N° 1 - Gennaio 2015
Storie dei lettori
  Io e Doretto
di Marco Bernardini



 

Ho conosciuto Doretto tanti anni fa. Ero un giovane ingegnere dell’ufficio studi della Oto Melara ed appartenevo al settore della progettazione. Si costruivano cannoni e carri armati. Il clima dello stabilimento era quello tipico del tempo: una forte pressione padronale, elevato paternalismo, profonde disparità sociali tra i gli impiegati ed i “colletti blu”: gli operai. Durante l’intervallo per il pranzo gli operai avevano un’ora di tempo per consumare il loro pasto e questo avveniva di solito lì, in piedi, accanto alla macchina utensile che per l’occasione si trasformava nella loro tavola. Il lavoro riprendeva inghiottendo l’ultimo boccone sotto il martellante controllo dei capi operai, riconoscibili dal color marrone delle loro tute.
Durante la primavera del 1966, la San Vincenzo aziendale organizzò una visita alla Verna, sopra Arezzo, importante meta francescana. Anch’io diedi la mia adesione. Era una bella occasione per incontrare in modo diverso tante persone dello stabilimento, con le quali c’era il rischio di trascorrere un’intera esistenza insieme,senza conoscersi mai.
Partimmo in pullman. Eravamo una cinquantina, quasi tutti operai e qualche impiegato. Io ero l’unico, come dicevano loro, dei “colletti bianchi” che apparteneva alla “Direzione”.
La sistemazione a bordo avvenne secondo consuetudini precise: davanti l’ingegnere, poi gli impiegati e dietro gli operai. Durante il viaggio mi venne chiesto di dire due parole di saluto a tutti i partecipanti. Brevemente incoraggiai tutti a guardarci in un modo diverso e a sentirci uniti da uno spirito fraterno. Incuriositi mi fu chiesto di dire di più. Raccontai allora, brevemente, di come rimanessi colpito dal forte timbro di gioia che notai tra persone diverse, quando partecipai ad una  Mariapoli di qualche tempo prima. Le persone ascoltavano in un silenzio assoluto. L’impressione fu enorme. Il clima tra noi cambiò rapidamente. Si diffuse una forte emozione. Qualcuno si commosse. In quei due giorni vivemmo tra noi una realtà nuova.
La nostra esperienza fece scalpore nello stabilimento e per qualche tempo i tremila dipendenti non parlarono d’altro.L’incontro più importante che ebbi fu con Doretto, tornitore alle bocche da fuoco. La sua adesione a quanto avevamo scoperto, fu immediata e subito comprese  che  Gesù in mezzo a noi, avrebbe cambiato la nostra vita e migliorato il clima nello stabilimento. Sulla nostra unità nacque tutto. Cominciammo ad incontrarci periodicamente a piccoli gruppetti. Gli amici della  Verna, divennero la pattuglia pilota. L’impegno era vivere l’amore scambievole e questo, ben presto, ci fece sentire fratelli.
Gli incontri avvenivano tra le dodici e trenta e le tredici dopo avere velocemente  mangiato nella mezz’ora precedente.  Qualcuno arrivava avendo ancora il panino in mano, qualcun altro si ripuliva la tuta contrappuntata da piccoli riccioli d’acciaio. Doretto avvertiva tutti ed incoraggiava. Ci incontravamo in uno spazio molto limitato ed angusto in fondo al capannone, a ridosso dei carri armati. E’ lì che apprendemmo, dagli scritti di Chiara, la vertiginosa avventura della scelta di Dio. Quelle poche righe che potevamo leggere entravano come frecce nei nostri cuori. Poche cose, perché il tempo era ristretto, ma essenziali. Alla luce di quelle paginette e al calore di Gesù in mezzo a noi, quel gruppo informe fatto di credenti e di atei, di comunisti, di fascisti, di anarchici, di chi odiava, di chi bestemmiava, di chi si avviliva, di chi non aveva morale, di chi era scoraggiato, si trasformò in una famiglia, una vera famiglia. Scoprimmo che Gesù, nostro fratello, ci amava così come eravamo. Nacque l’unità perché tra noi sbocciò l’amore scambievole.
