N° 6 - Giugno 2017
Storie dei lettori
  IL “DOPO”
di Augusto Gianfranchi



Sono banalità, io lo sapevo, è come scoprire l'acqua calda, io ci penso spesso e così via... sono pensieri che quotidianamente percorrono la nostra mente, ma  nel momento di una pausa di riflessione spesso andiamo nel PANICO.
Senza alcuna pretesa di modificare le cose, ma per entrare nel vivo di questa mia considerazione, con riferimento ai momenti di delusione, di sconforto, di malinconia, che ci assalgono quasi ogni giorno, vorrei richiamare l'attenzione dei lettori a cosa è, come usiamo, come abbiamo usato, o come sarebbe meglio usare il “TEMPO” che ci è stato donato fin dalla nostra nascita.
A tal proposito, trasmetto al “Sentiero” questo “virgolettato”, tanti lo conoscono, tanti no, quindi riflettiamo:

“Il tempo non si trattiene, la vita è un compito da fare che ci portiamo a casa.

Quando uno guarda già è sera,

quando uno guarda già è venerdì,

quando uno guarda già è finito il mese,

quando uno guarda già è finito l'anno,

quando uno guarda già sono passati cinquanta o sessant'anni,

quando uno guarda già non sappiamo più dove vanno i nostri amici,

quando uno guarda perdiamo l'amore della nostra vita, e adesso è tardi per tornare indietro...

Non smettere di fare qualcosa che ti piace per mancanza di tempo,non smettere di avere qualcuno accanto a te perché i tuoi figli, subito o quasi, non saranno più solo tuoi e dovrai fare qualcosa, con questo tempo che resta in quanto l'unica cosa che ci mancherà sarà lo spazio che solo si può godere con gli amici di sempre, questo tempo che purtroppo non torna più.

Bisogna eliminare il “dopo”:

dopo ti chiamo;

dopo lo faccio;

dopo lo dico;

dopo lo cambio...

Lasciamo tutto per il dopo come se il dopo fosse il meglio perché non capiamo che:

dopo il caffè si raffredda;

dopo la priorità cambia;

dopo l'incanto si perde;

dopo il presto si trasforma in tardi;

dopo la malinconia passa;

dopo le cose cambiano;

dopo i figli crescono;

dopo la gente invecchia;

dopo il giorno viene la notte;

dopo la vita finisce...

Non lasciare niente per dopo, perché nell'attesa del dopo puoi perdere i migliori momenti, le migliori esperienze, le migliori amicizie, i migliori amori...
Ricordati che il dopo può essere tardi, il giorno è oggi, non siamo nell'età più di posticipare niente...”
Magari avrai tempo per leggere e condividere questo messaggio, o altrimenti lascialo per il dopo.


  “L’ARTE” CI SALVERA’ ?
di Millene Lazzoni Puglia



La crisi economica di questi inizio secolo e millennio con la conseguente disoccupazione non è certo una novità: ricordo di aver sentito parlare della crisi di quasi un secolo fa (una delle tante), quando non ero ancora nata, però è stata vissuta pesantemente dalla mia famiglia, perché mio padre era stato uno dei tanti disoccupati.
In quegli anni trenta, quando la maggior parte del lavoro era nell’agricoltura mezzadrile, esistevano anche gli operai delle prime grandi fabbriche e gli artigiani autonomi. Mio padre Sante, che faceva il muratore, era uno di questi ultimi, ma con l’edilizia quasi ferma non era facile trovare lavoro. Per fortuna con mia madre coltivava un piccolo uliveto, che non bastava per “sopravvivere”, avendo anche un figlio da crescere. Così spesso al mattino con la sua bicicletta partiva da Caniparola alla ricerca di un cantiere con dei lavori in corso. Questi erano piuttosto rari, ma dove ne trovava uno, chiedeva se avessero bisogno di un muratore: la risposta era sempre negativa. I luoghi della ricerca erano i soliti: Sarzana e dintorni, a volte si spingeva anche lungo la strada per La Spezia, specialmente verso Lerici.
E fu proprio in quella zona che mio padre s’imbatté dove stavano costruendo dei muri di pietre intorno ad una villa. Si fermò per fare la solita domanda:
“Avete bisogno di un muratore?” Gli fu risposto con un’altra domanda:
“Sapete lavorare con le pietre?”  Alla risposta affermativa, gli fu chiesto di mettersi alla prova. Cosa che mio padre non si fece ripetere due volte e con la solita buona volontà e competenza che lo distingueva, si mise subito all’opera.
Di solito quelle uscite mattutine alla ricerca di lavoro duravano poche ore con il ritorno a casa segnato dalla delusione. Ma quel giorno non andò così.

