N° 4 - Aprile 2016
Storie dei lettori

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  Appunti di un Pellegrino
di Gualtiero Sollazzi



Brividi di Pasqua

“Natale con i tuoi e Pasqua con chi vuoi”. Un proverbio stonato, che fa supporre una supremazia della nascita del Signore sulla Resurrezione. Il sentire comune sulla Pasqua, purtroppo, rischia di somigliare a un encefalogramma piatto. Se a Natale vi sono spunti di tenerezza verso il Nato, per la Pasqua solo un rispetto senza brividi per il Risorto. Eppure il cristiano è figlio della Resurrezione. Nella storia crocefissa dell’uomo, il Cristo è entrato conficcandovi la croce per renderla lievito con il suo risorgere. Dovremmo, forse, rivivere il rotolio della pietra rovesciata, le parole dell’Angelo a donne smarrite; il correre di uomini e donne per annunciare l’incredibile; quel “Maria!” sussurrato dal Risorto alla Maddalena in lacrime.
Immaginare il fremito della creazione ri-creata, con le montagne, scrive don Tonino Bello, non viste da nessuno, che danzano di gioia intorno alle convalli. Discutibile per gli eccessi, ma commovente per altro verso, la gioia incontenibile che in tante comunità del nord Europa la Pasqua suscitava. E’ stata chiamata “Risus paschalis” (sorriso di Pasqua) che diventa, a suo modo, rimprovero per la nostra algida attenzione alla Pasqua. “Exultemus et laetemur!”, canta la Chiesa. La ragione ce la indica Paolo VI: “E’ Pasqua. Una nuova, inesauribile sorgente di vita è stata infusa nel mondo da Cristo Risorto. Alleluia!”.

Cirenei e Veroniche
All’aprirsi della Quaresima dello scorso anno, la notizia della morte di 21 cristiani copti, uccisi dall’Isis. Una scenografia criminale aveva previsto tutto, ma non come quegli innocenti si sarebbero comportati. Da martiri: sono morti col santo Nome di Gesù sulle labbra. Un esempio per noi abituati all’indifferenza mentre dovremmo gloriarci, come Paolo, di testimoniare il Signore.
Il tempo quaresimale ci aiuta a guardare il Cristo, ‘Volto’ attento ai gesti di carità. Come quello del Cireneo che l’ha aiutato a portare la croce o della Veronica che gli asciuga la faccia tumefatta. Anche oggi sono molti i samaritani e veroniche sulle strade delle periferie per compatire e consolare. Fra questi misericordiosi ci siamo anche noi? E’ da fare nostra la speranza del fondatore del “Sermig”, Ernesto Olivero: “Nel mondo che sogno, vorrei una Chiesa sempre aperta. Aperta al Cielo e alla Terra. Una Chiesa che tutti, credenti e non credenti, possano sentire come casa propria. Una casa di misericordia, perché senza misericordia anche Dio si troverebbe solo”.
Così noi, nuovi cirenei e veroniche, renderemmo credibile la Chiesa. Come quei fratelli martiri, con negli occhi quel Volto, e sulle labbra quel Nome.




  Dialogo tra collaboratori
di Paola G. Vitale



 

Cara Marta, non hai solo l’attenzione del prof. Lorenzini da Montepulciano, hai anche la mia, da quando ti ho conosciuta, qua a Luni Mare, come moglie del caro Doretto e attraverso i tuoi racconti, come persona ‘sana di cuore’, come piace a Dio.
Oggi, primo giorno di marzo, uscendo dal servizio in chiesa, ho incontrato Walter che arrivava con la sua auto, il quale mi ha consegnato il nutrito pacco de “Il Sentiero”.
Questa sera ho letto già buona parte degli articoli che sempre mi confortano e mi permettono di conoscere tanta sana realtà. Il tuo racconto mi ha ricondotto agli anni sessanta, quando, di questi tempi, seguivo la mia mamma lungo l’argine del fiume Bisenzio e, tenendo a bada la mia sorellina, permettevo a mia madre di raccogliere gli erbetti: a lei tanto piaceva! Io ero abbastanza maldestra nella scelta degli erbetti e, come puoi immaginare, non ho mai imparato a raccoglierne, ma sulle vostre colline è davvero uno spettacolo che mi gonfia il cuore di lode a Dio.
Qua, nell’ex palude di Luni Mare, sono fiorite le primule, le margheritine e i minuscoli fiorellini azzurri chiamati “gli occhi della Madonna”. I cespi delle primule sono a volte perfetti e mi verrebbe voglia di estirparne uno che vedo armonioso nella sua composizione. Qua c’è qualcuno che prende ad estirpare i cipollotti selvatici che ostinatamente riempiono ogni spazio verde.
Beh, beata te, sulle colline di Sarticola… e grazie per il tuo racconto! Spero di incontrarti di nuovo. Ti abbraccio con tanti auguri per la Santa Pasqua e per ogni giorno.