Nell’estate del 1966, Doretto ed io pensammo di azzardare un’iniziativa: perché, ci chiedemmo, a seguito di quando vissuto alla Verna non proponiamo agli amici di partecipare all’incontro estivo dei Focolarini? Detto e fatto. Con cento dipendenti, prevalentemente operai, ci preparammo e partimmo per la Mariapoli estiva. Era l’appuntamento tanto atteso. Fummo accolti a Grottaferrata con grandissima festa.
La “Città tutta d’oro” si spalancava anche per noi. Era la prima volta che il mondo del lavoro, soprattutto il mondo operaio, aderiva in modo così compatto e massiccio all’Ideale.
La notizia si diffuse e Chiara venne informata. Allora in autunno, a seguito di precise indicazioni fornite dai focolarini, con un gruppetto di circa trenta operai, suggeriti da Doretto, partimmo diretti al Centro Mariapoli per un grande evento: l’incontro con Chiara.
Fu un momento storico. Tanta emozione e tanta titubanza nel prendere la parola. Molti del gruppetto avevano difficoltà ad esprimersi. Alcuni erano molto emozionati e le lacrime non mancavano. Chiara, molto attenta, colse al volo che Doretto aveva capito molto bene il messaggio che da lei proveniva. Lo chiamò, lo fece parlare e lo ascoltò anche con molta curiosità. Alla fine Chiara confidò a Doretto che in ciò che gli operai avevano detto vedeva “i prodromi” di una Società Nuova. In quella circostanza diede la Parola di Vita a “quelli della Oto Melara” scrivendo di suo pugno, sul risvolto di una nota  pubblicazione del tempo: “Confidate, ho vinto il mondo”.
Doretto ha sempre gelosamente conservato con molta attenzione, negli anni, quello scritto, che leggeva e commentava a coloro che andavano trovarlo.
Ormai la nostra avventura era nota a tutti nello stabilimento, tanto che nella primavera successiva, siamo nel 1967, ci proponemmo un’altra meta: Loppiano.
Doretto, con passo veloce,  attraversava d’un lampo i grandi reparti delle macchine utensili per informare tutti.
Dava loro un piccolo foglietto con su scritta la nostra Parola di Vita e la data della imminente iniziativa. Partimmo in trecento: sei pullman. Si, perché ormai venivano anche le mogli e i figlioli. In quel giorno Loppiano visse per noi.
Sono passati molti anni da quegli avvenimenti e tante cose sono cambiate. Io, per motivi professionali, mi trasferii nelle Marche ed il rapporto con tutto quel “popolo” di cui mi ero preso cura con tanta passione, si allentò. La distanza era molta. Ma con Doretto tutto rimase intatto. Le telefonate erano frequenti e quanto avevamo scoperto nella Mariapoli, divenne la piattaforma permanente delle nostre lunghe conversazioni.
Mi accorsi rapidamente che la sua ricchezza spirituale era notevolmente cresciuta. Mi diceva cose intrise di una così intensa spiritualità tale, da avvolgermi e da rinnovarmi continuamente in un clima costante di gioia. Talvolta, durante la lunga conversazione telefonica, notava qualche piccola ombra in quello che dicevo, allora prontamente interveniva per delicatamente redarguirmi ed incoraggiarmi. Mi accorsi allora che i nostri ruoli si erano invertiti. Lui divenne la guida.
Come sappiamo, Doretto molto attivo per indole, non fu più in grado di muoversi per la paralisi progressiva delle gambe, che si rivelava in un modo sempre più devastante. Tutto il suo fisico era ormai debilitato e sofferente. Seduto su una sedia a rotelle, si muoveva tramite una batteria elettrica, che lui definiva, sorridendo, “papamobile”. Eppure col degradare del fisico, con una grande lucidità di mente, unica parte ancora integra, progrediva in modo sorprendente nella vita spirituale. I suoi occhi erano pieni di luce e la sua parola sempre pronta e viva. Era diventato il mio maestro.
Partendo da Ancona, andai a trovarlo pochi giorni prima che ci lasciasse. “Ciao fratello, mi disse,  noi ci vogliamo bene come in quel tempo e sempre di più”. Rimasi in silenzio in quel clima di sacralità. La grande gioia che usciva dai suoi occhi invadeva tutta la mia persona.

