N° 10 - Novembre 2017
CONCILIO di BASILEA – FERRARA – FIRENZE (1431 – 1443) ( 17° Ecumenico )
di Antonio Ratti


 ( seconda parte )
A Ferrara arrivano molti padri conciliari delle Chiese d’Occidente e d’Oriente.
Inoltre alcuni avvenimenti di natura politica, come la drammatica situazione politico-militare dell’Impero bizantino sotto la pressione dei turchi-ottomani e il timore della Repubblica di Venezia di perdere le sue isole nel mare Egeo, fondamentali per i suoi commerci e la sua sopravvivenza, aiutano il Papa, che ha sinceramente a cuore il ricongiungimento tra la Chiesa latina e quella greco-bizantina. Così i colloqui negoziali nel 1437 accelerano e prendono  una piega decisamente concreta, tanto che al Concilio di Ferrara prende parte una nutrita e qualificata delegazione bizantina con l’imperatore Giovanni VIII Paleologo, il fratello Demetrio, il patriarca Giuseppe II, un seguito di 700 persone e un numero imprecisato di vescovi e teologi tra i quali Giovanni Bessarione ( favorevole all’unione) e Marco, vescovo di Efeso ( contrario all' unione soprattutto per una pregiudiziale, infatti, secondo lui, con l’aggiunta del Filioque da parte della Chiesa latina al Credo niceno-costantinopolitano si era violata una formale prescrizione conciliare che vietava di fare aggiunte al Simbolo di fede ). Il cardinale legato, Nicolò Albergati, inaugura l’8 gennaio 1438 i lavori (il papa Eugenio IV è presente dal 15 febbraio) nei quali si affronta il problema Basilea, dove i ribelli continuano a riunirsi, a decretare e, infine, ad eleggere l’antipapa Felice V (24 maggio 1438). Di fatto abbiamo contemporaneamente aperti due concili in antitesi tra loro. Eugenio dichiara legittimo il trasferimento a Ferrara e illegittime tutte le decretazioni prese a Basilea. Gli ultimi padri a raggiungere Ferrara sono i delegati dei patriarchi di Alessandria, di Antiochia e di Gerusalemme. Il 9 aprile 1438 con una sessione solenne di apertura, tutta la cristianità latina e greca è riunita per decidere i termini e i modi dell’unità.
L’imperatore bizantino freme per la lentezza dei lavori, a lui preme, come contropartita alla ritrovata unità, l’impegno militare del Papa, dell’Impero d’Occidente e delle altre Nazioni per frenare l’avanzata dei Turchi ormai alle porte di Costantinopoli. Infatti la resa della città e la fine dell’Impero avviene il 29 maggio 1453. Trascuro per carità cristiana di raccontare tutte le capziosità e i bizantinismi posti in essere durante i lavori delle specifiche commissioni paritetiche sui quattro punti oggetto di discussione: 1) dottrina della processione dello Spirito Santo dal Padre e dal Figlio (Filioque); 2) questione degli azimi o del pane lievitato nell’Eucarestia; 3) dottrina sul Purgatorio; 4) primato del Vescovo di Roma su tutta la Chiesa come successore di Pietro.
Nella 15° sessione generale approda in aula il tema più scottante e delicato, quello del Filioque, sul quale la commissione si è spaccata e non ha raggiunto un punto di convergenza. Ma arriva uno stop ai lavori da parte del papa. Eugenio, desideroso di assecondare le insistenze dei fiorentini (Cosimo dei Medici vuole sfruttare a suo favore la visibilità che un evento così straordinario poteva dargli) di avere il Concilio nella loro città, propone il trasferimento. I greci si oppongono, ma considerazioni finanziarie (i Medici sono una garanzia) e le avvisaglie di una epidemia di peste, li convince ad accettare. Il 2 gennaio 1439 il papa Eugenio promulga la bolla che sancisce il trasferimento. A Firenze in Santa Maria Novella i padri discutono, ormai, solo sulla legittimità dell’aggiunta del Filioque. Il patriarca Giuseppe, già malato, convoca il 30 marzo nella sua residenza i prelati orientali per trovare un punto d’incontro tra favorevoli e contrari: si conviene di preparare comunque una formula d’unione per non tornare a Costantinopoli a mani vuote e senza l’aiuto militare per l’imperatore.  L’8 giugno leggono al Papa il testo del loro atto d’unione per risolvere la controversia. Dopo ulteriori snervanti trattative per limare il testo, il 28 giugno arriva finalmente la formula scritta in latino e in greco. Il 6 luglio 1439 il papa promulga la celebre bolla Laetentur coeli , che incorporando la formula concordata, dichiara la comunione completa tra le due Chiese. La bolla è letta con la solennità del caso dal card. Cesarini per i latini e dal metropolita Bessarione per i greci. Nonostante la buona volontà dell’imperatore e del nuovo patriarca (Metrafane II), - Giuseppe II era morto a Firenze il 10 giugno 1439 e sepolto in Santa Maria Novella, - l’unità è accolta con molta ostilità in tutto l’Oriente a causa del fanatismo antilatino dei monaci dal cui interno provengono i vescovi e la gerarchia. L’unione formalmente dura fino alla presa di Costantinopoli (29 maggio 1453). Maometto II fa eleggere patriarca Giorgio Scolaro, che prende il nome di Gennadio II.
