N° 10 - Dicembre 2009
Storie dei lettori
  La neve e gli altri
di Marco Bernardini


 

 

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Sono invitato da un folto gruppo di amici a trascorrere insieme alcuni giorni in montagna. Si va a sciare sulle nevi del Gran Sasso. Forse potrei aiutare i ragazzi incerti e meno bravi dando loro utili indicazioni.
Eccomi al mattino del primo giorno. Spalanco la finestra della camera e rimango senza fiato: paesaggio splendido, piste ampie e innevate perfettamente in ordine, cielo sereno, assenza di vento. Condizioni ideali. In un baleno mi preparo, un saluto e via. La pista centrale, lunga oltre tre chilometri, si presta proprio bene per fare agilmente e in  velocità, tutte le evoluzioni  del mio repertorio. L’intera  giornata passa, avvolto da questo sogno.
Il giorno dopo stesse condizioni. Il sogno si ripete in un’estasi di ebbrezza.
Al terzo giorno,  quando  di prima mattina  sono già pronto per prendere la seggiovia, mi viene un pensiero: ma io cosa sono venuto a fare quassù?  Immediatamente mi guardo attorno, vedo il responsabile del gruppo e gli chiedo cosa vorrebbe che io facessi. Mi sorride e immediatamente mi rifila tre persone. “Andate con lui” dice loro.  Sono tre ragazzine  di circa dieci anni alle prime armi.
Ho capito. So molto bene cosa vuol dire dedicarsi a chi non sa sciare. Significa stancarsi e annoiarsi perché devi ripetere tante volte le stesse cose. E quando inizi a scendere e fai vedere quello che si deve fare, gli altri non ti seguono perché hanno paura. Allora devi risalire la pista, con gli sci ai piedi, “racchettando”, come si dice in gergo. Il fiatone arriva puntuale. E questo per ore e ore.
E’ esattamente quello che accade. Le ragazzine sono incerte e  timorose. Sembrano non fidarsi troppo di quello che dico e che faccio. Forse sto perdendo del tempo. Allora mi chiedo: ma se io non sapessi sciare cosa vorrei che gli altri facessero per me?  E’ come una frustata. Subito mi dedico a loro con un impegno tutto nuovo. Con molta calma e tanta premura faccio vedere alcune posizioni, imposto la flessione per la presa degli spigoli, mostro come caricare gli sci. Adesso mi chiamano per nome. Sentono che voglio bene a loro.  Mi accorgo che si fidano vincendo la normale paura di cadere. Mi stanno accanto, sono contente e finalmente iniziamo  a scendere insieme. Sono giulive, sorridono e urlano di gioia per quello che stiamo facendo.
A sera, dopo cena, tanti racconti e tanta festa. Le tre ragazzine si raccolgono attorno a me. Mi sorridono. Io sento la stanchezza addosso nonostante che abbia sciato molto poco e neppure come avrei voluto.  Eppure è il primo momento, in questa breve vacanza, che mi sento veramente felice.

 

 

 

  Memorie missionarie-Il caso di Philippe
di Padre Carlo Cencio, Missionario carmelitano


        

 

 

Eravamo scesi a Bayanga-Didi per i battesimi. Ci avevano detto che Philippe era gravissimo a causa di un’ernia strozzata. Era uno dei catecumeni che l’indomani avrebbero dovuto ricevere il battesimo. Era così grave che conveniva battezzarlo la sera stessa, e poi tentare di portarlo all’ospedale fino a Bouar. Non perdemmo tempo e andammo da Philippe. Ci rendemmo conto che stava molto male, ma non era morente. “Te la senti di andare all’ospedale? Lo vuoi il battesimo? Guarda che ci sono cento chilometri di strada  dissestata e l’auto è una Land Rover  durissima. A ogni buca e a ogni pietra riceverai scossoni che ti provocheranno dolori fortissimi, e dovrai viaggiare di notte…”.