 Sono rimasto molto scosso da questo avvenimento che mi ha fatto molto riflettere e che continua a scuotermi. Con la mente ho “ripercorso” quanto è accaduto in questo mezzo secolo dove Doretto, un semplice tornitore, con poca cultura, leggermente polemico e con un  carattere non facile, si è fatto Santo. Non ha esitato, costantemente, a puntare su ciò che vale.
Socchiudo gli occhi e lo vedo ancora una volta sfilare dalla sua capace cartella quello scritto di Chiara, che riprendendo la frase di Gesù: “Confidate, ho vinto il mondo”, ha consentito a Doretto di giungere davanti a Dio e di vederLo, faccia a faccia, così come Egli è.
 Ancona, 28 novembre 2014


  La gonna bianca
di Marisa Lisia


 

La gonna bianca

Sono una persona anziana e vorrei scrivere una piccola mia storia. Ho sempre avuto, fin dalla mia giovinezza, una predilezione per gli abiti bianchi: questo colore, a mio parere, racchiude e completa in sé tutti i colori del mondo ed il colore del cielo, è simbolo della purezza e di tante cose positive.
Il tempo è inesorabile e mi ritrovo ancora a cercare, a 84 anni, una gonnina bianca, ma è quasi introvabile: o è troppo moderna, o è troppo esosa, quindi accantono con molto rammarico l’idea: è proprio un sogno nel cassetto il mio! E non ci penso più. Un giorno, precisamente di giovedì a Sarzana, girando per il mercato, vengo attratta da un banco dove, a caratteri cubitali, vi era scritto “tutto a 1 euro”; mi avvicino incuriosita e, cercando fra tanta roba, che vi trovo? Proprio la gonna dei miei sogni: bianca, non moderna, anzi decisamente classica e su misura, ottima stoffa, un vero miracolo. Non me la lascio scappare e la compro al volo con la compiacenza del mio borsellino; le critiche però non mancano.
Cerco quindi di indossarla con la più disinvoltura possibile: non vorrei sembrare troppo eccentrica. Una mia amica mi dice: “Ma sei matta a mettere una gonna bianca alla tua età! Ed è anche un brutto colore!”. Mio nipote, più caritatevole, mi dice che sembro proprio un’infermiera… E io, cocciuta, la indosso sempre: è la mia preferita ed è intoccabile! Intanto l’accarezzo, sperando che non si sia troppo offesa… E poi è così di umili origini che mi fa perfino tenerezza!
Dopo averla rinfrescata a dovere, la ripongo accuratamente nel mio armadio e, non senza un pizzico di ottimismo, le dò un arrivederci per un altro anno.



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  Olive e neve a Montepulciano
di Carlo Lorenzini (da ‘In cambio di un sogno’ Ed. Golden Press)



Come ci si sente a rievocare i giorni felici nella miseria? Forse non male. Anche perché ci sentiamo padroni della vita che rievochiamo. Bella o brutta che sia stata questa vita, siamo noi a ricrearla. Siamo noi i creatori, i demiurghi; e di questa creazione noi godiamo.

