N° 3 - Marzo 2018
Spiritualità
  LA QUARESIMA e IL NUMERO QUARANTA
di Antonio Ratti


 

La Quaresima è il periodo liturgico di 40 giorni che precede la Pasqua di Resurrezione, durante il quale la Chiesa, intesa come unità dei credenti, opera una seria riflessione e verifica il suo stato di salute spirituale sul modello di Cristo sottoposto alle tentazioni nel deserto.
La Quaresima assume un significato catecumenale e battesimale nel senso che ogni credente e ogni comunità, meditando sul messaggio di Gesù, possa, nel cammino verso la Pasqua, rileggere e rivedere la condizione delle scelte fatte col Battesimo per dare nuova linfa alla propria vita, che non è statica, ma necessita di costante rinnovamento. Questa operazione è più proficua di risultati prediligendo il silenzio vigile, la rinuncia al superfluo, dedicando maggiore attenzione allo stile di vita che la Parola suggerisce: il tutto, unito alla preghiera, crea prospettive nuove al dialogo, alla fraternità nella carità, alla speranza della salvezza.

Il nome richiama il numero 40, che è un numero fortemente simbolico con cui l’Antico e Nuovo Testamento rappresentano i momenti salienti dell’esperienza di fede del popolo di Dio. Esprime il tempo dell’attesa, della purificazione, del ritorno del Signore, della consapevolezza che Dio è fedele alle sue promesse.  Nella Bibbia il numero 40 si incontra spessissimo. E’ una cifra dal valore metaforico che non rappresenta un tempo cronologicamente reale, scandito da una somma di giorni o di anni, né un numero reale, ma indica un’attesa e una prova lunghe, un tempo adeguato per capire le opere di Dio, un tempo congruo entro il quale prendere decisioni e assumersi le proprie responsabilità. E’ il tempo delle decisioni definitive, perché è il tempo che esprime una generazione intera.

Nella Bibbia il 40 è citato 83 volte per indicare gli eventi più significativi del popolo ebraico e, poi, del popolo cristiano. Appare per la prima volta nella storia di Noè, un uomo giusto, che a causa del diluvio, trascorre 40 giorni e 40 notti nell'arca insieme alla sua famiglia e agli animali che Dio gli aveva suggerito di portare con sé. Terminato il diluvio, deve attendere altri 40 giorni prima di toccare la terraferma (Genesi). Secondo una tradizione rabbinica, Abramo, in cammino verso il monte Oreb dove doveva sacrificare il figlio, ha digiunato per 40 giorni e 40 notti, nutrendosi solo dello sguardo e delle parole dell’angelo che lo accompagnava. Isacco, erede delle benedizioni e delle promesse che Dio aveva dato a suo padre Abramo, caratterialmente incerto e insicuro, decide solo a 40 anni di formarsi la famiglia per avere un figlio cui affidare in eredità le promesse divine trasmessegli dal padre. Anche la vita di Mosè è scandita da tre periodi di 40 anni ciascuno. Il libro dell’Esodo racconta che Mosè ha guidato fuori dall’Egitto il popolo quando aveva 80 anni ( 40 + 40 ). L’evangelista Luca negli Atti degli Apostoli conferma la biografia di Mosè divisa in tre periodi di 40 anni. Dall’Esodo sappiamo che Mosè rimane sul monte Sinai, con il Signore, 40 giorni e 40 notti per ricevere la Legge (ovvero, i 10 Comandamenti). 40 giorni e altrettante notti Mosè rimane prostrato sul monte Sinai davanti a JHWH (acronimo biblico di Dio) dopo che Israele aveva adorato il vitello d’oro, intercedendo il perdono per il suo popolo. 40 anni nel deserto è il tempo necessario al popolo per verificare e capire la fedeltà di Dio: “il Signore tuo Dio è stato con te in questi 40 anni e non ti è mancato nulla.” (Deuteronomio)  Gli esploratori d’Israele, partendo dal deserto di Paran, impiegano 40 giorni per portare a termine la ricognizione della terra promessa e prepararvi l’ingresso di Israele (  L. dei Numeri ). Israele gode 40 anni di pace sotto il governo dei giudici, che finiscono quando il popolo comincia a dimenticare i doni di Dio e torna al peccato. (L. dei Giudici) Per 40 giorni Giona percorre le strade di Ninive annunciandone, per punizione divina, la fine cruenta. (L. di Giona) 40 sono i giorni di penitenza e digiuno totale dei cittadini per ottenere il perdono di Dio ed evitare la distruzione della città. 40 sono gli anni di regno di Saul, Davide e Salomone. La festa liturgica della Candelora, detta “festa della luce” per la profezia-rivelazione del vecchio Simeone** su Gesù, ricorda la sua Presentazione al Tempio e la Purificazione della Vergine Maria, riti, che, come prevede la legge ebraica, avvengono 40 giorni dopo la nascita e il parto. Oltre ai 40 giorni vissuti in penitenza, preghiera e digiuno nel deserto, Gesù, dopo la sua resurrezione, si mostra vivo e resta vicino agli apostoli  per altri 40 giorni fino alla sua ascensione al Cielo. (Atti degli apostoli). Per concludere sul significato del numero 40, quante volte le mamme hanno detto, dicono e diranno con voce decisa ai figli: non te l’ho detto mille volte cosa devi fare e cosa non devi fare?
Mi sembra un esempio pertinente per comprendere il significato intimo di questo biblico numero.