         Philippe ci aveva lasciato parlare, poi aveva chiesto di portare l’auto vicino alla sua capanna. S’era radunata tanta gente e si procedette all’amministrazione del battesimo. Lui era al colmo della gioia e mentre eravamo andati a cercare una coperta e degli stracci, da solo era salito sull’auto e aveva gridato che andava benissimo… Restammo a bocca aperta. Cercammo di sistemarlo sulle coperte e fra quegli stracci nel modo migliore. In quattro e quattr’otto due persone gli si erano sedute accanto, con viveri e aiuti  in due sacchi; e l’auto, con padre Vittorino al volante, era partita nella notte.

         Giunti a Bouar, le operazioni erano state più lunghe. Non c’erano medici. Lo avevano sistemato per terra, sopra una stuoia, avvolto nelle sue coperte. Il lungo viaggio lo aveva stremato e i dolori erano aumentati. La moglie gli asciugava il sudore e gli umettava le labbra con un panno bagnato. Finalmente erano arrivati i dottori e lo avevano portato immediatamente in sala operatoria. L’ansa aveva il colore di una foglia morta e fuoriusciva il contenuto intestinale, eppure una settimana dopo Philippe era già di nuovo a Bayanga-Didi e vi era tornato da solo, a piedi!

         I medici ci dissero: “Non sappiamo come sia arrivato vivo in quello stato. C’è Qualcuno che guida la vostra auto e mette le mani sui vasi sanguigni e sui danni provocati da un’ernia strozzata. Abbiamo eseguito l’asportazione dell’ernia in fretta e furia, e in pochi giorni si è rimesso in piedi, senza urli e senza lamenti”. “Avrebbe potuto morire lungo il viaggio? Siamo stati imprudenti?” “Non abbiate paura. Noi africani siamo robusti e resistenti”.

         Così dicendo, gli altri se ne erano andati ed era rimasto con me solo l’infermiere della chirurgia. Forse aveva voglia di parlare e aveva continuato: “Pochi mesi fa mi portarono una donna in gravissime condizioni, che soffriva di dolori all’addome e che aveva una ferita al ventre. La guardai subito e la feci sistemare sul lettino. Poco dopo la osservai attentamente e mi resi conto che aveva una larga ferita a livello dell’appendice, ma la ferita non era stata suturata, l’avevano fasciata con cenci. Mi misi le mani nei capelli e decisi di intervenire immediatamente. Esami, anestesia e via… sotto i ferri.

         Quando riaprii e guardai, mi resi conto che era stata eseguita una specie di appendicectomia solo da qualche ora. La situazione stava trasformandosi in gravissima peritonite, invece si salvò”. “Ma come avevano fatto a tagliare?”. “Lo chiesi anch’io” mi disse l’infermiere. “Non potendo più sopportare le sue urla di dolore, il marito aveva preso un coltello o un machete ed era intervenuto lì, sul punto del male. Senza la più piccola idea chirurgica, aveva asportato l’appendice cancrenosa perforata e poi aveva lavato tutto con acqua fresca. Quell' intervento empirico aveva dato il tempo di portare l’ammalata all’ospedale per un’operazione chirurgica completa, con suture e disinfezione”.

         “Sono cose incredibili,” conclusi  “e umani misteri dell’improvvisazione, benedetti da Qualcuno che vede e provvede”.

 

 

                                                                         

  Don Giuseppe Pellistri
di Romano Parodi


     

 

 

In occasione dell’Anno Sacerdotale indetto dal Santo Padre, pensiamo di fare cosa gradita ai lettori presentando la figura di alcuni sacerdoti, le loro testimonianze, fatti da loro compiuti… e invitiamo altresì i lettori ad inviarcene (www.ilsentieroweb.net).

