
Come dobbiamo considerare “il 68”, una “leggenda” o una tragedia?
Ancora oggi dopo 50anni qualcuno se lo chiede, perché i cambiamenti che ne sono seguiti non sono tutti positivi: dalla scuola chiusa, troppo severa e selettiva siamo passati all’eccessivo buonismo, e da qui alla troppa leggerezza il passo è breve, fino ad arrivare da parte dei giovani all’arroganza e prepotenza e, spesso, alla violenza verso i compagni e nei confronti dei professori, segno evidente della perdita di quei valori che sono fondamentali per una società civile. E’ il degradante fenomeno del bullismo e delle baby gang. Anche la donna comincia a conquistare la tanto “agognata parità”, ma ha finito per “conquistare” anche certi difetti, da sempre, tipicamente maschili, come il vizio del fumo, del bere alcoolici con eccessiva spregiudicatezza che la impoverisce e la danneggia fisicamente nel suo ruolo di madre.
I primi segni di questa svolta epocale li troviamo già dopo il conflitto mondiale, quando gli alleati americani ci fanno conoscere tante cose nuove, da quelle più importanti come gli antibiotici a quelle più leggere come le calze sintetiche, la gomma da masticare, fino al ballo rivoluzionario del Boogie Woogie. La ricostruzione post bellica e il boom economico creano ottime possibilità di lavoro per tanti migliorando non poco il tenore di vita. Certi lavori, come la mezzadria, non hanno più spazio e vanno esaurendosi. Nel 1954 nasce la televisione con un solo canale, ma molto educativa e il grande cinema italiano, il “neorealismo”, è conosciutissimo e apprezzato in tutto il mondo. Tra questi film “Poveri ma Belli” mette in evidenza la voglia dei giovani di vivere in modo sano la loro giovinezza e le piccole cose del quotidiano senza sentire il bisogno di droghe varie che non conoscono neppure di nome. Proprio in quegl’anni di boom economico si viveva una grande contraddizione: moltissimi devono abbandonare i loro paesi natii per andare a lavorare nel Nord Italia, in Svizzera, in Francia e Belgio, dove sono riservati loro i lavori più duri e meno gratificanti e, non sempre, sono rispettati come meriterebbero. Non si può fare un paragone con l’immigrazione odierna degli extracomunitari per vari motivi: per es., allora per emigrare era necessario avere un contratto di lavoro. La differenza è sostanziale: nessuno può andare verso l’ignoto, al contrario di quanto accade oggi, nella convinzione che peggio non si potrà stare. Per la donna italiana il diritto al voto è solo l’inizio di una lunga serie di novità positive. Il merito di un’altra importante svolta, per il suo valore mediatico, và ad una ragazza siciliana, molto coraggiosa che nel 1965 rifiuta il matrimonio riparatore con uno spasimante respinto, che la rapisce e la violenta brutalmente. Franca Viola, così si chiama, passa alla storia per essere stata la prima donna a ribellarsi al secolare e diffuso malcostume, solitamente impunito o punito parzialmente da una legge maschilista sul “delitto d’onore”. Sicuramente questo evento offre un buon contributo alla sua abolizione alcuni anni dopo. Oltre ai cinquantenni di oggi nel 1965 nasce il primo computer, fanno la loro comparsa la minigonna e i jeans. Il gruppo dei Beatles, che esplodono in Inghilterra, ma rapidamente conquistano il mondo intero, per la bravura e l’originalità della loro musica, danno inizio alla moda dei “capelloni”: una vera rivoluzione. Non per caso gli anni ’60 sono definiti “mitici” perché sono tante cose nuove e belle che arrivano, ad iniziare dal mondo della scienza in piena evoluzione con il primo trapianto di cuore nel ’67 eseguito con successo a Città del Capo dal dott. Barnard e a seguire dalle notevoli scoperte che apportano benefici a tutti come il vaccino antipolio del dott. Sabin e tanti altri farmaci per debellare malattie fino allora incurabili. Di quel periodo è la nascita della plastica che da delizia, in pochi decenni, è diventata un problema drammatico. A volte le scoperte dell’uomo nel lungo periodo si rivelano un pericolo reale per la salute dell’uomo e per l’eco sistema del pianeta: basta pensare al carbone fossile, agli scarti del petrolio, all’amianto.
Anche le autostrade hanno le loro colpe, perché, se si sono rivelate un volano per il turismo di massa, hanno fatto trascurare il vecchio caro treno, che sembra riprendersi la rivincita con l’alta velocità. Sempre quegli anni vedono la nascita dei “miti” moderni come James Dean, Marilyn Monroe, Elvis Presley, missionario del Rock and roll insieme ai grandi gruppi musicali come i Rolling Stones, i Pooh e tanti altri. Le balere diventano discoteche animate dai Dj e si cambia anche lo stile musicale con l’avvento degli “urlatori” che pongono fine alla canzone all’italiana considerata sdolcinata. Irrompono sulla scena musicale anche i “cantautori” che cantano le proprie canzoni. Genova è considerata sicuramente la “culla” e la scuola di questi autori con F. De Andrè, G. Paoli, L. Tenco, F. De Gregori, Br. Lauzi, U. Bindi.
Per non farci mancare niente, quelli sono gli anni della guerra fredda tra Russia e America con la pace sempre in pericolo. Gli anni ’60 negli USA sono caratterizzati dalla estenuante lotta della popolazione afroamericana per ottenere i diritti civili negati e l’eguaglianza con i bianchi. Ormai era inconcepibile l’apartheid nelle scuole, nel lavoro e, persino, sui bus e ovunque. Il gesto di una piccola-grande donna nera, di nome “Rose,” cambia il corso della storia rifiutandosi di lasciare il posto a sedere sul bus nella zona riservata ai bianchi e pagando con il carcere questo “reato”. La lotta all’eguaglianza tra cittadini è guidata da Martin Luther King che nel 1968 paga con la vita il sogno di vedere il popolo nero rispettato ed eguale nei diritti e nei doveri ai bianchi. Ai funerali partecipa un solo uomo bianco che pronuncia parole di ammirazione e lo chiama fratello: si tratta del senatore Robert Kennedy.
Ma torniamo all’Europa di cinquant’anni fa, quando la Russia, ancora URSS
( unione delle repubbliche socialiste sovietiche ), seconda potenza mondiale negli armamenti, tenta di espandere la sua influenza politica e militare in Europa e nel Medio Oriente. E’ un chiaro regime autoritario e antidemocratico tanto che si impedisce di andare a ritirare in Svezia il premio Nobel assegnato allo scrittore Boris Pasternak autore del romanzo “Il dottor Zivago.”
Ricordo che si parlava poco degli effetti, ritenuti collaterali della guerra come i campi di sterminio e le “foibe” della ex Jugoslavia titina.
In Italia si parlava molto di politica e ci si credeva: il Partito in primo piano è la Democrazia Cristiana, con il Partito Comunista (P.C.I.) subito dopo. Per molti italiani quest’ultimo era il partito dei lavoratori, dell’eguaglianza sociale, senza padroni, ignorando che in Russia e in Cina gli analoghi si erano trasformati in dure dittature. Quando in Italia l’entusiasmo per la ricostruzione post bellica è alle stelle, arriva il disastroso terremoto della valle del Belice in Sicilia. A dire il vero è il dopo terremoto ad essere più disastroso e vergognoso per la fallimentare e costosissima ricostruzione non ancora terminata. Appare in tutta la sua evidenza l’Italia che cresce a due velocità: il Nord e il Sud. Il ’68 diciamo che ha innescato conseguenze positive che arriveranno negli anni seguenti come la riforma del diritto di famiglia che rende la donna uguale all’uomo in linea di principio. Nelle case di tutti arrivano per i loro prezzi divenuti abbordabili i frigoriferi, la Tv a colori, la lavatrice e l’utilitaria. La contestata Legge Basaglia, che chiude i manicomi (veri lager) restituisce la dignità di malato ai tanti rifiutati dalle famiglie e dalla società. Il grande ottimismo ha una brusca frenata con la prima crisi petrolifera che evidenzia quanto la civiltà industrializzata sia molto fragile nelle sue attività petrolio-dipendenti. Il boom economico crea squilibri nella comunità civile (i troppi ricchi e i troppi poveri), così si giustificano i protagonisti del terrorismo italico che insanguina molte piazze italiane facendo vittime illustri e innocenti.
Mentre nel centro-nord dell’Italia il fanatismo ideologico produce il terrorismo con le sue vittime, nel sud la mafia e le organizzazioni omologhe colpiscono integerrimi uomini delle istituzioni con crudeltà inaudita ( es. la strage di Capaci ).
Che dire ancora del ’68 e dintorni? Ci sono dei grandi cambiamenti anche del territorio per le eccessive costruzioni edilizie senza rispetto per i luoghi più belli, né per la sicurezza delle persone e dell’ambiente. Il benessere crea consumismo e il consumismo produce tanto “scarto da rottamare”, così nasce il problema dei rifiuti, specie di quelli non riciclabili come la plastica. Ritenuta per anni la manna che ha permesso il passaggio dalla vendita dei prodotti alimentari, e non, sfusi a quella confezionata con imballaggi sempre più ingombranti e non biodegradabili. Per ora questo andazzo non sembra fermarsi, se ne parla soltanto. Desidero terminare ricordando il grande Giuseppe Ungaretti che ottantenne ci lascia proprio nel ’68, riportando alcuni suoi versi preziosi per l’uomo, perché riconoscere il propri sbagli non è nel DNA umano:


