N° 7 - Luglio-Agosto 2017
IL PASTORE BUONO E SEMPLICE
di Antonio Ratti

                         

Ho visto la foto ufficiale dell’incontro fra Trump, la sua famiglia e papa Francesco. Mi hanno impressionato la postura curva del rassegnato, il volto stanco e rugoso, gli occhi spenti, quasi invecchiato d’improvviso e la palpabile delusione per non essere riuscito a farsi ascoltare da un interlocutore sordo e protervo.
Ho visto le foto di Francesco a Genova tra i lavoratori dell’Ilva, tra la folla che festosamente l’acclamava, al Gaslini tra i piccoli ricoverati e i loro preoccupati genitori, al pranzo tra gli emarginati e al santuario della Madonna della Guardia con i giovani: un altro viso, sorridente, disteso,  sereno, capace di infondere fiducia e speranza, felice di essere nel suo habitat naturale di parroco sempre pronto a sostenere chi è in difficoltà, lesto a lanciare le sue affermazioni graffianti e dure come il granito a chi nega la sicurezza e il lavoro, quindi la dignità ad ogni uomo.  “L’obiettivo da raggiungere non è un reddito per tutti, ma il lavoro per tutti.” Espressione che sembra sottintendere come il reddito per tutti a prescindere, renderebbe i giovani e meno giovani inutili bamboccioni: gli esempi eclatanti non mancano nei ceti alti – solo per censo – della società civile.  “Come si cambia” recitava una canzone di successo. Per esempio, nell’ XII – XIII secolo (ma non solo) i papi Innocenzo III e IV pretendono di essere “il più potente sovrano della Chiesa che la storia conosca. Per loro Chiesa e Impero non sono che due aspetti consostanziali e complementari dello stesso mandato divino ed umano concesso loro per dominare i popoli…. È scontato il diritto delle due spade, cioè il potere religioso e politico su tutti gli uomini.”  (padre N. Fabbretti ) Non ci troviamo di fronte al Vicario di Cristo che si pone al servizio dell’umanità intera senza distinguo, ma ad un superman, al superuomo con la pretesa di soli diritti e privilegi.  Mi si obietterà che erano altri tempi. Certo, ma la Parola è immutabilmente la medesima e la capacità di ascolto la stessa. Forse allora si preferiva pensare che il ruolo di Vicario significasse imporre supremazie di potere che nel Vangelo non hanno spazio o suggerire guerre sante (le crociate). Oggi papa Francesco sostiene con forza che “soltanto la pace è santa: violenza e fede sono incompatibili.” “Come si cambia.” Dalle tiare, triregni, sedie gestatorie, fastose dimore, lussuose carrozze, plurale maiestatis, mille orpelli che mirano a divinizzare l’uomo, le auto blindate, siamo passati al linguaggio confidenziale – che non sminuisce o svilisce oratore e concetti – alle camminate a piedi tra la folla per immergersi nella realtà e farsi sentire di tutti e per tutti, alla dignitosa residenza di Santa Marta, infine, all’utilitaria Focus Ford. Saranno stati altri tempi e altri contesti storici, ma allora, i due coevi Innocenzo III e Francesco di Assisi leggevano e meditavano Vangeli diversi? Paolo di Tarso anche oggi si sentirebbe perfettamente integrato in questa società difficile e ostile e non avrebbe nessun problema a svolgere la sua missione evangelizzatrice, mentre i suddetti, strappandosi i loro aulici paludamenti, scomunicherebbero, per far prima, il mondo in blocco.  Solo questione di stile? Se è “attendibile” che Gesù abbia detto che qualunque cosa farete nel mio nome al più piccolo dei miei fratelli lo avrete fatto a me, penso si possa affermare che l’umanizzazione dell’alto compito di guida della Chiesa, istituzione divina, sia la grande novità del papato di Francesco. Il nome non è stato scelto a caso! Papa Francesco ai 10 neosacerdoti romani da lui consacrati nel periodo pasquale suggerisce: “Siate pastori, non chierici di Stato”, ovvero, assenteisti pur timbrando il cartellino di presenza. Nella cattedrale di San Lorenzo a Genova durante l’incontro con i consacrati, risponde così ad una domanda su come vivere la fraternità sacerdotale: “Oggi i bambini direbbero “Questo è un prete google o wikipedia. Sa tutto.”  