N° 8 - Ottobre 2013
I PADRI DELLA CHIESA (8)
di Ratti Antonio



     Agostino, di etnia berbera, ma di cultura ellenistico-romana, nasce il 13 nov. del 354 a Tagaste, l’odierna città algerina di Souk-Ahras, allora nella provincia proconsolare di Numidia. La famiglia non era ricca, ma molto rispettabile e stimata. Il padre, Patrizio, pagano, era uno dei curtales, cioè consigliere comunale. Sua moglie Monica, cristana, solo in prossimità della morte riesce a portarlo alla conversione. Questa condizione familiare non facile fornisce ad Agostino due antitetiche visioni del mondo e della vita, da lui vissute in conflitto tra loro. Tale condizione psicologica ci spiega l’importanza del dubbio quale strumento di ricerca della verità che tormenterà la personalità di Agostino. La madre, venerata come santa dalla Chiesa latina, esercita un ruolo imprtante nell’educazione del figlio, che viene iscritto tra i catecumeni, ma il battesimo arriverà solo verso i 33 anni, a Milano,  per merito di S. Ambrogio.
Africano di nascita, oltre al punico, conosce alla perfezione il latino, mentre con il greco ha delle difficoltà. Il padre, orgoglioso dei successi scolastici del ragazzo, raggranella come può i soldi necessari e nel 370 lo manda a Cartagine per prepararlo alla carriera forense. Qui le seduzioni della metropoli, ancora fortemente pagana, la licenziosità dell’ambiente studentesco e la smisurata ambizione di primeggiare in tutto, anche nel peccare, lo spingono ad iniziare una relazione, durata quindici anni, con una donna, di cui non si conosce il nome, che gli dà nel 372 il figlio Adeodato. La separazione avverrà a Milano nel 386, quando lei decide di tornare in Africa. Intorno ai vent’anni, ha la prima crisi: si rende conto che quel tipo di vita è senza finalità. La lettura dell’Hortensius, opera retorico-filosofica di Cicerone, andata perduta, sembra aiutarlo a uscire da quella condotta dissoluta e senza scopo. La sua ansia per la ricerca della verità assoluta lo fa approdare al Manicheismo, che considera la vita come l’eterna lotta tra il bene e il male. Prende la decisione di darsi all’insegnamento della retorica con grande successo. Apre una scuola a Tagaste, poi a Cartagine e a Roma. Infatti nel 383, a 29 anni, sente l’attrazione fatale di trasferirsi a Roma. Disgustato dall’ambiente romano, fa domanda per un posto vacante come professore a Milano. Il praephectus urbi, Quinto Aurelio Simmaco, lo aiuta a ottenere l’incarico, anche per contrastare, con un manicheo doc, la fama del vescovo Ambrogio. Dopo alcuni colloqui con il vescovo, sempre per soddisfare la sete di verità, si sente attratto dai suoi discorsi e inizia a seguirne le prediche.

La strada è ancora tormentata, prima di approdare definitivamente alla fede. Lo angustia il problema del male: se Dio esiste ed è onnipotente, perché non lo annienta? “Tali pensieri volgevo nel mio petto infelice, gravato da preoccupazioni tormentosissime, perché temevo la morte e non avevo trovato la verità. Pure mi rimaneva ferma stabilmente nel mio cuore la fede cattolica nel Cristo tuo, Signore e Salvatore nostro, una fede ancora informe sotto molti aspetti e fluttuante al di fuori della dottrina, eppure il mio animo non l’abbandonava” (Le confessioni,VII,5). La fase del dubbio non è per Agostino un semplice incidente di percorso, è l’elemento determinante per fargli trovare il bandolo, cioè la via della fede. Sosteneva che solo chi dubita è animato dal sincero desiderio di trovare la verità, a differenza di chi non si pone nessuna domanda (Quanto è attuale questo concetto!). La madre Monica lo raggiunge a Milano e durante la Veglia pasquale del 387 Agostino e il figlio Adeodato ricevono da Ambrogio il battesimo.
Decide di tornare in Africa, dove nel 391, dopo diversi dinieghi, accetta di essere ordinato sacerdote. Il vescovo di Ippona, Valerio, lo aiuta materialmente a costruire un monastero nella sua Tagaste. E’ l’inizio dell’ordine degli agostiniani. Il primate d’Africa, Aurelio, nomina Agostino, quarantaduenne, vescovo coadiutore dell’anziano vescovo di Ippona, Valerio. Così per 34 anni (395-430) Agostino, lasciato il suo monastero, trova il modo di far combinare i suoi doveri pastorali, le sue battaglie contro le eresie donatista, pelagiana, ariana, e il manicheismo con l’austerità della vita monastica, trasformando la residenza episcopale in un convento dove vive una vita di comunità con il suo clero e uno stuolo di seguaci. Dopo una breve malattia e aver già da tempo concordato il suo successore, per evitare le frequenti diatribe, muore il 30 agosto del 430 all’età di settantasei anni.