                                                                    


  Una leggenda dimenticata
di Romano Parodi



Nel numero scorso Romano aveva invitato la Redazione a ricercare un suo articolo già pubblicato perché per lui e anche per altri era senz’altro uno dei più belli e significativi dei tanti suoi racconti. Lo abbiamo ritrovato (era del febbraio 1996) e lo riproponiamo.

 

Correva l’anno del Signore 1799. Era il mese della Madonna. Dopo che Napoleone aveva creato la Repubblica Ligure (1797) con un governo fantoccio, le armate francesi dilagarono in tutta l’Italia centrale soffocando nel sangue sommosse popolari e depredando musei e chiese. Iniziava così da parte dei Francesi la ‘grande ruberia’ di opere d’arte ed una campagna avversa e denigratoria contro la Chiesa e contro tutti coloro che “eccitavano il popolo alla rivolta”. I preti vennero esclusi dal voto elettorale e abrogati i loro privilegi secolari. Nel risalire la penisola riattraversarono la nostra Lunigiana comportandosi di conseguenza: il paese di Albiano Magra fu incendiato il 20 maggio e Zeri il 25 dello stesso mese. Nelle strade di Ortonovo vennero affissi allucinanti manifesti contro i traditori della patria che (testuale) “si opponevano alla spoliazione del Santuario del Mirteto”. Era il generale Dombrowski che intendeva depredarlo poiché era “bello, ricco e splendente”.
Perché le soldataglie francesi non riuscirono a mettere in pratica gli ordini ricevuti? Perché gli Ortonovesi, guidati dal battagliero abate e compaesano Domenico Bianchi, dei domenicani, e dal giudice Ceccardo Ceccardi (un trisavolo e omonimo del Poeta), si opposero con la forza alle prime pattuglie giunte in avanscoperta. Passarono solo un paio di giorni, e la notte del 17 maggio un’altra banda più numerosa s’apprestò ad imporre la dura legge del più forte. Giunti in località Rigoletto riuscirono a disperdere i primi oppositori con una nutrita scarica di fucileria. Questi arretrarono fino alla Maestà dove un altro gruppo stava preparando un’imboscata e, tutti insieme, si opposero al passaggio dei saccheggiatori. Anche se nascosti dietro gli olivi e alcuni armati di vecchi archibugi, avrebbero potuto fermare quella banda di uomini addestrati alla battaglia e dotati di armi moderne? E a quale rappresaglia, se vittoriosi, avrebbero esposto il nostro paese?
Ed ecco, allora, che la Madonna del Mirteto stese le sue mani protettrici sopra i suoi Ortonovesi. In quella notte lunare, infatti, tutti gli olivi con trochi mozzati e nodosi presero forma umana. Ai Francesi dovettero sembrare file di uomini armati e allineati: ogni ramo un fucile spianato. Tutto silenzio. “Un’imboscata mortale”, pensarono i Francesi.
Spaventati, fecero dietro front e se la diedero a gambe levate, fra la sorpresa e lo stupore degli spaventatissimi uomini di Ortonovo. La commozione e la gioia furono enormi. Tutto il popolo orante partecipò al Te Deum e alla Processione per ringraziare la santa Madonna che aveva salvato il paese da un sicuro incendio e saccheggio. Questa leggenda-miracolo si tramandò per molti anni nell’800 e veniva ricordata anche ai bambini del catechismo.
Verità storica impone di dire che in seguito i Francesi tornarono in forze e, davanti ad occhi impotenti e rassegnati, chiusero il Santuario e scacciarono i Domenicani.
Pergamene sacre, documenti e libri antichi, oro e tele preziose presero il volo per sempre.
Il giudice Ceccardo Ceccardi, investito della carica di Maire (Sindaco), nominò amministratori dei beni e custodi del Santuario rimasto senza frati: Bartolomeo Bianchi, Andrea Corsi, Giuseppe Michelini e Giuseppe Raganti. Solo dopo la battaglia di Waterloo i Domenicani ripresero possesso del nostro Santuario. E’ anche verità storica, però, che le rivolte dei contadini, l’opposizione dei nobili e del clero costrinsero gli occupanti a cambiare una Costituzione, promulgata sul modello di quella francese, con una più “italiana” che salvaguardasse le nostre opere d’arte.