Io ho lavorato,
lottato, sofferto,
io ho avuto vittorie e sconfitte.
Insomma  sono stato un uomo

come tanti altri.

Un uomo capace di sbagliare
e di riconoscere i propri sbagli.
Capace di amare

e di non odiare mai.

  Cercando… Magonza
di Paola G. Vitale



Tanto incuriosita, l’ho cercata e trovata nel regno di Germania, sulle sponde del fiume Reno, in pieno entroterra, il tutto a pagina ottantuno dell’Atlante Storico n° 1, dove compare la grande espansione arabo-islamica.
Magonza era la Sede Vescovile del Vescovo Bonifacio, nominato dal Papa Gregorio II col nome di un martire romano e confermato dal Papa Gregorio III per l’evangelizzazione del territorio tedesco. Formatosi nelle abazie benedettine come Exeter ed oltre, Vicefrido, dal Regno Anglosassone chiamato a Roma, colpì fortemente con la sua efficace predicazione e fu nominato arcivescovo del territorio germanico. Grande fu la sua opera di fondazione di chiese e monasteri come la celebre abazia di Fulda. Bonifacio il 5 giugno del 754, trovò il martirio con circa cinquanta suoi seguaci, in un agguato di truci ladroni in Frigia dove intendeva riprendere la sua opera di predicazione, uscendo dalla sede di Magonza.
Questa mia piccola ricerca è nata dall’entusiasmo creatosi in me, nello sfogliare l’Atlante Storico n° 2, dove non ho trovato indicata Magonza, bensì tutto l’evolversi di popoli, potenze, vane guerre e battaglie navali nel corso degli anni e dei secoli. Ma la potenza dell’arte, degli amanuensi, degli artisti fanno esaltare la potenza dell’anima umana intrisa di Dio. Pensandoci bene, dobbiamo un grande ringraziamento a Dio Padre per essere nati in Italia, da genitori cristiani, nella nascente Repubblica Italiana, fortemente cercata e voluta da tanti eroi e festeggiata questo 2 giugno 2018 dopo oltre sessant’anni di pace e di laboriosa ricerca di sviluppo sociale.
C’è un’altra cosa che vorrei dirvi, che riguarda la cultura. L’Atlante Storico è un formidabile, succinto fornitore circa la formazione europea, nella sua cristianità, capace di rigettare le grandi invasioni di turchi, ottomani moreschi, arabi islamici.
Rendiamo grazie a Dio

…e rivediamo un po’ gli Atlanti Storici!