Mia madre Argentina si preoccupò moltissimo non vedendo tornare il marito per tutta la giornata.

Purtroppo allora non c’erano i cellulari come adesso, quindi era difficile comunicare, se non impossibile.

Mio padre, dopo una giornata di lavoro, tornò la sera stanco e soddisfatto.

Lui conosceva l’arte dei muri a secco tipici della Liguria e quella mattina ebbe la fortuna d’incontrare persone in grado di apprezzarla e di dargli il lavoro che non si fece scappare. Così una delle tante giornate difficili di quel tempo si rilevò entusiasmante, perché con il lavoro che, per fortuna, continuò anche nei giorni successivi anche in altri cantieri, la famiglia trovò più serenità oltre che stabilità.

Temo che il lavoro manuale e artigianale oggi sia sottovalutato e messo all’angolo.

Si sa che in questa nuova epoca la tecnologia è una vera “rivoluzione”, paragonabile a quella industriale dell’800.  E’ una cosa straordinaria e meravigliosa, dalla quale, ormai, tutti noi dipendiamo.

Tuttavia sarà triste quando le nuove leve di giovani si renderanno conto che le loro preziose mani sapranno soltanto premere pulsanti e digitare sui vari modelli di cellulari e computer che hanno fatto sparire tanti mestieri manuali e ridotto le opportunità di lavoro.

    

Caniparola, 2017


  Cara mamma
di Una figlia



Cara mamma,

mi manchi tanto, soprattutto ora, in questo felice periodo, così importante per il mio bambino : il giorno della sua prima comunione. Avrei bisogno dei tuoi consigli, del tuo sostegno, del tuo amore. Io faccio parte di te e la tua morte equivale alla morte di una parte di me. E quel giorno ci sarà un vuoto.
So quanto ci tenevi ma in qualche modo ci sarai.

Sei sempre nei miei pensieri, non c’è giorno che non ti ricordi e sono sicura che un giorno ci rincontreremo.

Spero di essere per i miei figli un esempio come lo sei stata tu per me.


                                                                                             

  Dal Brasile- Abracos a todos amigos- parentes. Jacy Pietra
di Romano Parodi


 

Caro amigo Parodi

      Ti ringrazio molto del libro che mi hai inviato e ringrazia l’autore, Massimo Marcesini, della dedica. Che emozione leggere, seppur con molta difficoltà, di mio nonno Fioravanti. Sapere che ha fatto due anni di carcere a Noto. Sono subito andata a vedere dove si trova. Addirittura in Sicilia. Mio Dio… aveva una moglie e una figlioletta…!
Vuoi sapere di questa bambina? Si chiamava Leonice, ed era mia zia.
Fioravanti Pietra e Margherita Gianetti, nata a Cassano (Fivizzano), ma abitante a Fossola di Carrara, avranno, in seguito altri sette figli.
Dopo Leonice, nata a Ortonovo nel 1891, Gilberto (Gisbé) 1897 (a lui abbiamo intitolato il 5° INCONTRO FAMILIA PIETRA), Alfredo (Alfré, padre della Simone, venuta a Ortonovo) 1899, Giacobbe (G’iacò, mio padre) 1901, Vilma 1903, Alceste (Alcè) 1905, Dirce 1908, Maria Ifigenia 1914. 
Oggi, quando, una volta l’anno ci riuniamo, siamo più di cento.