 

Oggi, venerdì cinque dicembre millenovecentonovantasette, ho finito di cogliere le olive.
Una lunga maratona. Più di un mese, dagli ultimi di ottobre. Spesso interrotta dalla pioggia. Nei primi giorni coglievamo insieme, soli, io e mia moglie. Noi due soli, nel deserto della campagna poliziana, così religiosamente aristocratica. Io coglievo, aiutandomi con la scala, le cime poste su in alto e periferiche. Lei, in piedi, da terra, coglieva le rame basse, quelle a portata delle mani. Oppure, seduta in una seggiola, disolivava i rami, che io, potando, le preparavo. Insieme coglievamo soltanto al mattino. Nel pomeriggio: quei pomeriggi ormai corti e subito precipitanti nel crepuscolo, per immergersi presto nella notte, coglievo da solo. Oppure li passavamo in casa: lei a riposare, a leggere, a guardare la televisione, a scrivere al computer, oppure a fare da mangiare, per il pranzo del giorno dopo; anch’io a riposare, a scrivere, a leggere, o alle prese con qualche lezione.
Durante la coglitura insieme, poche le parole fra noi. Ad un certo punto della vita in comune, fra coniugi, il silenzio è l’espressione più affettuosa, più eloquente; e la più normale. Il silenzio e la meditazione. Nella maturità, più che di parole si vive di pensieri, perché si vive più che altro di ricordi, di nostalgie e di paure, dimensioni dello spirito egualmente difficili a esprimere. Lei, non so cosa pensava durante quei suoi lunghi silenzi nella coglitura. Ma io avevo dei pensieri lontani. E ogni tanto, quando era un po’ che non la vedevo, e non la sentivo, la chiamavo: “Nanna, come va?”. E allora lei mi rispondeva: “Va bene. Ma fa un po’ freddo”; oppure: “Potrebbe andare meglio, in questa pianta sono piccole e rade. E’ un’ora che colgo e la cestella è ancora quasi vuota”; oppure: “Sono fortunata, qui dove mi trovo ce ne sono tante e grosse, e poste molto in basso”; oppure: “Stamattina il tempo non scherza, è un’aria da neve”. E poi di nuovo silenzio. Ma a me piaceva, ogni tanto, sentire la sua voce; una voce chiara, casta, musicale, rimasta giovane e squillante, nonostante l’usura degli anni; una voce ancora da giovinetta. Una voce ‘mia’, che è così solo quando parla a me. E poi ancora silenzio. E ancora pensieri. Pensieri lontani. Per esempio, pensieri a proposito della neve…
Generalmente la neve fa parte dei ricordi dell’infanzia. Per me non è così. Data l’eccezionalità delle nevicate negli inverni del mio paese d’origine, in Liguria. Semmai, in quegli inverni liguri, gelate e piogge e temporali e tempeste di vento. Ma raramente la neve. Della neve della mia infanzia, dunque, ho ricordi labili ed evanescenti. Non più che un esile e candido tappeto, deserto e silenzioso, a ricoprire, raro e fragile, i tetti delle case del paese, gli uliveti e i boschi di querce e di castagni, giù per la collina e, a nord, i monti di Ortonovo; fino alla cima del Forte, in cui la neve rimaneva, lontana e indifferente, per molta parte dell’inverno.