Tutta la sua immensa dottrina, l’originalità delle sue riflessioni e la capacità di confutare ogni devianza eretica, lo rendono uno scrittore fecondo, inesauribile e, soprattutto, comprensibile e chiaro. Accenniamo a qualcosa del pensiero di Agostino, perché sintetizzare in due paginette la vastità e la complessità dei temi teologici affrontati è impossibile.  Non a caso per secoli è stato incontrastato riferimento del pensiero e dei dogmi della Chiesa e ancora oggi non è ragionevole sviluppare un argomento teologico senza conoscere il suo punto di vista. Sicuramente in una terna dei sommi padri e dottori della Chiesa latina il suo nome non può mancare. E’ detto Doctor Gratiae, perché il suo concetto di Grazia, quale dono di Dio a tutti gli uomini, rappresenta per la Chiesa Cattolica il punto fermo della sua dottrina. La Grazia è un dono del Padre che ci viene dato attraverso il sacrificio della croce del Figlio Unigenito, Gesù Cristo. Essa è lo strumento indispensabile e il solo atto a garantire la salvezza nella vita eterna. Spetta alla volontà dell’uomo accoglierla, perché Dio propone, non impone, né ci sono prediletti a priori. Infatti, se l’uomo non fosse libero, non avrebbe né meriti, né colpe. Ma l’uomo col peccato originale ha compromesso la propria libertà, volgendola contro se stesso. Sebbene divenuto indegno di ricevere la salvezza, Dio, conoscendo le possibili inclinazioni umane verso il bene o verso il male, da buon Padre-Creatore concede alla creatura il suo aiuto, cioè le fa dono della Grazia per salvarsi, pur lasciando anche la libertà di dannarsi. Agostino sostiene il libero arbitrio dell’uomo, cioè la piena facoltà di scelta; infatti, se Dio è l’Essenza dell’amore, non può permettere i chiamati o i predestinati, lasciando gli altri al loro destino; dunque, Dio, che è l’eterno presente, conosce e precorre semplicemente la volontà dell’uomo, senza interferenze, né costrizioni, poiché la nostra volontà è l’unica che ci rende meritevoli della salvezza o della dannazione. Per Agostino a fondamento della libertà umana c’è la Grazia divina, poiché solo con essa l’uomo diventa capace d’intendere e di dare attuazione alla propria scelta di vita e alle proprie scelte morali che fanno da corollario alla Grazia per allontanarsi dal male. Cosa sollecita l’uomo a cercare il senso della vita e a giustificarla, cioè a tentare di coglierne la verità? (le eterne domande: chi sono? da dove vengo e verso cosa sono destinato? Suggeriva ai giovani Benedetto XVI a Monaco di Baviera nella precedente GMG).
Agostino individua la molla che spinge l’uomo a cercare la risposta nel dubbio, cioè nell’ansia e nella volontà della ricerca continue, costanti, con alti e bassi, finchè non si trovano le certezze che danno appagamento. Il suo curriculum esistenziale ne è l’esempio migliore: l’indifferenza verso gli insegnamenti cristiani della madre, la vita giovanile libera e disordinata, il concubinaggio, il figlio, la dolce vita milanese, il manicheismo (la lotta tra il bene e il male), infine il fascino di Sant’Ambrogio che offre ad Agostino l’approdo sicuro e certo al suo cercare. Nelle Confessioni, biografia di un grande travaglio, traspare l’amarezza del tempo perso a non cercare o a cercare male la verità dell’esistenza. “Tardi ti ho amato. Bellezza così antica e tanto nuova, tardi ti ho amato. Sì, perché tu eri dentro di me ed io fuori: lì ti cercavo.  Deforme, mi gettavo sulle belle sembianze delle tue creature. Eri con me, ma io non ero con te. Mi tenevano lontano da te le tue creature, inesistenti se non esistessero in te. Mi chiamasti e il tuo grido sfondò la mia sordità; balenasti e il tuo splendore dissipò la mia cecità; diffondesti la tua fragranza, respirai ed ora anelo verso di te; ti gustai ed ora ho fame e sete di te; mi toccasti e arsi dal desiderio della tua pace” (Le confessioni X,27-38).