Mio nonno era un imprenditore edile. Aveva molti dipendenti. Costruì anche il tribunale di Belo Horizonte ed è nominato nel libro dei fondatori della città, come construtor e mestre-de-obrass. Una città che nella grandissima festa del centenario del 1997, cento anni dopo il suo arrivo, da piccolo villaggio, è diventata la capitale di Minas Gerais, e terza città del Brasile, con 4 milioni di abitanti, cinque volte Genova, la città da dove era partito nel1886.
Leonice era una bellissima donna, mite e tranquilla, tutta dedita alla famiglia: anche da ragazza fece da mammina a tutti i suoi fratelli. Sposò Pepe Fabrini.
I Fabrini erano una famiglia molto nota, anche loro imprenditori edili, hanno avuto anche un sindaco della città. Erano arrivati insieme, dopo tre mesi di navigazione e di viaggio, con la medesima nave. Il 30% della popolazione Belo Horizzonte e di origina italianos

     Avranno sei figli: Norma, Josè, Trieste, Ivan, Jone, Jlden. 
Norma, la sua primogenita è diventata oggi il punto di riferimento di tutta questa grande famiglia per moltissimi anni: è lei che organizzò gli incontri annuali dei Pietra, oggi un rito inderogabile.
Leonice, è morta nel 1982, aveva 91 anni, “sem sofrimento prolongado”.
(La lettera è molto più lunga, purtroppo…. è scritta a mano…e in portoghese).

 

      La Jacy, docente universitaria in pensione, mi ha inviato anche l’album genealogico della famiglia. Un librone di 100 pagine, con centinaia di fotografie, comprese quella di Fioravanti e Margherita, italianos, con questa stupenda frase latina: “igenia hominum loco rum situs format” (è il paese natio che forma il carattere di un uomo). Bello, bellissimo!!! con un’introduzione di quattro pagine (tutte, ohimé, scritte a mano: spero, queste poche righe, di averle copiate giuste).
Ha una bellissima prima pagina patinata con la Lanterna, simbolo di Genova, logo della famiglia. (Ortonovo, allora, era in provincia di Genova). (Ho scritto loro di sostituirla con la torre di Guinigi, ho fatto bene?).
Una curiosità, un giorno alla tv c’era questo quiz: Dove si trova il cielo più azzurro del mondo. Risposta esatta: Belo Horizonte.

 

 La perseveranÇa  do tempo sobre o homen, torna-o-en velhecido.

Se o homen persevera sobre o tempo, de teni sua velhice e torna-se un eterno jovem”...

Recordar  o bem recebido è fazer-se merecedor de tudo quanto amanhã possa nos ser brindado. Não esquecam que, quando um pai dà um conshelo, è purque jà viveu tudo o que esse conselho encerra e que, ao nexpressà-lo, quer evitar ao filho o que para ele foi motivo de sofrimento ou causou-lhe danos... (col computer, io l’ho tradotta così, mah...) 
Col passare del tempo l’uomo diventa vecchio. Se, invece, persevera con la sua vita, tiene ferma la sua vecchiaia e continua a essere un eterno
giovane, ...

Ricordare il bene ricevuto è renderlo degno di tutto ciò che domani può essere blindado (rafforzato, consolidato...).
Non dimenticare che quando un padre insegna a vivere è perché ha già vissuto questa esperienza (motivo de sofrimento) che, a lui, ha causato danni.