Come succede anche per i laici, non è persona simpatica, né è gradita la sua presenza. E continuando invita ad imitare Gesù che “è stato sempre un uomo di strada, un uomo aperto alle sorprese di Dio. Invece il sacerdote che ha pianificato tutto, generalmente è chiuso alle sorprese di Dio e si perde quella gioia della sorpresa dell’incontro. Prete di strada e mi viene in mente il genovesissimo don Andrea Gallo. Ma l’espressione più pesante è questa: “Senza rapporti con Dio e con il prossimo, niente ha senso nella vita di un prete. Quando un prete parla troppo di se stesso, troppo delle cose che fa…. è autoreferenziale.
E’ un segno che quell’uomo non è un uomo d’incontro, al massimo è un uomo dello specchio, gli piace specchiarsi come se avesse bisogno di riempire il vuoto del cuore parlando di se stesso.
  Sembra Gino Bartali quando diceva: “L’è tutto sbagliato, l’è tutto da rifare.”  Il suo parlare a ruota libera comincia la mattina nel grande capannone dell’Ilva, quando mette all’angolo il reddito di cittadinanza e chiede con forza il lavoro che dà dignità e prosegue con un affondo così duro e innovativo da far scomparire nel nulla gli apicali dirigenti sindacali, sul punto di forza del nuovo capitalismo industriale: la meritocrazia. “La competizione all’interno dell’impresa dimentica che l’impresa è prima di tutto cooperazione, mutua assistenza, reciprocità. Quando un’impresa crea scientificamente un sistema di incentivi individuali che mettono i lavoratori in competizione tra loro, magari, nel breve periodo può ottenere qualche vantaggio, ma finisce per minare presto quel tessuto di fiducia che è l’anima di ogni organizzazione.” La meritocrazia “affascina perché è una parola bella: il merito,” ma l’uso strumentale la snatura e la perverte. La meritocrazia sta diventando la legittimazione etica ed economica della disuguaglianza e il nuovo capitalismo, sempre più vorace, veste di valore morale le disuguaglianze attraverso la meritocrazia; ciò determina “il cambiamento della cultura della povertà. Il povero è considerato un demeritevole, quindi un colpevole. E se la povertà è colpa del povero, i ricchi sono esonerati dal fare qualcosa” sentendosi a posto con una coscienza di comodo. La denuncia contro l’imprenditoria finanziaria e industriale non si ferma e procede senza mezzi termini: chi licenzia e delocalizza le aziende per avere più profitto è uno speculatore, mentre far lavorare 11 ore al giorno per 800 euro al mese, magari, con un contratto part time, per pagare meno tasse e contributi previdenziali, è un ricatto.
Papa Francesco si commuove quando, davanti al porto, ricorda la partenza con il transatlantico Giulio Cesare verso la lontanissima Argentina dei suoi nonni Giovanni e Rosa e di suo padre Mario, appena ventenne, il 1 di febbraio del 1929. Il ricordo di un momento particolarmente sofferto e difficile di una famiglia che lascia per sempre la propria terra e le radici per andare verso un futuro fumoso e incerto, fa comprendere l’umana sensibilità e la determinazione con cui affronta il tema e i drammi dell’odierno fenomeno migratorio e delle nuove povertà.
Papa Francesco è il pastore buono e semplice, ma tenace e risoluto, eccezionale comunicatore capace di tradurre con espressioni talvolta colorite ed altre sferzanti il suo pensiero sui mali del mondo e la sua alta preparazione teologica - non per niente è un gesuita -, cioè è il grande pastore di cui la Chiesa di oggi ha estremo bisogno per essere ancora promotrice di pace e fraternità e non di inciuci politici ed economici.



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