Di un’altra neve invece ho vivo ricordo. La neve, frequente negli inverni, abbondante e di lunga durata, qui a Montepulciano, negli anni sessanta. Ricopriva, altissima, tetti, vie, strade, viottoli, camminamenti, campagna. Pesava inerte e ostinata, sugli alberi, piegandoli, abbattendoli, rompendoli, straziandoli. Noi eravamo giovani insegnanti, allora, appena sposati; Rita, la nostra unica figlia, ancora nella fantasia. Abitavamo in campagna, a mezza collina, presso la località di San Biagio. E durante queste nevicate andavamo a scuola a piedi su per la ripida salita del Cimitero vecchio, fino alla Fortezza, sede del nostro Liceo. Assieme. Tenendoci, a volte, per mano. In mezzo a quel deserto tutto bianco. Accompagnati da quegli alti cipressi, che da due lati costeggiavano la via e che piegavano sgomenti le loro cime sotto il pesante carico. Del cimitero lì, lungo il cammino, quasi più nessuna traccia. Non il rumore delle corriere, delle automobili. Neve e silenzio dappertutto.
E, andando, ogni tanto mi diceva: “Sono stanca, fermiamoci un momento”. E ci fermavamo, a guardare intorno, anelanti, le cose, le piante, ingoiate subito poco lontano dalla lattiginosa nebbiosità dell’aria. E ogni tanto lei guardava me, le guance rosse e il naso rosso. Incappucciata, insciarpata, incappottata, inguantata. Scoperti aveva solo il riso della bocca e il rosso candore di tutto il viso. Scoperto aveva solo il cuore, che splendeva nello scintillio degli occhi, mentre mi guardava. Ma sotto quel cappuccio c’erano i suoi capelli lunghi e biondi; nascosto da quella sciarpa il suo collo candido ed esile e il suo seno di donna giovane, che palpitava pieno; protette da quei guanti le sue mani, lunghe e mobili, mani già di moglie e di amante; e sotto quel cappotto, il suo corpo, quasi ancora di ragazza…
Poi si riprendeva la via del Liceo, verso il fervore e l’appassionata avventura delle lezioni. E dopo, il ritorno da scuola: per la stessa via, sulla stessa neve, in discesa, veloci, impazienti di arrivare. Il caldo e l’accoglienza della nostra casa. Il silenzio. La solitudine.
La breve e febbrile preparazione del pranzo. Il continuo reciproco parlare sulle esperienze, le cose e le persone della mattinata. Il reciproco e continuo guardarci, con nel cuore e nei sensi pensieri espressi e pensieri nascosti. Il pranzo. I cibi forti e il vino rosso delle cantine Cantucci, forte, a cui non eravamo ancora del tutto abituati. Il breve riposo, dopo il pranzo.
E poi, il lungo pomeriggio in casa, soli. E, fuori, la neve. La vedevamo cadere attraverso la finestra che dava sulla campagna. Cadeva in silenzio, ostinata, lungo l’immobilità biancastra di un cielo denso e compatto, che andava rapidamente verso il crepuscolo del tramonto e il buio della notte.
Un ricordo terribile ora, mentre coglievo le olive… Che solo la sua voce riusciva a lenire. Una voce chiara, casta, musicale, rimasta giovane e gaia, nonostante il lungo tempo trascorso da allora. Una voce ancora da giovinetta. Che creava l’illusione e rinnovava la dolcezza delle stagioni e delle passioni lontane.