  Gli Amici del Giacò
di I volontari dell' Associazione



 

Già da diversi anni l’Associazione di volontariato “Gli Amici del Giacò” organizza al termine dell’anno scolastico una cena di beneficenza, per raccogliere fondi a favore dell’Istituto Comprensivo di Ortonovo.
l’intero incasso viene quindi suddiviso per tutte le scuole del nostro territorio, di ogni ordine e grado, e le insegnanti possono usufruirne per acquistare ciò che è necessario per i propri alunni.
La serata sarà allietata da momenti musicali a cura dei bambini dell’infanzia, della primaria e della scuola media (classi ad indirizzo musicale) a partire dalle 18:30.
Quest’anno la cena si terrà il 17 giugno alle ore 20:00, presso il tendone di Colombiera a  Castelnuovo Magra.

Menù: Penne ragù, arista di maiale, patatine fritte, torta al cioccolato, acqua, vino, coperto.

Prezzi: adulti 15 euro; ragazzi primaria e media 10 euro; bambini infanzia 5 euro

 

Tutta la comunità è invitata a partecipare.



  La festa di Sant’Antonio da Padova al Bondano
di Giuliana Rossini



 

Sant’Antonio da Padova non è il patrono della piccola frazione di Marina di Massa, il Bondano, dove io ho abitato fino alla mia prima giovinezza. Patrona è la Vergine Maria, nel giorno della sua natività. Ma il Santo si è conquistato, sul campo, la stima, l’affetto e la riconoscenza di tutta la popolazione, sì che la sua festa, che ricorre il 13 giugno, è una delle più importanti e popolari del luogo. Il suo culto vi è stato introdotto da un frate cappuccino, Padre Gaetano, uomo generoso, ricco di umanità e morto in odore di santità nella prima metà del secolo XX. Egli, divenuto anziano, si era ritirato al Bondano quale rettore della piccola chiesa gentilizia dei conti Ceccopieri Maruffi, attorno alle cui proprietà ruotava la vita della piccola comunità.
Nell’imminenza della prima guerra mondiale, furono molti i giovani del luogo che dovettero partire per il fronte, fra la desolazione generale. Padre Gaetano, allora, prese un pezzo di carta e, alla presenza di tutta la popolazione, vi scrisse i nomi dei coscritti e, dopo avere impetrato la protezione del Santo con viva fede, lo depositò in una fessura della statua.
Mio padre, allora, non abitava ancora lì, ma a Filattiera di Pontremoli ed era un po’ più giovane dei partenti, ma conosceva bene il religioso, che si era preso cura di lui e dei suoi fratelli, in seguito a dolorosissime vicende familiari.
Ritengo che il suo nome, insieme a quello di altri come lui, fosse stato aggiunto all’elenco in seguito, quando, dopo la rovinosa sconfitta di Caporetto, venne chiamato al fronte come uno dei “gloriosi ragazzi del 99” (come egli amava ripetere) che diedero un valido aiuto nel rovesciare le sorti del conflitto.
A guerra terminata, tra l’emozione degli abitanti, venne estratto dalla statua il famoso elenco e grandi furono la gioia e l’entusiasmo nel constatare che proprio tutti i giovani erano tornati a casa sani e salvi e avevano potuto riabbracciare i loro familiari e, tra loro, anche mio padre.
Fu chiaro e universalmente sancito fra i presenti che si trattava di un miracolo del taumaturgo da Padova che, da allora, godette di affetto e cure particolari da parte della comunità e il giorno a lui dedicato divenne un momento di ringraziamento e di grande festa generale.
Diversi anni dopo, la mia famiglia, sempre grazie all’amicizia e all’interessamento di Padre Gaetano, venne ad abitare proprio accanto alla chiesetta gentilizia, e anch’io, come le mie sorelle e le amiche del vicinato, mi sono trovata a partecipare ai preparativi della popolare festa in prima persona. Dapprima dovevamo badare alla pulizia dell’edificio religioso. In particolare mi ricordo la cerimonia della lucidatura degli alti ed imponenti candelabri di ottone che ornavano l’altare, sotto la guida attenta dell’anziana contessina Giulia che dirigeva tutte le operazioni. Ma quello che ci piaceva di più era andare presso le famiglie del posto, abbastanza povere in verità (ma ognuno dava quello che poteva) a raccogliere i doni per la lotteria.
Nel frattempo adocchiavamo i fiori dei diversi giardini per chiederli poi alle proprietarie, per adornare la statua del Santo e spargere i petali lungo le vie in cui sarebbe passata la processione. Inoltre non mancavamo mai alla novena serale che rappresentava, per noi ragazze, la possibilità di fermarci poi, a funzione terminata, a giocare una mezz’oretta nella piazzetta adiacente alla chiesa.