5 giugno 2018 San Bonifacio

 

  I duelli e i processi
di Romano Parodi


Quando Ceccardo diceva: “sarà quel che sarà”, c’erano duelli in vista.
Ne fece quattro: con Riccardo Betti di Carrara (direttore della rivista: Il Cariona), col quale, dopo essersi feriti entrambi, finì in una sbicchierata; con il marchese on. Ollandini di Sarzana; con Luigi Beccherucci, giornalista dell’Elettrico (Ge), che poi, diventerà suo intimo amico fino alla morte. Lo nominerà anche nel testamento e alla di lui figlia dedicò una bella poesia.  Il quarto con Alessandro Vivaldi. Fu ferito in tutti e quattro, ma molti altri furono sventati dagli amici. Tutti duelli, fatti per controversie editoriali.
(E’ a Beccherucci che Viani, sempre in trentino, informato della morte di Ceccardo, invia quel telegramma, che, per me, è la dedica più bella (molte le vedremo in seguito): “Caro Luigi, porta una corona al fratello mio, immortale; scrisse versi che quando gli italiani sapranno leggere e scrivere per lor conto e diletto, arderanno inconfondibili nel sole”. Gennaio1918 – Viani, al fronte, riceve una cartolina. Un talloncino di giornale.
V'era incollato sopra un avviso funebre: «Ieri quietava il suo lungo strazio mortale in Lavagna, Francesca Giovannetti, compagna amorosamente devota del poeta Ceccardo Roccatagliata Ceccardi. Nata da umile gente del Frignano, fu donna di aperto intelletto e di cuore generoso.
Oh! possa, rasserenata e memore, rivivere nell'eternità di Dio, a cui ella credeva».
Una firma, - Ceccardo - e basta. Questo per dire che i due furono sempre in contatto).
Ceccardo subì, inoltre, una decina di processi. Ne conosciamo alcuni curiosi: quello per la sconsacrazione del ponte sul Magra (mah...), quello per abuso di titolo d’alto lignaggio, quando, interdetto dalla sentinella di passare il ponte del Frigido, dopo un imperioso «Chi va là», urlò: – “Il marchese Ceccardo Roccatagliata Ceccardi, dei feudi di Ortonovo” (denuncia ridicola). Tre a Modena o Parma. Uno con un proprietario terriero, uno per aver impedito con una rivolta popolare la manomissione della fonte del Baronio; uno per non aver visto incluso il suo nome “tagliente” in una lista per le elezioni amministrative nel Comune di Pieve Pelago: da solo assalì la torre rossa di Sant'Andrea e suonò le campane a martello. Fu denunciato. Il manipolo d’Apua con i suoi avvocati, guidati dagli amici avv. Vico Fiaschi e Luigi Salvatori (Anarchismo a Carrara), correva da tutte le valli apuane a difenderlo: sempre assolto. “Volevo Waterloo e voi mi avete dato Borodino. Se eletto avrei fatto murare, nell'atrio del Comune di Pieve, una lapide repubblicana. Repubblicana, vi dico! - La poesia è una spiritual cosa!” -       Quello più interessante, per noi, è quello del 1902 a Genova (o Sarzana?). Ceccardo e suo fratello minore Luigi, scrittore anche lui, dovevano rispondere del reato, di “eccesso di legittima difesa” di un fatto avvenuto a Fossola nel 1897. Quando, il presidente del Tribunale, disse: «Per Luigi Roccatagliata l'azione penale è estinta perché defunto» Ceccardo sbiancò in volto e si alzò di scatto. «Mio fratello è morto!?», esclamò ignaro, e cascò di botto sul pancone, sorretto dagli amici; ma si riprese presto e venuto a conoscenza del come e del dove gridò: «Oh, che pie' di straniero non calpesti mai la sua tomba!». Ceccardo odiava tedeschi e austriaci: li chiamava “i barbari”.
Nel 1897 i due fratelli, che scrivevano sullo “Svegliarino” pernottavano a Fossola, vicino al cimitero, ai piedi del monte per Ortonovo, e con i loro articoli avevano “offeso” alcuni..., perciò furono assaliti e Luigi fu ferito con armi da taglio e da fuoco (19 giorni di prognosi). Ceccardo, corse in casa, caricò il “famoso” pistolone del bisnonno, e sparò loro dalla finestra. Al fratello dedicò poi una commovente poesia, che rievoca i tristi giorni in cui il destino lì separò:


“Ma quando ancora il destino,
con vigile passo salìa,
cacciandoci, dai domestici clivi, pel deserto del mondo,
 tu t’impennasti, o forte, io tolsi ai libri, tra veglie
Un magro arido pane, ed
un desio di gloria,
ma tu, le braccia aperte, ne l’opre balzasti d’un salto
impetuoso, chiedendo la fortuna e l’esilio…
Fratel, se da l’ombre mi scorgi, dì, non sorridi ancora?”