                                                                                   

**La Legge prescrive di offrire a Dio ogni primogenito maschio. Durante il rito che si svolge nel Tempio di Gerusalemme, Simeone, sempre presente nel luogo sacro, si avvicina a Gesù e lo solleva al cielo pronunciando quello che è detto Il Cantico di Simeone: “Ora lascia, Signore, che il tuo servo vada in pace secondo la tua parola, perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli, luce per illuminare le genti e gloria del tuo popolo, Israele.” Ecco il nome Candelora o festa della luce, che allora si otteneva con un gran numero di candele sempre accese nel Tempio, ma la luce a cui profeticamente fa riferimento Simeone è Gesù.

  “Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato”
di Romano Parodi


 

          Sette sono le frasi pronunciate da Gesù sul patibolo della Croce. Messe in fila, paiono spezzoni posti senza alcun nesso logico. Eppure, una lettura meditata e attenta non può non cogliere una sostanziale unità di fondo che dà alle sette frasi quasi la parvenza di un testamento finale da parte di Gesù.
Scorrendole una ad una si odono risuonare in esse i contenuti peculiari dell’annuncio evangelico, che vedono il loro culmine proprio nella Pasqua.

1°) Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?
2°) Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno.
3°) Oggi stesso sarai con me in paradiso.
4°) Donna, ecco tuo figlio.
5°) Ho sete.
6°) Padre nelle tue mani consegno il mio spirito.
7°) Ecco, tutto è compiuto. (La cronologia però è differente anche fra i quattro evangelisti, ma lasciamo perdere).

La frase del titolo mi ha sempre creato angoscia. Perché mai Gesù si rivolge a suo Padre in quel modo. Può un padre abbandonare suo figlio?

Questa la spiegazione di Mons. Ravasi.

Gesù gridò a gran voce (in Aramaico): Eloì, Eloì. Lemà sabactàni…”  Alcuni dei presenti dicevano: Ecco chiama Elia (Mc 15,34-35) eMt.
Come hanno potuto i presenti scambiare quelle parole gridate, come un’implorazione a Elia?
Questo intoppo può apparire come la traccia di una memoria storica di quei momenti convulsi, dice monsignor Ravasi. Il profeta Elia, infatti, oltre a essere considerato come il precursore redivivo del Messia (Matteo 17,10-13), secondo la tradizione giudaica era venerato come il protettore degli agonizzanti e delle persone in grave pericolo di vita.
I presenti, udendo quel grido straziato di Gesù, potevano scambiare la prima parola (Eloì o Elahî o, in ebraico, Elì) come un’invocazione del profeta sulle labbra di Gesù moribondo.
Certo è, che questo equivoco, continua mons. Ravasi, come, a maggior ragione, il versetto salmico dal quale proviene la frase, rivelano la profonda e autentica “incarnazione” di Gesù, nostro fratello, uomo vero anche nella tragedia dell’assenza dell’intervento di Dio, muto davanti alle sofferenze umane. Gesù chiede lo scopo, anche se lo sa, per il quale il padre lo ha abbandonato ed usa la frase molto in uso nel mondo ebraico, di una preghiera salmica. I salmi hanno migliaia di anni più dei Vangeli e sono scritti in ebraico.