Si enim fallor sum. Nam qui non est, utique nec falli potest, ac per hoc sum si fallor” (Se infatti mi sbaglio, vuol dire che esisto: chi non esiste non può nemmeno sbagliarsi; dunque, siccome mi sbaglio, esisto). Da questo sillogismo, che è segno di consapevolezza, parte la ricerca verso le certezze di cui l’uomo ha bisogno. Così Agostino scopre che la Verità è infinita, perfetta, eterna, e che continuerà ad esistere anche quando il mondo scomparirà. La Verità viene da Dio, che è presente nell’anima di ogni uomo (anche se lui lo ignora o lo rifiuta), quindi la Verità è la luce di Dio, la Verità è Dio. “Noli foras ire, te ipsum redi, in interiore homine habitat veritas, etsi tuam naturam mutabilem inveneris, trascende et te ipsum” (Non uscire fuori di te, ritorna in te stesso: nell’interiorità dell’uomo abita la verità, e se troverai la tua natura mutabile, trascendi te stesso) (De vera religione). Quindi la Verità si trova già nel mondo interiore di ogni uomo, basta solo la volontà di riscoprirla e la voglia di portarla alla luce. Dio donando la fede, cioè il mezzo indispensabile per raggiungere la Verità e annullare il dubbio, esaudisce alla richiesta della ragione di dare un significato al proprio pensare.
Agostino, approfondendo il rapporto tra fede e ragione, si convince che la fede cristiana non è separata o in conflitto con la razionalità, poiché il credere e il comprendere si sostengono e si influenzano a vicenda: si crede purchè si comprenda e si comprende purchè si creda. Nel De Trinitate sottolineando come nel prologo al suo Vangelo, Giovanni sottolinei il rapporto di distinzione (“il Verbo era presso Dio”) e, insieme, di identità (“il Verbo era Dio”), Agostino ritiene la triade divina, superando le diatribe dell’ortodossia greco-orientale su sostanza, persona e natura, tre facoltà di una medesima realtà, non subordinate tra loro, ma in rapporto paritario. “Et ideo non amplius quam tria sunt: unus diligens eum qui de illo est, et unus diligens eum de quo est, et ipsa dilectio” (Le persone divine non sono più di tre: la prima che ama quella che da lei nasce, la seconda che ama quella da cui nasce e la terza che è lo stesso amore). “Ecce tria sunt, amans et quod amatur et amor” (Ecco sono tre: l’Amante, l’Amato e l’Amore).

Nel suo cercare le ragioni dell’uomo, Agostino ha posto la sua attenzione anche sulle passioni e sui desideri: egli sosteneva che, esistendo la volontà in tutte le passioni, le passioni sono la volontà stessa. Così i sentimenti umani altro non sono che la manifestazione della nostra volontà. Lo stretto legame tra volontà e sentimenti è rappresentato dal sentimento più forte, l’amore, che è il vero motore della volontà, ovvero la tendenza naturale dell’uomo a ricercare un certo bene. Dunque, se la volontà è l’elemento che più di ogni altra cosa caratterizza l’uomo, l’uomo è ciò che ama. Il problema, semmai, è cosa amare e non perché amare o se amare. Agostino individua due vie d’amore: l’amore per le cose e le creature che porta al rifiuto del Creatore e l’amore per il Creatore che tutto comprende. “Dunque, una volta per tutte, ti viene proposto un breve precetto: ama, e fa ciò che vuoi. Se tu taci, taci per amore; se tu parli, parla per amore; se tu correggi, correggi per amore; se perdoni, perdona per amore. Sia in te la radice dell’amore; e da questa radice non può derivare se non il bene…”) (In epistolam Ioannis ad Parthos). Il punto focale della morale agostiniana è la carità (charitas) intesa come amore che tende verso Dio, poiché Egli ne è la sorgente.  Basta ricordare le infinite citazioni di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI che propongono Dio come Carithas e di papa Francesco con il suo costante appello alla giustizia sociale in nome dell’Amore, per comprendere l’attualità e la modernità del pensiero agostiniano. Il titolo di doctor Gratiae non gli arrivato per caso.




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