 

P.S.: Nota curiosa. Il poeta C.R. Ceccardi trovò nell’archivio della sua casa natale di Ortonovo un documento-decreto di quell’anno che imponeva al giudice Maire di rasare lo scudo - stemma del capitano Pietro Ceccardi. Cosa che fu fatta e si può vedere tuttora. Chissà mai perché!

                                                                                        


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  Una riflessione sui bambini
di Millene Lazzoni Puglia (Giugno 2012)



Un antico proverbio africano dice che per crescere un bambino nel migliore dei modi ci vuole il “villaggio”. Può sembrare esagerato, ma la mia esperienza di vita mi ha insegnato che è vero, e mi rammarico di non averlo capito tanto tempo fa.
Davanti a me rimane soltanto una nipotina, Giada, da veder crescere, e anche se non ho la facoltà di decidere per lei, cercherò di fare il possibile per “illuminare” i genitori in questo senso. Si sa che i bambini hanno un bisogno essenziale della mamma e del papà; da loro devono ricevere il massimo dell’amore ma anche esempi positivi e costruttivi, coerenza e fermezza, quando occorre. Dai genitori devono imparare i valori più importanti dell’essere umano, come l’onestà, la lealtà e il rispetto dell’altro; ma anche, non meno importante, verso se stessi. Compreso il rispetto per gli animali, per l’ambiente e per il cibo. I genitori devono inoltre trasmettere entusiasmo, voglia di fare e positività, senza parlar male degli altri, insegnando che ognuno di noi può sbagliare ed essere giudicato.
Poveri genitori, sono veramente tanti i doveri verso i figli; senza contare quelli materiali, sono altrettanto importanti il tempo di stare con loro (magari senza la TV), di ascoltarli…
anche quando può costare sacrificio e rinunce. Ma ancora non basta, perché ci vuole il “villaggio”, il quale non può essere sostituito interamente dalla scuola, da quella Materna in su. Senza nulla togliere ai medesimi sul grande valore della socialità insieme a quello della cultura, può essere un errore considerare quella l’unica “fonte” della socializzazione.
Pur non avendo io l’autorevolezza per dirlo, ho compreso “sul campo” che ne esiste un’altra non meno importante che è quella della comunità appena fuori del nucleo familiare: vicini di casa che fanno parte del contesto dove il bambino vive, parenti che il bambino vede poco e con i quali non è facile per lui stabilire un rapporto. E’ frequente il caso di parenti che fanno regali ai bambini: regali spesso consistenti, come ad esempio somme di denaro, però poco appariscenti e con scarso effetto immediato che rischia spesso di passare inosservato. E’ un grave errore da parte dei genitori essere insensibili a questo problema e di non saper trovare dei modi per agevolare il rapporto (modi intelligenti, naturalmente). Altrettanto può succedere nei confronti di persone anziane o handicappate, parenti o vicini che siano, le quali non devono essere viste dal bambino come persone di serie B, perché se questo accade, c’è sempre, dietro a tutto ciò, uno dei genitori che è indifferente e pieno di pregiudizi. E questa è cosa grave. Poi non ci lamentiamo se certi giovani crescono egoisti e prepotenti (per non dir di peggio).
Ma torniamo al “villaggio”, che per noi s’intende come famiglia aperta alla comunità che ci sta intorno, dove il bambino dovrebbe imparare a rapportarsi con tutti con spontaneità e naturalezza, senza distinzioni di nessun genere. I bambini imparano subito, non sono loro il problema; semmai siamo noi adulti, così moderni e “colti”!

                                                                            



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  Un ricordo di Aldo Gastaldi, “Bisagno”
di Egidio Banti



In occasione della prossima festa della Liberazione (25 aprile) ci è pervenuta questa testimonianza su “Bisagno,  comandante partigiano.