 

 

Don Giuseppe Pellistri 1873-1924

           

Quale sorpresa in quel di Fabiano! Un anziano parrocchiano e il parroco, ci identificano come i paesani di Don Giuseppe Pellistri, morto nel lontano 1924. E allora noi, anche in memoria   d’ la Maié d’ la Sé, sua nipote,  vissuta con lui lo ricordiamo.  La Maié lo amava tanto da voler portarsi nella tomba il medaglione con la sua effigie.    

"Il  POPOLO"  del  15  marzo  1924  dedica  un'intera  pagina  alla  morte  di  D.  Giuseppe  Pellistri.  I  vecchi  lo  ricordano  ancora  ad  Ortonovo.  Fu ordinato  sacerdote  nel  1901; era giovane,  esile,  semplice,  senza  nessuna  esperienza  pastorale,  prese  possesso  della  parrocchia  di  Fabiano:  una  popolazione  di  contadini  che  diventati  operai,  subivano  l'opera  di  scristianizzazione  della  propaganda  massonica  socialista.  Le  difficoltà  erano  rese  anche  più  gravi  dalla  vasta  estensione  del  territorio,  che  rendeva  scomodo  il  frequentare  la  Chiesa,  la quale  si  trovava  in  un  freddo  e  solitario  abbandono.

            Ma  Don  Pellistri  non  si  poteva  certo  adattare  a  celebrare  la  Messa  in  una  chiesa  deserta.  Se  il  popolo  non  andava  a  lui,  andò  lui  al  popolo:  lo  avvicinò  nella  propria  casa,  interessandosi  ai  bisogni  di  ogni  famiglia,  approfittava  di  ogni  occasione  per  conoscere  il  suo  popolo  e  far  giungere  ad  ogni  focolare  la  voce  viva  della  Fede.  Procedeva  nel  suo  ministero  diffondendo  la  stampa  cattolica  e  i  foglietti  religiosi,  istruendo  i  fanciulli  organizzandoli  nei  loro  giochi  (fondò la  Fulgor Vici nel 1905).  Nel  vedere  che  il  parroco  andava  conquistando  un  enorme  ascendente  sulla  popolazione,  riempiendo  la  chiesa,  gli  anticlericali  cominciarono  a  minacciarlo,  ma  egli  faceva  finta  di  nulla  e  continuava  a  curarsi  del  suo  popolo,  salutava  sempre  per  primo  i  suoi  nemici,  che,  imbarazzati,  finivano  col  rispondere. 

            Con  la  tenacia  e  la  dolcezza,  smorzava  le  astiosità,  vinceva  le  resistenze  più  gravi,  conquistava  i  cuori.  E  accanto  alla  incessante  opera di  apostolato,  la  sua  mente  aperta  creò  il  Circolo  Democratico  Cristiano  "N. S.  dell'Olmo" (1908 ).  In  anni  in  cui  anche  negli  ambienti  cattolici  si  guardava  con  una  certa  diffidenza  al  nome  ed  anche  al  contenuto  della  Democrazia  Cristiana, (avversata da una parte del clero, e culminata con la scomunica del suo fondatore Romolo  Murri, nel 1909 da parte di Pio X )  egli  la  prendeva  ad  insegna  del  suo  Circolo,  per  riaffermare  quella  fede  profonda  che  nessuna  azione  era  possibile  in  mezzo  al  popolo,  se  di  esso  non  si  assume  la  difesa,  ispirandosi  a  un  profondo  rinnovamento  sociale  cristiano.  Il  nome  glorioso  della  Democrazia  Cristiana  e  il  nome  della  Madonna  dell'Olmo associati,  dovevano  nel  suo  pensiero  riallacciarsi  alla  tradizione  più  antica,  alla  devozione  più  poetica  e  cara  del  paese  di  Fabiano:  al  Santuario  della  Madonna  dell'Olmo.  E  Democrazia  Cristiana  e  tradizione  religiosa  egli  riuniva  nell'amore  della  patria e nel  tricolore  che  volle  come  bandiera  dei  suoi  operai.  I  locali  furono  creati  da  lui,  che  trasformò  e  mise  a  disposizione  del  Circolo  un  fondo  della  canonica  ed  un  tratto  di  terreno.  Ma  diede  alla  nuova  istituzione  qualcosa  di  più:  il  suo  senso  di  organizzatore,  il  suo  intelligente  criterio,  il  suo  grande  amore.  Il  Circolo  divenne  una  florida  società  di  mutuo  soccorso  ed  il  centro  motore  di  tutte  le  attività. Ma  una  tempra  di sacerdote  e  organizzatore  come  Don  Pellistri  non  poteva  limitare  la  sua  opera  ai  soli  confini  della  sua  parrocchia:  gli  amici  della  Spezia  lo  coinvolsero  e  gli  affidarono  altri  incarichi  di  fiducia.  Fu  ispiratore  e  fac  totum  di  adunanze,  rappresentazioni  teatrali  e  ogni  altra  iniziativa  del  Circolo  cittadino  "Silvio  Pellico".  Attraverso    questa  sua  attività  diventava  sempre  più  indispensabile  all'Azione  Cattolica,  e  tutti  i  parroci  della  provincia  erano  da  lui  istruiti  e  diretti per volere del vescovo. 