Luigi scrisse alcune novelle e, con tanta malinconia affettuosa ne parla il Nencioni, ed è citato anche nell’Ateneo Ligustico dello Spotorno. “Luigi - scrive Viani - anch'egli poeta d'aperto intelletto, sospinto dal pungolo del destino per le vie del mondo, dopo essersi assoldato negli Chasseurs d’Afrique, – la cavalleria della Legione straniera di Francia, – vedendosi caduto in una monotona vita di guarnigione di una cittaduzza fortificata sul confine del deserto, Sidi-Bel-Abbès, disertò, con armi e cavallo, raggiunse Tangeri e s'imbarcò come marinaro su di un brigantino genovese. Ritornato a Ortonovo riuscì, ad arruolarsi (con l’aiuto dell’avv. Bianchi), nella Guardia di Finanza. Morì, di tifo, a Frizzon, un solitario borgo delle Alpi Retiche; ed in quel piccolo cimitero, sul confine austriaco, davanti all'Alpe di Trento, fu sepolto”. Aveva 24 anni. Infruttuose la ricerca di alcune sue novelle. - Marcè, solo tu puoi trovarle, o nello “Svegliarino o nel Caffaro o nell’ateneo ligustico dello Spotorno”. Una ha per titolo: “Impressioni sui monti delle cave”, dalla quale, Ceccardo prese spunto per alcune poesie di “Apua Mater”.
- Manfredo Giuliani ed altri, hanno scritto che la disgrazia di Ceccardo è stato Lorenzo Viani: lo ha dipinto come un don Chisciotte. Sarà…ma lo stimava e gli voleva bene (e Ceccardo a lui: “A Lorenzo Viani – fratello d’amore e d’odio – ora e sempre”). Viani ha scritto quattro libri che parlano di lui, i primi due molto letti, e ristampati più volte. Sono: Ceccardo – Il cipresso e la vite – Roccatagliata – Giovanin senza paura –
-Caro Adriano Bologna; lo sai che il tuo amico, Luciano Viani, pittore, è bisnipote di Lorenzo Viani? Sono andato alla sua mostra, a Marina di Carrara, ti manda i saluti: vende addirittura un quadretto del bis zio. L’avrei comprato…, ma vuole 1200 euro...Ciao, se ci sei sempre, batti un colpo.
- La cosa che più mi ha affascinato in Ceccardo è questa: perché faceva paura a tutti - “era spaventoso nella collera” - ed aveva tantissimi amici che gli volevano bene?  La risposta la dà Montale: “Che corpo sproporzionato per quel cuore di fanciullo. Per la strada camminava impacciato dalla sua grandezza... Un bambino con piglio da eroe!” (Ai bimbi si vuol bene!). Quando uscì dall’ospedale, ai tempi della sottoscrizione lanciata dal Corriere della Sera, che la subì come un’umiliazione, era così povero che un medico gli mise due monete nella tasca a sua insaputa. Nella strada trovò un bimbo con il “famoso verdone” ferito. Ceccardo lo portò in una farmacia, lo curarono e medicarono, e le due monete, che gli avrebbero permesso un paio di pasti, se ne andarono, come se ne andò il verdone: “Che il grande o piccolo Dio degli uccellini, ti faccia vivere nel suo cielo!” -

p.s. Anche un mio bisnonno andò, nella Legione Straniera; anche lui tornò, ma, a differenza di Luigi, restò, fece il muratore e dieci figli (promemoria per il numeroso parentado: Algè, Parmì, Corì, Diana, Ugè, Carò – Paminò, Bak’iè, G’ièpe e Zighin, ‘l mi nono).

In difesa dell’ombra di Giosuè Carducci

Pieve Pelago - Ceccardo riceve un telegramma: “Ti aspettiamo al piano parlandoti la parola del dovere – Ave! Quelli di Apua”. Due giorni dopo Ceccardo era al quartier generale di Viareggio. L’indomani l’esercito apuano (“quintali d’intelligenze”) partì alla volta di Val di Castello, due km e mezzo da Pietrasanta; ma anziché in formazione di testuggine, dice Viani, su due carri mezzo sgangherati.  Sul primo il Generale con tutto lo stato maggiore, sul secondo “i giovani poeti”. Dopo una giornata di “battaglia”, contro carabinieri e paesani ignoranti (impedirono brutti restauri alla casa del poeta), Ceccardo dettò il telegramma per il ministro Credaro: «Propongo, in nome giovani poeti, spoglia immortale Maestro sia trasportata a Roma – Nel Foro - Vegliata una notte, e tumulata all’Aurora, al sommo dell’arco di Tito. - Ave», e così avverrà in seguito.
Rientrati a Viareggio, Ceccardo, esausto, si ritirò nella sua stanza: Al mattino andai a svegliarlo - scrive Viani - era ancora disteso nel letto. Aprii gli scuri, ed egli mi apparve nella sua immensità. Il grande corpo ravvolto nel candore dei lenzuoli mi sembrò che si allungasse smisuratamente. La testa sollevata sopra due guanciali era enormemente drammatica: la fronte alta si eguagliava per chiarezza al bianco delle coltri, gli occhi cerulei si affissavano nel vuoto, i capelli arruffati come due ciuffi di erba marina, chiudevano la fronte. La bocca sensuale ed irosa si contorceva in una smorfia dolorosa. Si sollevò. Era a torso nudo. Mamma mia…! Dalla parte del cuore la carne era aggricciata intorno ad una orrenda ferita rimarginata da anni, ed intorno ad essa una crivellata di sforacchiature annerite. Sull’avambraccio sinistro un taglio profondo che scendeva fin sotto l’ascella, e nel costato un enorme taglio lineare. Io lo guardavo terrorizzato, ed egli mi disse: “Lorenzino, ubbidire non è il tuo forte, ma quando il Generale ti chiama non ti dimenticare di queste ferite”. Un’altra mattina - scrive Viani - ritornai a trovarlo. L’ampia fronte, chiomata di capelli arruffati, emergeva col suo pallore, sul viso un po’ più scuro. “Ceccardo – gli dissi – tu soffri”. “No, è qualche asse riscaldato: lo Generale d’Apua è finito Lorenzo. L’umore è nero d’inchiostro. Il nero è nell’anima mia, e più miglioro, e più mi vien fuori senza pietà, come a certi animaletti di mare. Temo che questa malattia sarà senza rimedio” (poliartrite acuta).  (Per queste ferite fu riformato e non poté andare, con gli amici, volontario alla Grande Guerra: Il suo cruccio: ma s’impegnò con un’incessante propaganda, in tutte le piazze d’Italia, tanto che sulla lapide della casa natia, in via Caffaro, è scritto: POETA e PATRIOTA).