E finalmente arrivava il giorno della festa. Dava inizio alla giornata la messa solenne cantata dal coro locale (la “Messa degli Angeli”) con l’organista che suonava ad orecchio ed il padre predicatore che veniva da fuori. Ma l’evento per noi più importante era la processione, che iniziava subito dopo, e passava per le varie stradine del Bondano. Aprivano il corteo le bambine con l’abito bianco della Prima Comunione e con in mano il giglio bianco che, immancabilmente, macchiava di giallo il candido abitino e alcuni deliziosi angioletti che spargevano sulle strade i petali di rose. Poi venivano le giovani e le donne in due file ordinate che rispondevano alle preghiere e, dietro, il Santo portato a spalla dai robusti giovani su un ampio baldacchino, addobbato sempre con gigli bianchi e circondato da vari presbiteri con i paramenti della festa, infine, tutta l’altra folla. Chiudeva il corteo la banda musicale che scandiva con ottoni, tamburo e piatti, il ritmo delle canzoni della devozione popolare che noi cantavamo a squarciagola. Sant’Antonio, vestito con saio marrone, teneva in braccio Gesù Bambino e nell’altra mano un giglio e sembrava molto soddisfatto del culto a lui dedicato e, in genere, in quel giorno, si respirava un’atmosfera di gioia e serenità.

Il mio matrimonio mi ha portata lontana, in modo pressoché definitivo, dal piccolo centro abitato. Sono ritornata al Bondano pochissime volte, soprattutto in occasione di funerali. Non posso negare di essere rimasta un po’ delusa: non è più il paesino con tanti prati dove scorrazzavo durante la mia infanzia, vi sono tantissime case e la chiesetta mi è parsa più piccola di come la ricordavo. Certo le cose cambiano, anche quella fede popolare, un po’ superficiale e un po’ basata sull’ignoranza, non c’è più. Non che io la rimpianga, anzi! Però adesso le chiese sono sempre più vuote, la gente è attratta da altri “templi”, dove falsi profeti incitano ad un consumo smodato (“compra e sarai più felice!”) e alla libertà più sfrenata (“la vita è tua e puoi farne ciò che vuoi!”).

Devo dire che sento un po’ di nostalgia per la semplicità e la leggerezza di un tempo, anche se appesantite da fardelli e freni eccessivi che, una volta adulta ho vissuto come una cappa soffocante che ho fatto di tutto per scrollarmi di dosso, andando incontro anche a grossi errori. C’era bisogno di aria nuova (la novità del Vangelo!!). Per fortuna oggi quest’aria c’è e noi laici abbiamo capito l’importanza del nostro ruolo all’interno della chiesa e che, se viviamo veramente il Vangelo, possiamo essere luce del mondo e sale della terra e illuminare e dare un senso ad un mondo tanto confuso e disperato.

                                                                                    


  ROCCA di PAPA – ROMA
di Marta



 