            Quando  l'idealità  sociale  cristiana  trovò  la  sua  espressione  politica  nel  Partito  Popolare (1919) egli  ne  fu  un  convinto  e  fedele  assertore.

            A  47  anni,  nel  fulgore  della  sua  attività,  dopo  23  anni  di  ministero,  Don  Giuseppe  Pellistri  è  morto:  la  sua  vita  si  racchiude  in  queste poche parola - "fu  un  vero  sacerdote  di  Cristo" -  Lo  sa  la  vecchia  madre,  lo  sa  il  paese  di  Fabiano,  lo  sanno  i  soci  del  "Silvio  Pellico",  lo  sa  il  suo  vescovo.  "Di  fronte  a  una  esistenza  così  fulgida  restiamo  (annientati"scrive  l'articolista ). Al  suo  funerale  c'erano  un  centinaio  di  Gonfaloni  fra  i  quali  due di Ortonovo:  il  Circolo  Gioventù  Cattolica    e  la  Società  S.  Martino.

            Don  Ricciardi  (già  parroco  di  Ortonovo) nella  sua  commossa  omelia  termina  soffocato   dai  singhiozzi  che  oramai  da  ogni  parte  della  chiesa  prorompono  irrefrenabili. Parlano  poi  il  consigliere  Rossi  per  il  comune  della  Spezia,  il  sig.  Borrini  per  il  Circolo  Democrazia  Cristiana  di  Fabiano,  l'avv.  Boracchia  per  il  Circolo  Silvio  Pellico,  l'on.  Paolo  Cappa per il governo,   il  Maestro  Bianchi  per  il  comune  di  Ortonovo  che,  orgoglioso,  gli  diede  i  natali, ed infine, a  nome  della  famiglia,  il  nipote, sergente  Ignazio  Andreani, che  ringrazia il  popolo  e  le  autorità  intervenute.

 

 

 

 

  Un pastore pellegrino
di Marta


 

 

Il ragazzo si chiamava Folco; se ne stava nel campo a pascolare la sue pecore programmando il domani. Avrebbe portato le  pecore a tosaree doveva vendere la lana: aveva bisogno di qualche soldo perché gli era venuta in testa l’idea di fare un viaggio per conoscere altri popoli e Paesi.

         Il negozio era pieno di clienti: il tosatore gli aveva detto di aspettare, allora lui si mise a leggere un libro. “Non sapevo che ti piacesse leggere”, gli disse un altro pastore anche lui in attesa del suo turno. “Cosa leggi bello?”. “Un bellissimo libro; parla dell’Oriente, di storie fantastiche, di antichi mestieri: cesellatori, tintori di sete, di pietre preziose, di profumi…”.