 



  La prosa d’arte di Ceccardo Roccatagliata Ceccardi.
di Francesca Bello


 
Poeta e scrittore complesso e contraddittorio, Ceccardo nasce a Genova, città ormai prossima a celebrare il quarto centenario della scoperta dell’America, aperta ad ogni innovazione e con l’ambizione di diventare capitale culturale del Sud-Europa, in sintesi una grande città internazionale. Per fare ciò, tutte le città che vogliono essere importanti cercano di “inventarsi”, di darsi un nuovo volto e lo fanno con tutti gli apparati possibili. Allora si inventano un’immagine urbanistica (basta pensare alla recente reinvenzione del porto vecchio da parte di Renzo Piano), artistica e letteraria.
Là dove ci sono grandi trasformazioni, ci sono anche le percezioni che alcuni uomini hanno di queste trasformazioni. La Genova di fine secolo dove Ceccardo viene a trovarsi è una città dove fervono i cenacoli letterari che erano frequentati da nomi che poi diventeranno famosi, come Camillo Sbarbaro, e che accoglievano in letteratura le istanze d’oltralpe dei poeti maledetti (Baudelaire, Verlaine, Rimbaud) e nell’arte le innovazioni dei simbolisti e dei divisionisti. In questo clima, dicevo, viene a trovarsi Ceccardo, uomo inquieto e desideroso del nuovo, e già formato al nuovo per aver frequentato a Massa il circolo culturale “La Pergola”, diretto da Giovanni Pascoli, suo professore di Lettere al Liceo classico di quella città. Ceccardo fu uno dei primi a intuire e, a tratti, a rendere grande la rivoluzione linguistica operata da Pascoli, quando ancora quest’ultimo era sconosciuto.
Quando Ceccardo torna a Genova da Ortonovo, dopo la morte della madre e il dissesto finanziario che seguì, vi giunge portandosi appresso un grosso bagaglio culturale e la giusta inquietudine che lo rendeva disponibile e recettivo ad ogni innovazione. Come dice egli stesso “Oh noi non possiamo che seguire l’evoluzione e commentarla: agevolare il cammino ai futuri: che importa se dei nostri versi, se delle nostre prose non sopravviverà neppure un frammento? (“Tra due secoli”, Gazzetta genovese, 11/07/1898). Poi i contatti con i pittori impressionisti, come Nomellini e Sacheri, hanno una grande influenza su di lui che ha bisogno di “dipingere scrivendo”.
Le prose di Ceccardo appaiono sui quotidiani dei giornali presso cui lavorava e su “La Riviera ligure”, rivista letteraria diretta dai fratelli Novaro e allegata alla confezione del famoso Olio Sasso, prima come bollettino della società olearia e, subito dopo i primi fascicoli, come rivista letteraria. Questa fu mediatrice della sprovincializzazione dei poeti che vi collaborarono e collocò Ceccardo tra quei poeti che, interpretando in senso pittorico il paesaggio, e l’anima della regione, seppero trasferire il patrimonio regionale dalla Liguria al contesto storico nazionale e poterono così entrare a far parte della Letteratura italiana.
Le prose di Ceccardo, oserei dire quasi tutte, pur trattando diversi argomenti che sfiorano anche temi filosofici, come quelle de “La Riviera ligure” per esempio, toccano i vertici più alti proprio nelle descrizioni del paesaggio e, proprio come gli impressionisti, nella “impressione visiva”, nella sensazione che il paesaggio dà allo scrittore e quindi, di rimando, al lettore. Il gusto e l’uso sapiente della parola, certamente eredità pascoliana, trasformano un semplice articolo da quotidiano in prosa lirica.
Proiettato verso il ‘900, ma ancora saldamente ancorato all’800, Ceccardo in questo periodo appare migliore prosatore che poeta (1895). La poesia con le sue costrizioni metriche non era ancora il registro su cui poteva spiegare il suo dire né il suo canto ed inoltre non poteva appagare la sua urgenza descrittiva che era troppo forte.
A dimostrare questa indubbia insofferenza per gli schemi troppo rigidi sta l’entusiasmo nell’aver accolto, uno dei primi, il verso libero di Walt Withmann che egli definiva “ il grande poeta americano libero e selvaggio come l’albero della vergine terra, l’umanitario ardente che abbraccia nella sua canzone l’esquimese dalla pelle di renna e il cafro dal muso di scimmia, il genio che per il primo ha calpestato tutte le antiche e moderne convenzionalità delle rettoriche e delle accademie, abolita la rima, e rinnovata la metrica…” (“Tra due secoli”, Gazzetta genovese, 11/07/1898).
Questa superiorità del prosatore sul poeta è spiegabile in quanto nella prosa egli ha la possibilità di curare assai meglio i particolari, di esprimere, attraverso un attento lavoro di cesello sulla parola, le “nuances” di colori e di ritmo di cui ormai era divenuto esperto.
Suona allegramente il campanile di Ortonovo, mentre qualche sparo di fucile o mortaretto rintona” oppure “I tetti gocciano, gocciano gli scheletri degli alberi”.