Tantissimi anni fa, quando Doretto lavorava ancora all’OTO MELARA, un gruppo di persone tra operai e dirigenti di quel tempo avevano aderito al movimento dei Focolarini, un movimento della chiesa capeggiato da Chiara Lubich. Dorè e altri osservatori deciso di organizzare un periodo di dieci giorni di apprendimento a Roma, precisamente a Rocca di Papa, sede del movimento dei focolarini, per seguire la parola del Signore come Chiara predicava: “Gesù abbandonato”.
Questo gruppo, in piena accoglienza verso il prossimo, trovava la gioia nello stare insieme, senza nessuna distinzione; il dottore, il professore, l’ingegnere erano tutt’uno con operai, panettieri e muratori.
Tra questa corrente mistica capitavano anche degli aneddoti faceti, “come quella volta…” che Dorè mi raccontò:
Erano arrivati a Roma in un pullman pieno, più di sessanta persone. Dopo che furono nei loro alloggi, si presero gli accordi per i vari temi che in quei dieci giorni avrebbero dovuto svolgere; inutile dire che i programmi erano copiosi, un susseguirsi di argomenti vari ed interessanti. Doretto divideva la camera con l’amico Rossi che gli disse: “Io qui a Roma ho un parente che non vedo da tanto tempo, mi piacerebbe andare a trovarlo, se possibile senza perdere nessun convegno. Andrò nell’ora della cena e rientrerò prima di mezzanotte”. Doretto a questo proposito si raccomandò di rientrare prima di quell’ora dato che, essendo in un convento, a mezzanotte avrebbero chiuso il portone principale. L’amico rispose che sarebbe rientrato in tempo ma che in caso avrebbe chiamato Doretto dalla finestra, che affacciava sulla piazza. Quella sera stessa, Rossi andò. Doretto, dopo aver cenato e parlato un po’ con gli amici, salutò e andò a dormire.
Ma alle due di notte nel convento ci fu un certo fermento. Infatti da fuori, nella piazza, vi era qualcuno che chiamava “LORETO”, inizialmente piano.
“Doretto“ un po’ più forte. “Doretto!!!” infine gridando… ma Doretto non udiva, nemmeno una cannonata lo avrebbe svegliato. Nella piazza si accesero una dopo l’altra diverse luci, poi qualcuno si affacciò e disse “Ma che ti gridi! LORETO! LORETO! A quest’ora vai a cercare il pappagallo? Mortacci tua! Te possino caricà te!” Si svegliò tutta la piazza, si svegliò anche il convento e il povero Rossi si era ritrovato con un sacco di patate, pomodori e ciabatte che la gente arrabbiatissima gli aveva lanciato dalle finestre…. e di Doretto neanche l’ombra.
Il mattino dopo a colazione misero Doretto al corrente dei fatti e lui, con il più candido dei sorrisi, si scusò e aggiunse “…ma io…che colpa ne ho! Dormivo!”.

                                                                                    

  Fiorella
di Paola G. Vitale



 

Spirava sempre un po’ di brezza sul torrione dove nonna Iduina teneva i suoi conigli.
Io la seguivo docile, chiudendo con cura il piccolo cancello dietro di me, e poi, nel tempo dei frutti, mi riempivo furtivamente le tasche, di dolci zizzole.
“Lasciale stare, non voglio sentire i rimbrotti di tua madre  “ ripeteva la nonna. “Replicavo io placida; “le darò tutte a Fiorella!”.
La mia cara amica abitava su, in cima allo stabile, al di la del grande muro ricoperto dall’edera ; spesso ci salutavamo dalla finestra.
Lei sembrava un puntino festoso, sullo sfondo di quella grande finestra nera, che io immaginavo si aprisse su uno stanzone scuro scuro. Ma un giorno d’inverno, finalmente salii io da lei e scoprii una vasta cucina accogliente, dove una grande stufa in terracotta faceva bella mostra di se e tanto calore.
Passammo il pomeriggio giocando a nascondino lungo i corridoi, fra gli armadi a muro, le cassapanche antiche e il grande attaccapanni carico di sciarpe e di ombrelli.
In seguito mio papa fu trasferito per lavoro in un bel paese sotto Firenze ed io ricominciai faticosamente a cercarmi una amicizia sincera.
Trovai prima le zizzole, dal fruttivendolo davanti a casa.
Le chiamavano giuggiole e mi ricordavano tanto la mia amica Fiorella e la nonna lontana


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