         Incominciarono a conversare e il pastore gli disse come avrebbe raggiunto quelle terre lontane ove i commercianti vendevano le mercanzie: spezie, sete, incensi… Anche lui voleva conoscere quel mondo, imparare le lingue e tanti mestieri. Anche lui aveva sentito parlare di deserti infuocati di giorno e gelidi di notte; di dune di sabbia che si spostavano col vento; aveva saputo ,che bisognava conoscere le stelle per non perdere l’orientamento. Fin da bambino, anche lui, sognava di conoscere quel mondo.

         Arrivò il giorno che Folco partì. Dopo tanti giorni di cammino giunse in un villaggio; rifocillato alla meglio in casa di anziani contadini, chiese informazioni per poter proseguire il suo viaggio: i contadini gli risposero: “Di qui passano soltanto pastori che poi si uniscono, nella grande città verso sud, a carovane dirette a oriente”. Folco pensò: “Io sono pastore!”.

         L’orizzonte si tinse di rosa, poi spuntò il sole: il ragazzo partì e raggiunse la grande città; si unì ai carovanieri ed incominciò la sua storia. Durante la traversata del deserto patì la fame, la sete, la stanchezza e,  quel ch’ è peggio, gli rubarono i soldi e le sue amate pecore. Fu costretto a girare per tutto l’Oriente, suo malgrado, per poter racimolare qualche soldo per il ritorno a casa. Un conto era voler fare determinate cose, un altro era che altri te le imponessero sotto comando. Ebbe pena di se stesso, ripensava alle sue amate pecorelle: allora pianse.

         Quando era con le sue pecore, era felice; le chiamava tutte per nome: ora non più. Un pastore ama viaggiare, ma non dimentica mai le sue pecore. Folco lavorò sodo, fece mille umili mestieri e quando ebbe la somma che aveva desiderato, incominciò il ritorno verso casa. Cammina, cammina, venne sera: Folco era stanco; vide da lontano una casupola: era una chiesa abbandonata, il tetto era caduto da una parte, ma tutto il resto reggeva bene; si fece spazio in un angolo e dormì. Sognò la sua casa, il suo letto: non era più costretto a giacigli di fortuna nella dura terra, pensava ai suoi famigliari e al suo paese. Il sole era  già alto quando Folco si svegliò, notò con più attenzione che in quella chiesetta, a parte un pezzo di tetto rotto, vi era ancora l’altare con dei fiori freschi, un crocifisso e due candele accese.

         Era ormai arrivato a casa: la fede non lo aveva mai abbandonato; si fece il segno della croce ed uscì. Mentre si allontanava si voltò: la chiesetta si presentava bella, fatta di sassi, col suo bel campanile e un antico sicomoro alto, frondoso, largo almeno sei metri. In quel periodo era pieno di frutti maturi: rosa, carnosi, dolci come fichi. Ritornò indietro e ne mangiò fino a sazietà.

         Riprese il suo ritorno alla vita di pastore, pago di avere vissuto almeno dieci vite in una sola volta.

 

 

 

  Diario di un parrocchiano di Casano-San Giuseppe
di Giuseppe Franciosi


 

Domenica, 8.11.09.

 