 

Venerdì 26 febbraio il ciclo annuale del cineforum di Sarzana, che si tiene sin dall’inizio degli anni Sessanta al cinema “Italia”, si è concluso con un’interessante appendice “fuori programma”. E’ stato infatti presentato il film – documentario “Bisagno”, del regista ligure Marco Gandolfo. Il film racconta, per la prima volta, la vicenda del giovane comandante partigiano cattolico Aldo Gastaldi, che durante la Resistenza comandò sui monti della Liguria di Levante, con il nome di battaglia di “Bisagno”, la divisione “Cichero” e che rimase poi ucciso, pochi giorni dopo la Liberazione, in un misterioso incidente stradale presso il lago di Garda: precipitò infatti dal tetto del camion a bordo del quale stava tornando a Genova dopo aver accompagnato alle loro case alcuni suoi partigiani veneti. Il film, girato con la collaborazione della famiglia di “Bisagno”, non risolve il mistero di quella tragica morte, ma lascia bene intendere come la vita di Aldo Gastaldi fosse comunque in pericolo per il forte contrasto che negli ultimi mesi di guerra lo aveva opposto al comando unico della Liguria ed in particolare alla componente comunista della Resistenza. Solo la forte reazione dei suoi partigiani aveva infatti impedito che “Bisagno” fosse rimosso dal comando della “Cichero” solo perché rifiutava ogni metodo ed ogni iniziativa di indottrinamento politico. Il film, molto bello anche sotto il profilo della tecnica di ripresa, è imperniato sulle testimonianze dirette di numerosi partigiani ancora in vita, che, a settant’anni da quelle vicende, hanno dimostrato e dimostrano il grande attaccamento al loro comandante. Una stima e un riconoscimento che forse, per chi allora intendeva utilizzare a scopi politici gli esiti della lotta partigiana, finirono per rappresentare un pericolo ed una minaccia.
Alla proiezione a Sarzana ed al successivo dibattito hanno preso parte lo stesso regista Gandolfo e l’attuale presidente dei partigiani cristiani di Spezia, Franco Bernardi.
Il dibattito, seguito da un pubblico molto attento, ha in particolare contribuito a sottolineare il ruolo specifico di molti comandanti partigiani di ispirazione cattolica, tanto più significativo a poca distanza dal momento in cui Papa Francesco ha firmato il decreto per l’avvio della causa di beatificazione di Teresio Olivelli, l’autore di “Ribelli per amore”.
Bisagno”, che della sua fede non faceva mistero e che ne traeva spunto per l’”accoglienza” verso tutti (toccante, nel film, la testimonianza di un suo partigiano di religione ebraica), metteva al primo posto l’uomo, non il “nemico”, e neppure il “partito”.
Contrarissimo ad ogni genere di esecuzione capitale, intendeva evitare ogni strumentalizzazione del movimento partigiano, da qualunque parte venisse. E’ significativo che, in provincia della Spezia, ci siano state figure analoghe, come quella dei comandanti Daniele Bucchioni “Dani” e Federico Salvestri “Richetto”. Nel dibattito, qualcuno, a proposito di contrasti interni al movimento partigiano, ha affiancato la figura di “Bisagno” a quella di “Facio”, ovvero di Dante Castellucci, fucilato dai partigiani comunisti presso Zeri con false accuse e riabilitato solo di recente. Queste figure di partigiani “anomali” non possono certo far sottovalutare il ruolo avuto nella Resistenza dalle forze partigiane di sinistra, in particolare comuniste, ma consentono – come è giusto, col solo rimpianto che sia trascorso così tanto tempo – di rendere un tributo a una dimensione significativa della Resistenza troppe volte ignorata o dimenticata.
In questo senso, la proiezione del film su “Bisagno” a Sarzana ha inteso contribuire, e così è stato riconosciuto da tutti, ad un processo di più completa visione storica dei fatti, senza reticenze di alcun tipo. Per i cattolici, ma non solo per loro, è un’azione importante di verità e di onestà intellettuale, tanto più, come detto sopra, mentre procede il cammino che porterà sugli altari Teresio Olivelli. Tutto questo, a mio giudizio, è utile a tutti, come sempre è la Storia, con la S maiuscola. E ci guida a comprendere l’importanza di non dimenticare, nell’avvicinarsi, tra poche settimane, di un altro 25 aprile …




  Ricordando Doretto
di Walter


Qualche mese fa ho ricevuto dall’amico Marco Bernardini una mail nella quale fa una riflessione sulla sua amicizia con Doretto e gli insegnamenti avuti. Non l’ho pubblicata subito, aspettavo l’occasione propizia, e questa è arrivata. Marta mi aveva detto che era in programma un incontro con Marco, ma per varie ragioni è sempre stato rimandato. Il 21 marzo scorso finalmente ci siamo ritrovati a casa di Marta; l’ultima volta, qualche anno fa, c’era Doretto in carne e ossa, anche l’altro giorno c’era, ma ci osservava dall’alto. Marta ha preparato un gustoso pranzetto; c’eravamo io, Giuliana, Marco e la moglie Mimma.
Poi, nel pomeriggio, sono giunte alcune delle “anime sorelle” (così Doretto le chiamava) e con loro abbiamo ricordato tanti bei momenti trascorsi con il caro amico scomparso.