Tuttavia non si può classificare quel grido come un segno di disperazione e quasi di incredulità, perché – secondo l’uso giudaico – citare l’incipit di un testo sacro vuol dire assumerne la totalità.
Il Salmo 22 inizia con un lamento angosciato simile a un De profundis ma finisce con un inno di grazie, di gloria e di lode al Signore re, una specie di Magnificat o Te Deum. Non si spezza, quindi, nel cuore di Gesù morente il filo estremo della fiducia. Esso sarà esplicitato da Giovanni che registra questa estrema invocazione di Cristo, anch’essa desunta dai Salmi: - “Tutto è compiuto”, l’opera, lo scopo per il quale Dio aveva mandato suo figlio, era stata compiuta. 

Salmo di Davide:
1 Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?
Te ne stai lontano, senza soccorrermi, senza dare ascolto alle parole del mio gemito!
2 Dio mio, io grido di giorno, ma tu non rispondi

e anche di notte, …..………..


  DIARIO DI UN PELLEGRINO
di Gualtiero Sollazzi



E’ papa Francesco che ha indicato il “discernimento comunitario” come metodo di lavoro ai vescovi italiani. In loro, questo “metodo” l’ha suggerito alle Chiese di cui sono pastori. C’è da chiedersi se il discernimento fa parte delle nostre abitudini. Nei Consigli pastorali, nei gruppi ecclesiali si sceglie di valutare insieme i termini di una questione per operare scelte corrette o si preferisce, grazie al peso di una tradizione non sempre felice, di essere un yes-man, uno che dice sempre sì al superiore? Eppure il cristiano ha la grazia di un discernimento significativo: quello spirituale. E’ un dono dello Spirito che va trafficato, non ignorato. Esige un profondo contatto con la Parola. Conviene riflettere sulla prima lettera di Giovanni. Fa un’affermazione forte: “Ora voi avete l’unzione del Santo e tutti avete la scienza”. Se il nostro servire la Chiesa nelle comunità terrà presenti i “fondamentali” del discernimento, sarà un servire secondo Dio; se improvvisiamo partecipando a incontri senza aver pregato e meditato, l’estemporaneità è sicura, il resto no.
Un cardinale con la “C” maiuscola, Pironio, si chiedeva quanto i cristiani facciano discernimento nelle loro comunità per testimoniare una Chiesa  “pellegrina, povera, pasquale”.

 

DONNE IN FUGA

  Dalla Chiesa, purtroppo. Lo dicono spietatamente i dati. Si tratta di gente giovane che ha rotto i ponti per vari motivi. Converrebbe evitare i soliti lamenti e rinunziare ad accuse facili. Meglio porsi qualche domanda e cercare con umiltà strade percorribili per ricucire relazioni e offrire una Chiesa attraente.
Forse è finita un’epoca, forse è da modificare quella famosa preghiera nella quale si chiedeva intercessione “pro devoto femineo sexu” per le donne, insomma, etichettate, nell’insieme, “devote”. Pareva un dato acquisito che la donna, ‘ devota’ di per sé, facesse parte della ‘fanteria’, si assumesse i compiti ingrati della parrocchia. Ma troppi secoli avevano deformato l’immagine femminile. Da qui, la donna “rimaneva misconosciuta nella sua dignità, travisata nelle sue prerogative, non di rado emarginata”. Lo scrisse Giovanni Paolo II° che non esitò ad affermare: “Desidero ringraziare la santissima Trinità per il mistero della donna.” Allora?  Allora si dia fiducia alla donna, le si diano i ruoli che merita nel campo ecclesiale, e chissà che non si avveri la speranza di quel papa: “Il futuro della Chiesa nel terzo millennio non mancherà certo di registrare nuove e mirabili manifestazioni del “genio femminile”.

  San Guglielmo duca di Aquitania
di Un lettore



Patrono di Nicola

(1100-1157)

 

Tra i Santi venerati nelle parrocchie del Vicariato di Luni, come San Fedele a Castelnuovo, San Lorenzo a Ortonovo, San Martino a Casano, San Rocco a Serravalle, si distingue per alcune caratteristiche singolari San Guglielmo di Aquitania, patrono del paese di Nicola.
A differenza dei Santi sopramenzionati, venerati dalla Chiesa e scelti come protettori dagli antichi abitanti di quei borghi, Guglielmo, nella Diocesi della Spezia, è venerato solo a Nicola perché vuole la tradizione che un giorno dell’anno 1150 sia giunto in paese, dove fu accolto e rifocillato, lasciando un ricordo indelebile nella memoria collettiva che si tramanda ancora dopo 10 secoli.
Vediamo chi era questo personaggio, la cui festa si celebra ogni anno la domenica prima delle Ceneri.

