N° 9 - Novembre 2010
.A proposito di memoria,
di Romano Parodi

 

 

Vi voglio raccontare una storia, che, per uno come me che si scorda "dal naso alla bocca", ha quasi dell’incredibile.

Ogni tanto leggo qualche verso della Divina Commedia e un giorno, mi sono trovato davanti a questo passo: “ricordati di me che son la Pia”. Subito nella mia mente si è aperta una lucina: un piccolo pertugio angusto, dal quale, piano piano, sono riuscito a estrarre ricordi perduti fra le tenebre d’un passato completamente ignoto.

Come sapete, nel suo viaggio fra la perduta gente,  Dante, incontra molti personaggi. In Purgatorio, uno di questi personaggi gli va incontro e gli dice: - Quando tornerai nel mondo dei vivi “ricordati di me che son la Pia”, racconta a tutti la mia tragica storia -. Da allora, per secoli, i cantastorie la cantarono e recitarono ovunque: anche nei più sperduti paesini di montagna e nei più sperduti casolari di campagna. La gente accorreva numerosa: si emozionava, versava qualche lacrima, e scuciva un po’ di “soldini”. I menestrelli erano come attori di un teatro popolare e queste storie strappalacrime erano conosciutissime.

            Mio nonno Luì (Luì d’ Bozo) la storia di Pia de Tolomei la sapeva a memoria; la recitava come un attore e pretendeva la massima attenzione: guai a interromperlo; quando arrivava all’ultima strofa - lo ricordo ancora con commozione – tutti dovevamo accasciarci dal dolore (stramulire). Eravamo davanti al caminetto e io ‘stramulivo’ sullo ‘scoso’ di mia nonna Marì e lei ‘stramuliva’ addosso a me. Mi sembra ancora di sentirmela addosso: che nostalgia cara nonna! Mio nonno, però, non si limitava solo a recitarla; cercò anche di insegnarmela. Ma fu tutto inutile: non la imparai mai. Oggi, dopo 60 anni e più, nelle mie notti insonni, parola dopo parola, verso dopo verso - anche se solo parzialmente e con parecchie lacune -, sono riuscito a rimetterla in piedi. Nel frattempo, però, ho iniziato la ricerca del testo originale. Ed ecco che, grazie a internet, ho scovato chi me l’ha fatto avere. Mi è preso un ‘colpo’: quella storia era molto più lunga della mia, ma la mia c’era tutta. Mi domando ancora come è possibile, dopo 60 anni! Ma allora ho una memoria di ferro; altro che memoria corta! Pensate: dopo aver letto il testo integrale l’ho recitata tutta senza errori.

I personaggi di questa storia sono tre: la nobildonna senese Pia de Tolomei, il marito, Nello dei Pannocchieschi, e il fattore del castello, Ghino di Tacco (con Fortebraccio, uno dei pseudonimi di Bettino Craxi). Eravamo nel 1250 (?) e  le città toscane guerreggiavano continuamente fra di loro. E anche Nello dei Pannocchieschi partiva spesso con i sui soldati, lasciando sola la povera Pia. Non proprio sola però, perché al castello viveva anche il perfido fattore. La storia inizia così:

 

 

 

Quando c’erano i Guelfi e i Ghibellini

repubblica in quei tempi costumava

i pisani battean con gli aretini

Siena con la Maremma contrastava 

e Firenze battea contro Volterra

non c’era posto che non fosse in guerra.

Nello dei Pannocchieschi un gran signore

avea solo la Pia dentro il suo cuore

e Pia de Tolomei, più gran signora

gli rivoleva amor più grande ancora.

Vivevano contenti in un castello

che niente al mondo c’era di più bello.

e disse: Se il tuo amor è proprio forte

tienila al dito sino alla tua morte!

E lei: Io ti giuro, o mio grande amore

che l’avrò sempre al dito e anche nel cuore!

Ghino di Tacco, un vile traditore

avea lui pure la Pia dentro il suo cuore

ma quella donna santa e benedetta

alle sue brame mai non dava retta.

Il vituperio allor, brutto e crudele

tramò una notte un vile tradimento.

Sentite o gente e avetene tormento.

Mentre la sposa, angelo benedetto,

dormiva sola e pura nel suo letto

e lo sposo lontano dal castello

avea chiuse le porte a chiavistello.

Ghino di Tacco, che era un gran fetente

e di cattiverie ne fece tante,

entrò pian piano dov’era la Pia

e dal dito la vèra portò via.

Passò la notte, spuntò il nuovo giorno,

e Nello Pannocchieschi fe’ ritorno

e Ghino che lo vide di lontano

prese il cavallo e con la vèra in mano

andò da lui a dirgli: Vedi il pegno?

L’amor della tua Pia non era degno!

O Nello, come fosti disgraziato

a credere a quel vile sciagurato.

O Pia come tu fosti sfortunata

a incontrare quell’anima dannata!

E voi, gente, venuta qui ad ascoltare

perché sì gran dolor vi devo dare

cantandovi la vera e triste sorte

che la povera Pia portò alla morte?

Appena il Nello ebbe intraguardato

l’anello che  quel vile avea portato

gridò: La sposa mia m’ha fatto torto!

e a momenti cascava a terra morto

ma poi spinto dall’ira maledetta

corse al castello a far la sua vendetta.

Correva Nello e più non si fermava

e dal torrion la Pia lo salutava.

Lo salutava con la pena in cuore

e con la mano senza pegno d’amore.

Non ebbe il tempo, no, la poveretta

di spiegar la cagion di sua disdetta

di raccontar la storia proprio vera

di come avea perduto la sua vèra.

Furioso il Nello, e pien di gelosia

spinto dal suo dolor, dalla passione

salì alla stanza dov’era la Pia,

rivide il letto, corse sul torrione:

ma per la sposa non ci furon baci

la strinse forte fra i suoi forti bracci

e pien di rabbia e di disperazione /

la traventò giù in basso dal torrione.

Cadeva il corpo giù verso la morte

con i capelli stromenati al vento

ma a quel giglio d’amor volle la sorte

risparmiare il suo ultimo tormento

e con l’ala dei bei capelli neri

la fece volar su in alto, fin nei cieli.

 (come la Madonna)

Questa che v’ho cantata o gente mia

è la storia di Nello e della Pia,

due sposi rovinati da un vigliacco

geloso e maledetto: Ghin di Tacco!

Se avete il cuore in petto e sangue in cuore

perché non stramulite dal dolore?

 

 


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