Si può perciò affermare che le prose hanno avuto l’inconsapevole funzione di preparare il terreno alla poesia o – per dirla con un motivo “sereniano” diventato quasi un “topos” -  di esserne “gli immediati dintorni”.
All’opposto di Vittorio Sereni, però, che considerava le sue prose come immediati dintorni della poesia (la poesia è centrale), leggendo Ceccardo sorge legittimo il sospetto che in lui fosse “centrale” la produzione in prosa e periferica quella poetica (almeno in questo periodo).
Infatti in questo momento Ceccardo esige dalla prosa quella coerenza lirico-musicale che il poeta chiede alla poesia in versi ed egli poté raggiungere questo obiettivo attraverso lo studio della parola, delle assonanze, della costruzione del periodo. Per questi motivi potrebbe essere considerato a buon diritto un anticipatore della prosa poetica e della tecnica moderna. Infatti nelle prose migliori egli tende sempre al raggiungimento di effetti lirico-pittorici che rimandano ai modelli dei simbolisti francesi e a quelle imitazioni o meglio ricostruzioni derivate da Rimbaud e Verlaine e che sono la testimonianza di una precisa consonanza poetica.
A tale scopo basterà ricordare “Les petits poèmes en prose”, meglio conosciuti in Italia come “Lo Spleen di Parigi”, e “Les fleurs du mal” di Baudelaire, anche se in Ceccardo mancano le implicanze sociali del famoso maudit.
E così Ceccardo anticipa la moderna prosa d’arte, zona impalpabile di confine fra prosa e poesia, di cui già Leopardi aveva sentito la necessità scrivendo le “Operette morali”.
Come ho già detto, la produzione in prosa comprende anche scritti filosofici, apparsi soprattutto su “La Riviera ligure”. Se, a questo punto, facciamo una distinzione fra la prosa d’arte e i saggi filosofici, si può notare che Ceccardo eccelle nei primi, anche se il tono lirico non è costante, mentre nei secondi appare talvolta forzoso e spesso non sorretto da una ispirazione adeguata.
Quindi, sintetizzando, la produzione iniziale, compresa fra il 1891 e il 1894, contraddistinta dall’ispirazione realistica e dalla descrizione per immagini, comunanza di Ceccardo con i pittori impressionisti Plinio Nomellini e Alessandro Sachesi, risulta la migliore, anche se la fantasia opera, per così dire “a lampi”, in rapidi quadretti secondo la tecnica divisionista. L’elemento più suggestivo della prosa ceccardiana è nella natura che si anima, nel saggio uso dei colori di cui preferisce le tinte pastello e il grigio. Egli dipinge più che descrivere, ama le personificazioni e le stagioni di mezzo, soprattutto l’autunno. Come poeta della malinconia ama la luna, come poeta del dolore ama la morte liberatrice. Ed è anche poeta religioso in senso romantico: la religione delle proprie radici, della propria terra.
Ecco alcuni brevi passi che riassumono Ceccardo pittore-prosatore e Ceccardo poeta.

Da “Foglie morte” (La Gazzetta del popolo della domenica, 01/11/1891)

Vorrei ancora vedere i lunghi pomari biancheggianti di fiori, le snelle rame de’ mandorli, de’ peschi, punteggiate di bocciuoli rosei, fremere a Favonio, ed occhieggiar le viole di cespugli verdi di fogliette pur ora nate, fra i ciuffi teneri delle erbe novelle […] L’anima s’accascia, il cuore piange […] io che al tempo allor gridai: cammina.”


Da “Note borghigiane” (La Gazzetta del popolo della domenica, 02/04/1893)
La processione cammina lentamente, allungandosi pei colli della borgata, tra le case grigie, i terrazzi antichi, allumati dalle lucerne, dalle lumachelle che i buoni villici hanno posto sui davanzali di macigno […] Poi finalmente esce dal paese, e per la strada, dalle vecchie mura diroccate, fra gli oliveti tinti in rosso dai roghi di pelo, s’incammina fantasticamente al Santuario del Mirteto, distante poche centinaia di metri. Davvero che allora fa una effetto stupendo la processione, vista dal borgo: la processione coi suoi mille punti ardenti che appaiono e scompaiono fra le siepi, i tronchi e i rialzi di terreno, coi suoi mesti salmi perdentisi nella notte buia, nella valle cupa, dove la Parmignola non vista urla![…][…]Intanto a poco a poco i roghi di pelo sui muriccioli, per le stradette, sui ciglioni muoiono, muoiono le lumachelle e le lanterne sui balconi; un negro silenzio avvolge il borgo deserto e i boschi grigi […]
“Certo lunghe storie d’amore raccontano le campane alle pendici, alle pianure, ai mari, ai cieli in quel giorno, perché dopo dovunque è sole, profumo e gioia; perché dopo per molto tempo, non si vedono più brume, ma idilli e fiori sbocciati a milioni e milioni”.

 

Da “Strade di campagna” (La Gazzetta del popolo della domenica, 29/07/1894)

Le vie maestre – bianche e larghe – nel vecchio piano sono due o tre: si torcono tra mezzo a’ campi; salgono, scendono, finché non tocchino i borghi: a destra e a manca sono sempre molte siepi di pruni, dei pergolati lunghi e qualche casolare, e lassù presso i pioppi della Parmignola, qualche molino […] ma le viuzze verdi – le piccole strade di campagna – tra due muri di macigno, larghe un palmo, lunghe un ghiarete, a fianco d’una gora […] chi le ha mai contate?
E pure quante ne ricordo! […] “

“Variano tutte e sempre; or son tappeti d’erbe, ora liste di margherite, di ranuncoli; talora sparse di ciottoli, qualche volta anche invase da una gran fiotto di grano piegatosi a un colpo di vento, e qualche volta quasi sbarrate da un vecchio ceppo che v’ha gettata la ramaglia a traverso.
Qua e là il sole le fa tutte d’oro, tra mezzo; poi son pezzetti d’ombra su fondi d’oro e talora anche ombre su ombre e soltanto qualche pizzico d’oro […]”
“E così via via le piccole strade verdi, le venuzze del piano vanno, vanno […] Io le amo tutte, note ed ignote, battute e non battute, ombrose e solatie […]

                                                   

                                                          

  GLI EDIFICI DA SPETTACOLO DELL’ANTICA ROMA
di Giorgio Bottiglioni



I Ludi privati del medio-tardo impero

 