Guglielmo nacque nell’anno 1100 a Tolosa in Aquitania. Il padre era il Duca Guglielmo IX che estendeva il suo potere sopra una vasta e ricca regione situata nel sud della Francia.

Del giovane Guglielmo sappiamo dai biografi che cresceva attratto dalle delizie e nei piaceri mondani: balli, giochi, avventure galanti. Addestrato alla carriera delle armi, partecipò a numerose imprese guerresche ampliando i confini del ducato.

Morto il padre, ne ereditava il titolo e le ricchezze, ma il potere non gli giovò; rifiutando ogni buon consiglio, e persuaso che ogni cosa gli fosse concessa, divenne insolente al pari di alcuni avventurieri che aveva introdotto a corte.

Visse per anni angariando i sudditi e conducendo una vita smoderata, taglieggiando con tasse inique e vessazioni il vescovo locale e le proprietà delle parrocchie.

Fu quello un periodo tristissimo per l’Aquitania a causa della corruzione e delle violenze che regnavano ovunque.

Per più di tre anni Guglielmo visse scandalosamente con la moglie di suo fratello. Nel 1330 si schierò con l’antipapa Anacleto perseguitando il Vescovo e i preti della sua Diocesi che erano rimasti fedeli a Papa Innocenzo, subendo così la scomunica.

Giunto in età di matrimonio si sposò con la nobile Ermengarda, ma essendo intollerante al legame coniugale, alla prima occasione cacciò la moglie incinta.

Venuto a conoscenza delle infamie che Guglielmo compiva contro la Chiesa, il Santo monaco Bernardo di Chiaravalle pensò di andare a fargli visita sperando con la parola di Dio di condurlo a conversione. Dopo due tentativi infruttuosi il miracolo avvenne. Un giorno, mentre Bernardo officiava in Chiesa, Guglielmo fuori sul sagrato coi suoi amici di baldoria sbraitava e disturbava la celebrazione. Il Santo prese l’Ostensorio, uscì incontro a Guglielmo e mostrandogli il SS. Sacramento gridò: “Ora offendi Lui se ne hai il coraggio!”. Guglielmo impallidì, si mise in ginocchio e pianse amaramente.

Bernardo lo invitò nel suo convento e dopo alcuni colloqui, vedendo nel giovane segni di vera conversione, decise di imporgli una severa penitenza: se voleva essere assolto nei suoi peccati il duca doveva abbondonare gli agi e il potere e andare a Roma in pellegrinaggio ed essere riammesso nella Chiesa.

Prima di partire per Roma, Guglielmo decise di andare a compiere un pellegrinaggio al Santuario di San Iacopo di Campostela, seguito solo da un servo.

Dopo aver pregato a lungo, decise di liberarsi di tutti i titoli e le ricchezze, e organizzò la sua finta morte. Fece costruire dal servo una bara, la riempì di sassi e poi fece divulgare la notizia della sua morte imponendo al servitore il segreto, gratificandolo con la somma di 6000 pezzi d’oro.

Era il Venerdì Santo dell’anno 1139. Quando nobili, dignitari e popolo andarono sul luogo dove alloggiava per onorare la salma e partecipare al funerale, trovarono stranamente la cassa già chiusa. Mentre in San Iacopo si svolgeva il funerale, Guglielmo era già in viaggio verso Tolosa dove trasmise alla figlia Eleonora ogni titolo e potere. Poi indossato un “cilicio di ferro” sotto un logoro saio, si mise in viaggio a piedi verso Roma.

Il Papa lo accolse e lo confessò assolvendolo dalla scomunica, però gli impose di andare in pellegrinaggio in Terrasanta e rimanervi per nove anni.

Gugliemo obbedì e condusse laggiù vita da eremita nutrendosi di erbe amare e di quel poco di pane che elemosinava nei dintorni.

Quando gli tornavano in mente le efferatezze che aveva compiuto in gioventù, il dolore che lo assaliva era così grande che prorompeva in un pianto dirotto.