Questi, che durante il Concilio si era dichiarato favorevole all’unione, cambia parere per non scontentare la maggioranza contraria  del clero e dei monaci. Successivamente, in un concilio locale svoltosi a Costantinopoli nel 1472 la Chiesa greco-ortodossa dichiara nulli gli accordi di Firenze. Ma torniamo al Concilio fiorentino. Con la partenza della delegazione greca i lavori continuano; infatti occorre sistemare diverse cose: la questione Basilea ancora aperta, l’antipapa Felice V e il fermo desiderio del Papa di proseguire il processo di unione con le altre Chiese scismatiche d’Oriente. Per i meriti acquisiti nel sostenere la tesi unionista, il 18 dicembre 1439 Eugenio crea cardinali Bessarione, arcivescovo di Nicea e Isidoro, vescovo di Kiev; il 23 marzo 1440 condanna come eretico e scismatico Felice V, il papa di Basilea.
Nel luglio del 1439 erano giunti a Firenze quattro rappresentanti della Chiesa armena, i quali nella sessione del 22 novembre 1439 riconoscono la bolla in cui gli Armeni , accettando il Concilio di Calcedonia ( 451 ), abiurano all’eresia monofisita di Eutiche e aderiscono alla dottrina latina riguardo ai sette sacramenti. Il 31 agosto 1441 è la volta di Andrea, rappresentante del patriarca monofisita di Alessandria, Giovanni; il 2 settembre 1441 tocca all’inviato di Nicodemo, abate di Gerusalemme e capo dei giacobiti (monofisiti) della Palestina.
Nella sessione generale del 4 febbraio 1442 in Santa Maria Novella, è letta la bolla relativa all’unione dei giacobiti con la Chiesa di Roma. Eugenio rientra a Roma portando con sé il Concilio per la chiusura ufficiale nella sede del vescovo di Roma, tornato ad essere l’indiscussa autorità di tutto il cristianesimo. Nella sessione del 30 settembre 1444 in Laterano sanziona l’unione con i giacobiti di Siria e Mesopotamia il cui patriarca, Ignazio, si è fatto rappresentare da ‘Abdallah, metropolita di Edessa (Turchia centrale ).
Nella sessione del 7 agosto 1445 Eugenio sanziona l’unione con la Chiesa caldea, rappresentata da Timoteo, vescovo di Tarso, ma residente a Cipro e la Chiesa maronita rappresentata dal vescovo Elia di Cipro. Al termine di questo enorme lavoro, papa Eugenio pubblica bolle solenni dichiarando i risultati ottenuti e chiude il Concilio di Firenze, anche se siamo a Roma e nel 1445. I risultati e le conseguenze pratiche sono pari alla fatica e all’impegno di questo grande papa? Non tutto è andato per il verso da lui voluto, anche se non ha potuto vederlo, perché è deceduto il 23 febbraio del 1447. Certamente sarebbe stato un grande dolore dover accettare il rifiuto della Chiesa ortodossa a mantenere gli impegni presi. 21 dei 32 firmatari degli accordi di Firenze, rientrati nelle loro sedi orientali, ritrattano e rifiutano l’accordo fino a preferire il turbante ottomano alla tiara papale. Ma la strada verso il recupero di molte comunità alla Chiesa di Roma è aperta. Le unioni alla Chiesa di Roma sono formulate sul piano dogmatico e disciplinare, mentre ciascuna Chiesa conserva le proprie tradizioni, differenze e specificità liturgiche.
I vescovi di Ungheria e Polonia restano fedeli ai dettami conciliari e portano sotto la giurisdizione di Roma importanti comunità ortodosse formando le prime Chiese Uniate, che radunano più di 6 milioni di persone in Ucraina, Slovacchia e Transilvania. Questo principio, voluto da papa Eugenio, sarà la costante in tutti gli accordi per le così dette Chiese Uniate.
Cosimo vedeva lontano nel volere a Firenze il Concilio, che consacra l’importanza della città e della Signoria medicea a livello europeo, dando lustro e notorietà alla giovane dinastia dei Medici.
Anche sul piano artistico la presenza dell’esotico corteo di dignitari con i loro pittoreschi costumi orientali dà i suoi frutti, visibili, per esempio, nei dipinti di Benozzo Gozzoli della Cappella dei Magi. Ma anche Piero della Francesca, Filarete e Pisanello non sono rimasti insensibili. Il Rinascimento italiano, di cui Firenze è stata un eccezionale punto di riferimento, ha avuto da questo Concilio una spinta per fare un bel salto di qualità.



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