  E’ la gioia!
di Paola G. Vitale



 

            E’ la gioia che ci spinge a fare festa, anche sia una piccola, modestissima festa. Gesù con la sua nascita entra nella nostra storia, anche se non ce ne rendiamo conto, anche se noi pensiamo: “Facciamo così, perché si usa così?!”. E se il cuore ci suggerisce di fare qualche dono, io continuo a pensare che è la gioia, la misteriosa sete d’amore che si accende in noi a spingerci a qualche pensierino di affetto e di presenza verso gli altri.
Sì, ho fatto il Presepe e lo accendo al mattino, perché la sua presenza sia sotto gli occhi e nel cuore. Una preghiera pronta per ogni famiglia e per il mondo, immerso in tanti angoscianti dolori, in tanti strepitosi lutti. La vita si riaccende in ogni cuore che accoglie Dio, fatto uomo, per ricondurci alla Sua Santità.
Sia gioia, segreta o manifesta, in ogni cuore: sia gioia! Buon Natale e Buon Anno a tutti!





  Natale senza Doretto
di Rosa Lorenzini



Quando in una famiglia viene a mancare una persona cara, le feste accentuano e amplificano il vuoto lasciato da chi è andato avanti per prepararci un posto… e questo vuoto diventa una voragine a Natale.
Noi tutti del “Il Sentiero” che abbiamo sfogliato il numero di dicembre questo vuoto lo abbiamo vissuto in prima persona, sia come scrittori che come lettori: mancava la pagina di Doretto, mancava il Natale di Doretto.
Tutti ci sentiamo orfani delle sue pagine… e questo soprattutto a Natale.
Mi piace pensare e credere fermamente, al tempo stesso, che Doretto ha “scritto”  questo suo Natale per un Lettore più qualificato e speciale di noi; sono sicura che è stato un Natale speciale per entrambi.
Sicuramente, conoscendolo, avrà, con entusiasmo ed euforia, fatto tutto il possibile, come sempre ha fatto per noi, per scrivere una pagina memorabile: ma cosa avrà scritto Doretto?  e l’esimio Destinatario come avrà reagito?
Chi vuole sapere come è stato questo Natale “con” Doretto, passando davanti alla chiesa faccia come faceva sempre lui: entri e saluti Gesù presente realmente nel tabernacolo, riconoscendolo: come l’Unico Vero Signore che può inglobare ogni nostra sofferenza trasfigurandola e fondendola con la Sua, come l’Unico Amore Misericordioso che accoglie tutti quelli che lo cercano, cancellando subito tutte le nostre negligenze, come l’ Unico Dio che si è fatto Cibo per placare ogni nostra “fame”di felicità,come l’ Unico che non ci lascia mai soli, se lasciamo dolcemente e docilmente che sia fatta sempre e solo la Sua Volontà, come l’ Unico che ci ha insegnato che la preghiera è forza e debolezza insieme, perché se ci lasciamo cullare dalla dolce armonia che scaturisce dal cuore orante, nascerà sul nostro viso un sorriso consolatore che ci darà la forza di reagire e scorrerà sulle nostre gote un fiume di lacrime liberatorio che ci confermerà la nostra pochezza… e allora nel silenzio del nostro cuore la risposta arriverà subito accompagnata dalla dolce ed indimenticabile risata di Doretto.


                                                            

  Natale 2014: una storia vera
di Marta



 

La mamma si accinge a fare il bucato, i panni da lavare sono tanti e la lavatrice non funziona: è rotta ornai da vari mesi, ma tutti i giorni che il sole sorge c’è un nuovo problema. Ha perso il posto di lavoro…, e le spese sono tante. Il bimbo piccolo (al secondo anno di asilo) vedendo la mamma che sfrega i panni,  vuole aiutarla. “Mamma, anch’io faccio il bucato con te!”. “Ma no, sei troppo piccolo; poi ti bagni tutto!”. “No, io sono grande…e non mi bagno, sto attento!”. La sua vocina è soave come quella di un angelo: ed è anche bello come un angioletto. Le manine paffute strofinano il calzino che la mamma gli ha dato e lui, dopo, tutto felice, dice che i calzini del suo tato li ha lavati lui.
Finito il bucato la mamma, stanca, va a riposarsi un po’ e lui le si avvicina e dice: “Sono stato bravo mamma? Ti ho aiutato anch’io!”.
Siamo in prossimità del Santo Natale, nella chiesa parrocchiale fervono i lavori per preparare il Presepe, la recita dei bambini, la raccolta dei beni alimentari per le famiglie in difficoltà… Quelle pie donne che organizzano il tutto sono consapevoli di quanta importanza ha aiutare chi ha tanto bisogno di tutto. Anche il nostro papa, Francesco, ci sollecita dicendo che ciò che avrà valore quando giungeremo al cospetto di Dio, saranno le opere di carità verso i nostri fratelli: rinunciando a un viaggio vacanza, a un abito griffato, ecc. E così, alcune di queste pie donne si sono unite per portare un po’ di sollievo a questa mamma che fa il bucato a mano regalandole una nuova lavatrice.
Agli occhi del bambino quel dono ha qualcosa di meraviglioso. “Guarda, mamma! Così non ti stancherai più!”. E dagli occhi grandi e neri, pieni di mestizia della mamma, scendono due gocce che sembrano perle e le solcano il viso, mentre stringe al petto il suo piccolo.


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