Un giorno Guglielmo fu preso da un’acuta nostalgia per la sua patria. Si imbarcò su un veliero che lo scaricò sul litorale toscano, dove subì alcune disavventure, finendo catturato dai pirati saraceni per essere venduto come schiavo. Non sapendo cosa farne per lo stato  pietoso in cui versava a causa del cilicio, Guglielmo venne liberato e abbandonato sul litorale.

Confidando solo nell’aiuto di Dio si rimise in cammino sulla via Francigena arrivando fino a Luni. In attesa di un imbarco per la Francia si diresse sul vicino colle di Nicola dove sperava di trovare un alloggio e un po’ di riposo.

Vuole un’antica tradizione che quello strano pellegrino, mentre riposava sulle sponde del torrente Parmignola notasse un uomo anziano, certo Pasquino, che cercava di caricare su un asinello due barili d’acqua. Il misterioso pellegrino si offrì di aiutarlo. Afferrò i barili e li caricò sul somaro con l’imboccatura rivolta verso il basso senza che una goccia d’acqua si versasse per terra. Il vecchio salì in paese raccontando l’accaduto; tutta la popolazione scese al torrente per conoscere quel personaggio misterioso capace di compiere un simile gesto. Guglielmo fu accolto in paese e rifocillato, ospite di alcune “Case Particulari”, ossia di sette famiglie del luogo. Una delle case, vicino alla Chiesa, è conosciuta ancora oggi come la casa di San Guglielmo.

Prima di ripartire il Santo volle lasciare a quelle sette famiglie il segreto dell’erba medicinale chiamata Agrimonia, che lui utilizzava per lenire le piaghe provocate dal cilicio. L’erba guariva le ulcere venose delle gambe, come attestano alcune Maestà marmoree presenti in paese.

Guglielmo, dopo aver visitato in incognito la sua Patria, si rimise in cammino per l’Italia dirigendosi verso la Maremma per stabilirsi in un antro nei pressi di Castiglion della Pescaia, dove moriva il 10 febbraio dell’anno 1157. La fama di santità di San Guglielmo, i miracoli che si verificarono grazie alla sua intercessione, fecero sì che già nel 1202 la Chiesa lo proclamava Santo a furor di popolo.

Il ricordo del passaggio del Santo da Nicola rimase vivo nella popolazione che ne tramandò il ricordo e le gesta di generazione in generazione, finché il 26 aprile 1677 il generale Parlamento composto dai capifamiglia del paese “nessuno discrepante”, deliberò di eleggere S. Guglielmo Patrono di Nicola.

Due anni dopo la C. Congregazione dei riti stabiliva la data della festa: 10 febbraio di ogni anno. Venuto a sapere di quella particolare devozione, il principe di Massa, Carlo Cybo-Malaspina, nel 1685 donava alla chiesa di Nicola una preziosa reliquia d’argento contenente un frammento d’omero del Santo. Il 10 febbraio del 1686, mentre per la prima volta il sacerdote al termine della messa benediceva il popolo con la Reliquia, un uomo, certo Filippo Ragantini, cieco dalla nascita, recuperò la vista, come si legge in un documento d’archivio: “et ora ci vede benissimo, smaneza monete, discerne gli uni dagli altri, cammina la campagna et fa ogni lavoro che suole fare un contadino”.

In paese alcuni bassorilievi marmorei testimoniano i miracoli e le grazie distribuite dal Santo ai suoi fedeli. Un viaggiatore che visitò Nicola verso la metà del ‘700, restò meravigliato dalle centinaia di persone che in occasione della festa di S. Guglielmo salivano in paese per pregare e per portare a casa un po’ di Agrimonia, benedetta dal sacerdote con la reliquia. Ed ancora oggi quell’erba viene raccolta nei boschi vicini e distribuita ai fedeli il giorno della festa.

Nel 1782 clero e comunità decisero di trasferire la festa di S. Guglielmo dal 10 febbraio, al lunedì dopo la domenica di Sessagesima. Nel 1974 la festa subì un ulteriore spostamento celebrandosi il lunedì prima delle Ceneri, e da qualche anno il definitivo trasferimento alla domenica prima delle Ceneri.

Nonostante la crisi di fede e la secolarizzazione, ancora oggi questo piccolo/grande Santo non si stanca di trasmetterci messaggi di conversione autentica, di disprezzo delle ricchezze e del potere, di vita austera, di saper soffrire per amore, di testimonianza cristiana capace di attirare i lontani, di aiuto agli afflitti e ai bisognosi, di affidamento fiducioso alla volontà di Dio.

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