          Oggi la nostra parrocchia celebra la festa di S. Martino. A dire il vero S. Martino la Chiesa lo festeggia l’undici novembre, ma ormai è tradizione trasferire queste celebrazioni in un giorno festivo, la Domenica. Anche feste non parrocchiali, ma di ben altra importanza, si sono adattate: vedi Corpus Domini, Ascensione. Il tempo però non è stato galantuomo: la pioggia intensa ci ha accompagnato per quasi tutta la giornata e ciò ha indubbiamente messo in crisi la tradizionale “Sagra di S. Martino”: pesca di beneficenza, vendita di dolci vari (torte, tortone, ecc.). Una caratteristica di questa “Sagra” è anche il “vino novello”. Una di queste bottiglie è stata aperta e “consumata” in sacrestia, nel pomeriggio, dopo il Rosario e la Benedizione. Al mattino, nonostante la pioggia, la chiesa era gremita. La Lucia si è trasferita dalla chiesa di S. Giuseppe a quella di S. Martino ed ha diretto i canti benissimo, come sempre. Si sono uniti al “coro” anche voci di S. Martino. Alle ore 15 siamo ritornati in chiesa per il Rosario e la Benedizione, ma la chiesa non era piena come al mattino. Ho raggiunto S. Martino, mattino e pomeriggio, con l’auto di Enzo, mio cognato: alla Santa Messa del mattino lui ha ceduto l’organo a Virginia, l’organista di S. Giuseppe, ma per la funzione pomeridiana ha preso lui in mano la situazione. L’episodio di S. Martino, legionario romano, che con un colpo di spada tagliò in due il suo mantello e ne diede una metà a un poveretto (Gesù?) che moriva di freddo è stato ricordato anche quest’anno. Mentre ascoltavo, la mia mente è ritornata a tantissimi anni fa quando ero ragazzo; stavo seduto su una panchetta, vicino alle balaustre (oggi non ci sono più), sotto il pulpito (scomparso anche questo, come l’organo, come un altro altare).

Giovedì, 12.11.09.

 

            Questa sera, alle ore 21, nella chiesa di S. Martino c’è l’ora di adorazione per le vocazioni. Pensavo che ci saremmo trovati in quattro gatti e invece c’era tanta gente di tutte le parrocchie: tutte le panche erano occupate: una meraviglia. Grande illuminazione, grande concentrazione; con novembre incomincia l’inverno. Se leggi i giornali, trovi sempre notizie preoccupanti: parlano sempre dell’influenza A; degli ammalati, dei morti. Pensavo che il silenzio dell’adorazione sarebbe stato interrotto continuamente dai colpetti di tosse e invece mi sono sbagliato: niente colpetti di tosse, tanto silenzio, tanta concentrazione, tanta consapevolezza di quello che stavamo facendo: un’ora di adorazione per chiedere a Dio di mandarci tante e sante vocazioni. L’atmosfera di questa sera resterà a lungo nella mia memoria e credo sia stata favorita dal nostro parroco: padre Onildo subito, all’inizio, si è inginocchiato sul pavimento e, per quasi mezz’ora, non si è più mosso. Io lo vedevo, lo guardavo: fermo, immobile, concentrato. I fedeli sono stati affascinati; anche se è vero che alcuni, se non si prega, non si canta, non si legge, faticano a far trascorrere il tempo in silenzio.

Un Natale...senza Messa.

 

          Nella mia lunga vita (ho 87 anni) non c’è stata mai una domenica senza Messa; c’è stato invece un Natale senza Messa.

Era il 25 dicembre 1942. Mi trovavo, soldato, in Sicilia, a Melilli (provincia di Siracusa). Quel giorno, con altri due soldati e un caporale ero di guardia alla “polveriera”, lontano dal paese dove eravamo acquartierati, lontano da tutte le chiese. Non potevo abbandonare il posto. Quel pomeriggio l’ufficiale di picchetto venne a controllare se stavamo facendo il servizio: eravamo in guerra, vigeva il codice di guerra: se abbandonavi il posto, erano guai. Faceva freddo, pioveva; non avevamo neanche un posto decente dove rifugiarsi. Avevamo della legna ma la stamberga (due metri per uno e mezzo) dove sostavamo non aveva un camino che ci liberasse dal fumo: o il freddo o il fumo. Nessun rispetto per la nostra dignità; eravamo solo carne da macello. E così quel Natale lo passai senza Messa+: il più brutto Natale di tutta la mia vita.

 

 

 

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