 

P.S.: Devo precisare che l’ing. Marco Bernardini dirigente della OTO Melara ora in pensione, Doretto un operaio, entrambi aderenti al Movimento dei Focolari di Chiara Lubich. Assieme avevano creato all’interno della fabbrica un vero scompiglio portando tanti operai (in maggior parte non credenti) alla Verna e perfino alla Mariapoli a Rocca di Papa. Io ho conosciuto Marco qualche anno fa, quando venne a trovare Doretto e da quel giorno siamo rimasti sempre in contatto. Di seguito ecco la sua riflessione di cui ho già detto. Inoltre aggiungo una lettera di Doretto a Marco (non so se gliela aveva spedita) che Marta ha ritrovato tra le tante cose del marito.

 

 

Ciao carissimo Walter,

 scorrendo la posta ho riletto il tuo ultimo messaggio. Sicuramente tra gli scritti che Doretto produceva di continuo e che conservava senza troppa cura, ci saranno ancora delle "perle" da riportare sul Sentiero. Erano stille di Sapienza. Ti confesso, caro Walter, che il "fenomeno" Doretto continua a farmi pensare e a "tormentarmi". Lo ricordo, come sai, quando agilissimo, in tuta,  saltava da un posto all'altro dello stabilimento per tenere tutti sotto controllo... Si fronteggiava con chiunque. Poco propenso ad ascoltare ma assai prolifico nella parola, trasmetteva con grande passione il senso della giustizia ed il valore del bene comune. Era un inquieto. Lo dovevo trattenere durante i confronti con il Direttore Generale perché temevo che gli venisse spontaneo dargli del "Tu". Poco tattico fustigava i politici con parole ora in dialetto ora in italiano. Su di lui non ci avrei scommesso un centesimo. Ecco perché la sua figura mi "tormenta" e mi consola insieme.
La strategia di Dio è imprevedibile e poggia i suoi occhi su chi Gli pare. Doretto si è reso degno di Lui e mi ha rivelato che non le doti naturali, né la cultura, né  l'erudizione ti fanno progredire nella mente e nel cuore, ma unicamente riuscendo a "perdere tutto". Doretto ha fatto così. Accettando di essere "uno straccio ormai consunto", si è gettato nell' "Ultimo Abbandono" propiziando l'incontro con Dio. 
Spesso ripercorro col pensiero il comune cammino e ne traggo costantemente una grande e superba lezione che mi porta, sempre, a chiedergli di non dimenticarsi di me.

Non ti pare sufficiente, caro Walter, che tutto questo mi determini un costante tormento? Certamente: ma è un Luminoso, Magnifico Tormento. 

Un caro commosso abbraccio e saluti cari a Marta. Ciao. Marco

 