Il secondo secolo d.C. vide succedersi una serie di imperatori che portarono Roma ad un altissimo livello di prosperità, di cui sono testimonianza numerosi monumenti che ancora oggi costituiscono buona parte del patrimonio artistico della città. Basti pensare al Mausoleo di Adriano –più noto come Castel Sant’Angelo-, al Pantheon nella ricostruzione voluta dallo stesso imperatore, al tempio di Adriano costruito dal suo successore Antonino Pio e oggi ben visibile a Piazza di Pietra, alla colonna di Marco Aurelio davanti a Palazzo Chigi, per citare solo i più noti. Tuttavia per incontrare nuovi edifici da spettacolo, dopo quelli stupefacenti fatti costruire dell’imperatore Domiziano, si deve passare all’inizio del III secolo, quando prende il potere a Roma la dinastia dei Severi.  Settimio Severo era un militare originario della provincia africana ed aveva sposato la siriaca Giulia Domna, figlia di un sacerdote di un culto orientale. Di fatto con Settimio Severo il potere dell’imperatore non ha più bisogno del beneplacito del Senato, né tanto meno del popolo, in quanto si regge sul favore delle truppe militari e viene investito di un’aura divina secondo le usanze dei monarchi ellenistici del vicino Oriente. Così i nuovi edifici da spettacolo, progettati essenzialmente per il piacere dell’imperatore e dei suoi amici, vengono costruiti all’interno di ville private suburbane.  È questo il caso della villa denominata Horti Variani ad Spem Veterem più nota col nome di Palazzo Sessoriano.  Si tratta di un grande complesso, situato a pochi passi dalla Chiesa di San Giovanni in Laterano, voluto da Settimio Severo e completato dall’imperatore Elagabalo, successore del ben noto Caracalla, nel 222.  Della villa facevano parte un nucleo abitativo, di cui è stato possibile evidenziare una grande sala centrale poi utilizzata per la costruzione della Chiesa di Santa Croce in Gerusalemme, le Terme Eleniane, così chiamate in onore di Elena, madre dell’imperatore Costantino che qui spostò la sua dimora, l’Anfiteatro Castrense e il Circo Variano. Dei due edifici da spettacolo sono ben evidenti soltanto i resti del primo. Del secondo Anfiteatro di Roma- il primo è naturalmente il Colosseo! -  si può avere un’ottima visione fra Viale Castrense e Via Nola, dove le mura Aureliane sembrano impostare una strana curva: in realtà l’imperatore Aureliano (270-275) sentiva a tal punto l’urgenza di dotare Roma di mura difensive da inglobare nelle mura stesse tutti i monumenti che si trovavano sul loro percorso, così da affrettare i lavori. L’Anfiteatro Castrense non è quindi oggi un monumento a sé, ma deve essere distinto dalle mura che lo inglobano, esattamente come accade per la Piramide di Caio Cestio ad Ostiense. Il nome deriva da Castrum, in latino classico “accampamento militare “, ma più tardi utilizzato anche col significato di “dimora imperiale “. Ben conservato fino al terzo ordine ancora alla metà del XVI secolo, fu allora per necessità difensive ridotto al primo piano. L’Anfiteatro ha una pianta tendente al circolare (m. 88 x75,80) ed è costruito interamente in mattoni, tranne pochi elementi in travertino; della Cavea non resta quasi nulla in quanto divenne ben presto cava per materiali da riutilizzo.
Curiosamente il manto stradale odierno è più basso rispetto a quello di epoca romana e dall’esterno affiorano parti delle fondamenta dell’Anfiteatro. L’interno dell’edificio è sede dell’orto botanico dei monaci cistercensi di Santa Croce in Gerusalemme e rispecchia perfettamente la struttura dell’antico monumento. Un grandioso corridoio coperto collegava l’Anfiteatro col Circo Variano.
In nome di quest’ultimo deriva direttamente dalla famiglia dei Vari cui apparteneva l’imperatore Elagabalo. Di questo edificio, al cui latro minore rettilineo si appoggiarono in origine le Mura Aureliane, non restano che lievi tracce. Misurava m. 565x125 e, come tutti i circhi dell’antichità ospitava corse di carri. Sulla spina Elagabalo volle erigere l’obelisco di Antinoo, fatto trasportare dall’Egitto da Adriano, in memoria del suo amato giovinetto morto prematuramente nelle acque del Nilo. Di fatto oggi questo obelisco è l’unico ricordo del Circo Variano e si può ammirare all’interno di Villa Borghese sul Pincio. Tra il 235, anno della morte di Alessandro Severo, ultimo discendente della dinastia dei Severi, e il 284, l’impero passò di mano in mano, risultando impossibile fondare una nuova dinastia rendere stabile il potere: esautorato ormai da tempo il potere del Senato, i vari reparti dell’esercito proclamavano imperatori i loro comandanti. In breve, nel giro di un cinquantennio, si avvicendarono ben 21 imperatori. Conseguenza di questo clima politico instabile fu una grave crisi sia dell’economia sia dei valori culturali. Con Diocleziano, dal 284, inizia un periodo di ricostruzione dell’assetto amministrativo dell’impero rendendo migliore e più solida la gestione del potere. Tra la fine del III e l’inizio del IV secolo vengono innalzati gli ultimi grandi monumenti della Roma antica.
Tra tutti spiccano le Terme di Diocleziano, nella cui aula centrale è stata ricavata la Basilica di Santa Maria degli Angeli, e la Basilica di Massenzio, entrambe ritoccate da Costantino. Massenzio si fece costruire fra il 306 e il 312 una grandiosa Villa sull’Appia, dove fece accostare tre elementi: palazzo, mausoleo e circo. Nell’ottica restauratrice imposta da Diocleziano e perpetuata dai suoi successori l’accostamento di questi tre edifici assumeva profondi valori. L’unione del mausoleo al palazzo infatti è espressione della sacralità imperiale, mentre nella connessione fra palazzo e circo è esplicitato il rapporto tra imperatore e sudditi che, secondo il cerimoniale aulico, avveniva proprio in tale struttura. Il legame fra mausoleo e circo invece si giustifica nell’ottica omerica dei giochi presso la tomba del defunto. Fortunatamente sono visibili oggi ancora molti resti di questa splendida villa; il primo edificio che si incontra è il mausoleo detto di Romolo, dal nome del figlioletto dell’imperatore, annegato nel Tevere e in seguito divinizzato, ma in realtà destinato a tutta la famiglia. Dietro il mausoleo si ergeva su una collinetta il palazzo vero e proprio dell’imperatore, di cui oggi emergono i resti di alcuni ambienti termali, il criptoportico e al di sopra di questo l’aula absidata, la sala principale destinata alle riunioni e alle cerimonie pubbliche. Il circo di apre nella valle subito a est del palazzo ed è l’edificio meglio conservato di quelli del suo genere; era costruito totalmente in laterizio ed era lungo 520 metri, con una larghezza nel punto più ampio di 92 metri. Essendo riservato alla famiglia imperiale e agli amici, era in grado di ospitare solo 10.000 spettatori – il Circo Massimo, per confronto, ne poteva ospitare 150.000-. Massenzio volle decorare la spina con un obelisco che Domiziano aveva posto nel giardino del tempio di Iside al Campo Marzio; questo obelisco oggi è a Piazza Navona, collocato da Gian Lorenzo Bernini sulla fontana dei 4 Fiumi del XVII secolo. Il buono stato di conservazione in cui si trova ancora oggi questo edificio è dovuto al fatto che poco dopo la sua inaugurazione l’imperatore Massenzio venne sconfitto da Costantino a Ponte Milvio e tutta la villa venne abbandonata a se stessa: praticamente il circo non fu mai utilizzato, come prova l’assenza delle tracce della sabbia che avrebbe dovuto coprire la pista. Con l’editto di Costantino del 313 i fedeli cristiani smettono di esser perseguitati e il messaggio di Gesù si diffonde in tutto l’impero e in ogni classe sociale. In breve tempo mutano radicalmente i costumi dei romani e si iniziano a criticare gli spettacoli pubblici fine a bandirne la realizzazione. Il popolo si sposta dai teatri, dagli anfiteatri dai circhi e dagli stadi dentro le chiese alla ricerca di nuove risposte agli interrogativi della vita!