Ortonovo, 14.09.2006 Caro Marco, non so come iniziare a dirti… ma iniziamo così: la malattia ha bussato alla porta della mia vita: una realtà difficile da accettare. Ho toccato con mano la fragilità e la precarietà dell’esistenza umana. Adesso guardo tutto con occhi diversi: ciò che sono, ciò che ho non mi appartiene, è dono di Dio. Ho scoperto cosa vuol dire dipendere, aver bisogno di tutti e di tutto, non poter far niente da solo.
Eccomi! Offro le mie sofferenze e le unisco a Te, Cristo Crocifisso. In ospedale ho vissuto la Parola di Dio “Confidate, ho vinto il mondo!”. Che bello! E a tutti davo fiducia, speranza: “Non dubitate, tutto andrà bene, Lui ha vinto! E io sono un Suo fan! Anche per voi vale… gente disperata, disgraziata, rotta, sgangherata, non in grado di reggersi più in piedi come me. Confidate, confidate, Lui ha vinto! Ha vinto tutto: la sofferenza, il dolore, l’abbandono e, in ultimo, la morte!”. (E vai!!!) E aggiungevo: “Però non dimenticatevi che il vostro e il mio dolore è prezioso più dell’oro! Non sprecatelo. Esso, se lo offrite con il cuore, è la moneta più preziosa che può arrivare al cuore di Gesù. Donatelo per la salvezza del mondo “.
E poi, questa te la racconto come fosse un aneddoto. Quando è venuto il tempo delle mie dimissioni dal “Don Gnocchi” di Sarzana dove ero ricoverato per la seconda volta (in totale quattro mesi), tutti i pazienti hanno sottoscritto una petizione per farmi rimanere tra loro altri quaranta giorni! La dottoressa responsabile ha detto: “Questo è uno scherzo del solito Doretto!”. Allego a questa mia una copia del mio “Calvario” di modo che tu possa capire cosa mi è capitato. Ma…, va bene così. Dio mi ama, e non so dirti quanto. Anche il fatto che il tempo, come ce lo ripetiamo di continuo, non ha valore se Gesù è in mezzo a noi, Lui, l’eterno, non ci delude.
Ora sono qui, in una carrozzina, a volte prendo le stampelle, ed è già un miracolo. Si vede che devo ancora fare qualcosa! Chissà? Forse pregare…pregare per questo mondo e per questa società che ha bisogno solo di essere guidata da gente saggia, che capisca che in fondo tutto finirà per il bene! Lui ha vinto! Non abbiate paura: “Ho vinto il mondo!”.
Ciao, Marco, un abbraccio forte, forte. Sempre UNO…e salutami Chiara! (Chiedo Troppo?)    



  Al lume di candela
di Marta



 

In questo periodo del mese di marzo si susseguono una serie di ‘Giornate’ dedicate a tanti temi di pubblica utilità e a ricordo di avvenimenti importanti.
Il 19 e 20: le Giornate FAI di primavera; il 19 (San Giuseppe): festa dei papà; il 21: Giornata della sindrome di Down e la Giornata naz. della memoria e dell’impegno contro le mafie e, infine, per “Un’ora per la terra”: la sera del 19 marzo dalle 20,30 alle 21,30 in ogni Paese la popolazione è stata invitata a spegnere tutte le luci per un’ora: solo le luci delle candele e led. Che emozione vedere spegnersi le luci di tanti monumenti, in particolare la torre Eiffel a Parigi!
Ebbene, quella sera, quando ho acceso la mia candela, non ho potuto fare a meno di fare un tuffo nel passato: quanti ricordi! Quando da bambina, la sera, la mamma accendeva la candela, ma solo una alla volta, poiché costavano e bisognava risparmiare.
Il lume era fioco, fioco; tante erano le zone d’ombra; ci aiutava un poco il bagliore del camino quando era acceso: i ciocchi ardevano emanando un gradevole calore e la fiamma era uno spettacolo. Ricordo che dopo cena la mamma si metteva sempre accanto al fuoco con un cesto di indumenti da rammendare: un bottone alla camicia del babbo, una toppa ai pantaloni e tanti calzini da rammendare sulle punte delle dita. Io, annoiata, sbadigliavo; mio fratello più grande era già a letto ed io avevo paura ad andarci da sola. Poi la mamma prendeva un mattone o un sasso che aveva messo accanto al fuoco prima di cena ed era quindi bello caldo, lo fasciava con degli stracci e lo metteva sotto le lenzuola del mio lettino e mi raccontava le solite ‘fole’. Essendo analfabeta non ne conosceva tante, allora mi raccontava degli aneddoti o fatti di vita che accadevano nella realtà di quel periodo: sempre cose buffe e divertenti che mi facevano molto ridere; poi si allontanava con la candela ed io, anche se avevo paura del buio, chiudevo gli occhi e mi addormentavo.
Al mattino, al risveglio, se c’era il sole mi divertivo a saltare sul letto: sotto c’era la rete metallica, ma il materasso era fatto di cartocci, ovvero di foglie delle pannocchie di granturco, quelle più tenere e bianche. Tutti gli anni nel periodo della ‘scartozzera’, la mamma rinnovava il saccone con cartocci nuovi che, nel saltare, facevano un rumore che mi divertiva.
Ma ecco che l’ora è trascorsa e si riaccende la luce; devo strizzare gli occhi che già si erano adattati alla penombra: si riaccende la TV, sento il motore del frigorifero, la tisaniera che fischia…

Rientro così nella realtà, ma è stato un bel viaggetto.

                                                                            


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