  Benvenuta Estate
di Marta



Siamo arrivati agli ultimi giorni degli esami, lo sforzo dei ragazzi nel ripasso di tutte le materie, l’ansia di superare con buon esito la fine del lavoro di un anno intero. E poi pensare al dopo (!!) che ci porta, a tutti finalmente, un po’ di rilassamento, perché, la scuola, direttamente o indirettamente, ci coinvolge tutti. La famiglia con figli, i nonni con i nipoti, le alzate mattutine, le colazioni veloci, i turni di lavoro, etc. Il sole è già caldo, subito al suo risveglio, ed in tarda mattinata si fa ancora più sentire: così già incominciamo a programmare come saranno le nostre vacanze. Per chi ama la montagna, tante sono le occasioni, come percorrere a piedi gli antichi sentieri, o mulattiere che le nostre Apuane offrono agli appassionati, oppure, anche a cavallo seguendo i passi che la forestale mantiene puliti per monitorare eventuali incendi o smottamenti. Il contatto con la natura, paesaggi incantevoli, i colori delle Apuane, del bianco marmo, al rosa dei monti riflesso del sole all’imbrunire, con un cielo turchino, che sembra di poter toccare con un dito. Per quelli che amano visitare i nostri paesini dell’entroterra, c’è solo l’imbarazzo della scelta. In estate, questi borghi si risvegliano mettendo in mostra tutta la loro bellezza fatta di armonia tra le case di pietra e l’ambiente incontaminato che le incornicia, l’arte delle chiese antiche, i castelli di antichi linguaggi, nonché gli intrattenimenti gastronomici e di costumi di epoche lontane, e accompagnano il visitatore con gentilezza, lasciando loro un ricordo indelebile del bel tempo trascorso, e, perché no ?!.. l’arricchimento della propria cultura. Per gli appassionati del mare, solo la parola mare, riempie di gioia, si pregustano gli innumerevoli bagni durante il giorno, le gare di nuoto tra ragazzi, per chi arriva primo alla boa.
Le remate con il pattino, la pesca col retino dei più piccoli dagli scogli. Il gustare il gelato sotto l’ombrellone, respirare l’aria di incenso sotto una bella pineta, le scorrazzate per stradine secondarie in bicicletta e le famose serate in pizzeria, tutto questo in allegra compagnia, con i propri familiari, ma soprattutto con gli amici del cuore. Buona e Felice Estate a tutti.

  NARDINO GRASSI
di Stefania Grassi


1° Anniversario

NARDINO GRASSI

2/07/2017     2/07/2018

Ciao Papà è già trascorso un anno, ma sembra ieri.
Ora riposi vicino alla mamma.
Ricordati di noi.

Un abbraccio e una preghiera da parte dei tuoi cari.
Tua figlia Stefania


Clicca sulla foto per ingrandirla
  LO STENDARDO DELLA MADONNA DEL MIRTETO
di P .Mario Villafuerte rettore


A motivo dello stato di degrado in cui si trova lo stendardo del Santuario e visti i costi economici, nonché i problemi burocratici con la Sovraintendenza delle Belle Arti, che significherebbe il restauro, alcune persone devote alla Madonna si sono interessate nell'informarsi sulla possibilità di far confezionare uno nuovo che riproduca quello attuale.
Abbiamo contattato una ditta di Parma che lavora in questo settore e si sono resi disponibile al lavoro. Il preventivo è di circa tremila euro. Ci piacerebbe poter realizzare questo desiderio ma al momento il Santuario non ha la disponibilità economica e quindi abbiamo bisogno di una vostra mano!

Se qualcuno dei lettori del “Sentiero” vuole unirsi con una offerta mi può contattare direttamente allo 340 7744355.

Grazie a nome del Santuario.

P. Mario.

 

P.S. Questo era l'appello preparato per il mese scorso che poi ho detto a voce ai fedeli presenti nel Santuario il 31 maggio. Avendo avuto parere favorevole da parte dei presenti, abbiamo provveduto ad ordinare il nuovo stendardo. Alcune persone hanno già dato la propria offerta. A loro diciamo grazie di cuore e promettiamo il ricordo nella preghiera davanti all'immagine della Madonna del Mirteto. Agli altri incoraggiamo ad unirsi a questa manifestazione di affetto verso la Madonna e il suo Santuario.

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